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Un giro tra alcune librerie italiane

Oggi facciamo un piccolo viaggio tra alcune librerie d’Italia.
 Fai attenzione ai “falsi amici”… una libreria non è una library!📚

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Piacenza

Sebbene ci fosse il sole, ieri a Piacenza faceva un freddo pazzesco. In città, tirava un vento gelido e così io e Massimo ci siamo rifugiati nell’unico luogo aperto, in questa “zona rossa”* primaverile: una libreria.

Nella mia città ci sono moltissime librerie, soprattutto indipendenti. Questo significa che non si tratta solo di “catene di negozi” legati a un famoso editore come Feltrinelli, Giunti, Mondadori… ma di negozi gestiti in autonomia da una libraia o da un libraio.

Per esempio, a Piacenza c’è la piccola libreria di Raffaella: si chiama Pagine ed è specializzata in letteratura americana, del Nord e del Sud America.

Tutti i libri sono tradotti in italiano e Raffaella ogni giorno legge nuovi titoli seduta sulla sua poltrona di velluto marrone. Poi prende quelli che le sono piaciuti di più e li mette sugli scaffali. Ah, li posiziona con la copertina in evidenza e così la libreria risulta molto colorata.

Poi, a Piacenza c’è anche la libreria di una coppia un po’ stramba e molto simpatica. Si chiama Book Bank ed è una vera e propria “banca dei libri”… usati. Sì, tutti i libri della libreria sono di seconda mano e la libraia, che si interfaccia con i clienti, li conosce tutti (sia i libri, sia i clienti!).

In certe occasioni, come per Natale, la libraia propone dei regali molto speciali. Il cliente o la cliente devono solo entrare e raccontare qualcosa sulla persona a cui vorrebbero fare il regalo, per esempio “ama le avventure, preferisce storie di famiglia, le piacciono i gialli*” e… taac. Ecco che la libraia potrebbe consigliare un titolo come “Il gioco di Ripper” di Isabel Allende.

Insieme al testo, metterà in una scatola anche piccole sorprese come una tazza a tema letterario, una tisana o una bottiglia di birra artigianale. Tutto dipende dai gusti del destinatario o della destinataria.

Venezia

L’Italia è piena di librerie speciali. Per esempio, a Venezia ho visitato la famosa Libreria Acqua Alta, un luogo magico dove i libri sono accatastati l’uno sopra l’altro in un magnifico disordine e dove, al centro di una stanza del piccolo negozio, c’è una gondola! Naturalmente, la gondola veneziana è sommersa dai libri.

In fondo alla Libreria Acqua Alta di Venezia c’è una porticina che conduce in un piccolo cortile sul retro. Lì c’è una scala… fatta di libri! Sono salita fino in cima e ho potuto così affacciarmi su un canale pieno d’acqua. I libri ci permettono davvero di fare cose incredibili.

Ah, quasi dimenticavo! In tempi normali, la libreria è affollata di turisti, ma i turisti non sono gli unici ospiti di questo luogo speciale. I veri protagonisti, infatti, sono i gatti. Questi felini veneziani sono di casa in questa libreria e non è improbabile trovarli accovacciati proprio sul volume che ti interessa! Mi domando se l’unico evento in grado di interrompere il loro pisolino sia davvero l’arrivo dell’acqua alta!

Genova

La libreria più antica d’Italia si trova a Genova, una città portuale cosmopolita e ricca di storia.

Nel 1810, due fratelli francesi (Antonio e Carlo Beuf) fondarono una libreria chiamata, appunto, Libreria Beuf. Scelsero la Strada Novissima (che attualmente si chiama via Cairoli) al numero civico 784.

Nel tempo, la libreria divenne famosissima: per un periodo fornì i libri per la Marina del Regno di Sardegna e in seguito si trasformò in un angolo di vita culturale della città. 

Con l’avvento del fascismo, la libreria fu venduta a Mario Bozzi, che le cambiò il nome in Libreria Bozzi perché il cognome dei fondatori era ebreo. Era il 1930.

Sotto i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, la libreria venne parzialmente incendiata e distrutta, ma fu poi ricostruita.

Pensa che la Libreria Bozzi è stata visitata da personaggi famossissimi, che avevano viaggiato a Genova ed erano entrati proprio in quel luogo: Alessandro Manzoni ci entrò nel 1827, Stendhal nel 1837, ma la libreria fu frequentata anche da Charles Dickens, Herman Melville e Henry James.

Pare che, tra i visitatori italiani più famosi, ci siano il drammaturgo Luigi Pirandello, l’ex-Presidente della Repubblica Italiana Sandro Pertini e lo scrittore Eugenio Montale.

Milano

Facciamo ora un ultimo salto nel tempo e nello spazio: ci spostiamo a Milano, nel 2018. Nel bellissimo Corso Garibaldi, che è la mia strada preferita, nasce una libreria speciale. Si chiama RED, un acronimo che sta per “Read, Eat, Dream” e fa parte del Gruppo Feltrinelli.

In questa libreria (ne esistono tante, in realtà) è possibile bere un caffè e lavorare o studiare con il proprio computer portatile, comodamente seduti ai tavolini del bar. Il WiFi è gratuito, così come la meravigliosa cornice di libri che circonda gli avventori e li fa sognare a occhi aperti.

Vocabolario

Sebbene = Despite

gelido = frosty, icy

ci siamo rifugiati (rifugiarsi – reflexive verb) = we took refuge

*zona rossa > During the pandemic, Italy has been divided into “colored” zones (bianca, gialla, arancione, rossa) according to the infection rate.

un editore = a publisher

gestiti = managed

tradotti = translated

seduta = sitting

velluto = velvet

scaffali (gli) = shelves

li posiziona = she place them

la copertina = the book cover

una coppia = a couple (two married people)

stramba = weird

usati = used, second hand books

si interfaccia (interfacciarsi – reflexive verb) = she faces

i regali = presents

sulla = su+la = on, about

*gialli = thrillers

una tazza = a cup or a mug (no difference in Italian)

una tisana = herbal tea

i gusti = the tastes

accatastati l’uno sopra l’altro = stacked on top of each other

disordine = mess

una gondola = typical Venice boat

una porticina = a small door

il cortile sul retro = the backyard

una scala = stairs

in cima = on the top

affacciarmi (affacciarsi – reflexive verb) = to look out, to lean out

affollata = crowded

ospiti = guests (false friend)

i felini = cats

“sono di casa” = “are at home”

un volume = a volume (a book)

un pisolino = a nap

*acqua alta = a tide peaks that occurs periodically in the Venetian Lagoon, where they cause partial flooding of Venice.

portuale (adjective) = harbour

numero civico = house number

fornì (passato remoto) = the library provided, supplied

La Marina = the Navy

in seguito = later

l’avvento = the advent

incendiata e distrutta = burned down and destroyed

ricostruita = rebuilt

Pare che = It seems that

un salto = a jump

ci spostiamo a = we move to, we go to

comodamente = comfortably

la cornice = the frame

circonda = surrounds

gli avventori = patrons



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Vieni in un supermercato italiano con me?

It’s 7 pm and I’m in front of my favourite Italian supermarket. For me it’s time to do the shopping… Do you want to come?

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Intro in Italian

Oggi ti porto al supermercato con me, in un supermercato italiano in un giorno come tanti…


Al supermercato italiano

Sono le 19 e mi trovo all’ingresso del mio supermercato preferito, un discount italiano con un’offerta di prodotti scarsa ma di qualità. Mi piace proprio perché non mi dà tanta scelta e quindi non mi confonde le idee.

Nei supermercati grandi perdo sempre un sacco di tempo a confrontare i prezzi e a domandarmi se sia meglio una o l’altra marca.

Questa sera mi serve il carrello perché ho bisogno di comprare un po’ di cose pesanti. Di solito mi basta il cestino, ma chissà perché, nei discount italiani i cestini non sono mai disponibili. In questi casi, mi arrangio con le borse che mi sono portata da casa.

Quando ero piccola, le borse di plastica erano incluse nella spesa: te le dava la cassiera al momento del pagamento e non era necessario pagarle. Molti anni dopo, quando i giornali hanno iniziato a parlare del tema ambientale più assiduamente, i clienti che avevano bisogno di una borsa di plastica erano costretti a pagarla alcuni centesimi di Euro. Oggi, quelle buste sono rigorosamente biodegradabili e la gente ha piano piano imparato a ri-utilizzare le proprie borse della spesa, di tela o di plastica resistente.

In Italia, il carrello si può estrarre dalla fila grazie a una monetina da uno o due euro (dipende dai supermercati) a meno che tu non abbia conservato una monetina da 500 LIRE. Mia madre ne possiede quattro esemplari e ne ha dato uno a ciascun membro della famiglia: “Per il carrello” ci aveva detto in modo solenne nel momento in cui ci consegnò quel piccolo cimelio. Il suo valore in Euro corrisponde oggi a meno di 30 centesimi, ma possederla ti fa sentire parte di un gruppo esclusivo di fortunati.

All’ingresso del supermercato ci sono sempre dei mendicanti: persone che chiedono aiuto agli avventori che entrano ed escono dalle porte scorrevoli automatiche. Sono stranieri, uomini e donne con tratti etnici diversi da quelli degli autoctoni. Le loro richieste non sono quasi mai insistenti e, a differenza di molte altre persone, loro salutano sempre gli sconosciuti che incontrano.

Nei supermercati italiani si comincia sempre con il reparto di frutta e verdura, che spesso è un percorso obbligato. C’è un aspetto curioso, che mi ha fatto notare una ragazza tedesca che vive in Italia, legato a questo reparto: “Perché voi italiani usate sacchetti biodegradabili e poi obbligate la gente a usare guanti in plastica per scegliere frutta e verdura?” mi ha chiesto. “Bella domanda.” le ho risposto.

Dopo aver fatto scorta di frutta e verdura, mi avvicino al reparto gastronomia, un vero e proprio “paese dei balocchi” dove poter comprare salumi, formaggi e piatti sfiziosi cucinati seguendo ricette tradizionali. Questo reparto non è self-service: bisogna prendere “il numerino” da una macchinetta erogatrice e aspettare il proprio turno. Quando tocca a te, puoi iniziare una conversazione con l’addetto ai salumi che suonerà simile a questa:

  • “58?”
  • “Sì, sono io!”
  • “Mi dica…”
  • “Vorrei un etto di cotto per favore”
  • “Cotto… quale?”
  • “Mi dia quello in offerta, per favore”

Quindi, lui prenderà il prosciutto cotto (sì, l’intera coscia), lo posizionerà sull’affettatrice e inizierà ad affettarlo, riponendolo su una carta speciale. Poi, prenderà la carta e la metterà sulla bilancia per controllare il peso. Quasi sicuramente sarà corretto: un ettogrammo preciso, cento grammi di prosciutto cotto tagliato a fette sottili.

La mia spesa prosegue in modo piuttosto noioso e non so quanto possa interessarti che mi piace comprare lo yogurt al caffè o che io e Massimo abbiamo sviluppato una forte dipendenza per le olive taggiasche e le acciughe sottolio. Le compriamo praticamente ogni volta che andiamo al supermercato.

Però, volevo soffermarmi su un corridoio molto speciale: quello dei biscotti. I biscotti italiani sono diversi da tutti gli altri perché la loro funzione non è quella di semplici snack. No, i biscotti in Italia sono “i biscotti per la colazione”. Interi scaffali del supermercato contengono sacchetti di carta pieni di biscotti di ogni tipo: ci sono quelli a forma di goccia con dentro piccoli pezzi di cioccolato, quelli rotondi al cacao e ricoperti di granella di zucchero, quelli a forma di ciambella e così via… Gli italiani al mattino li inzuppano nel latte o nel caffè e non potrebbero vivere senza.

Ho quasi finito la spesa ma, prima di andare, scatto una fotografia per te. In questo periodo dell’anno gli scaffali di tutti i supermercati sono eccezionalmente colorati: si tratta degli involucri colorati che avvolgono le uova di Pasqua, grandi uova di cioccolato che attendono di essere aperte (anzi, diciamo pure “rotte”) la mattina di Pasqua. Dentro c’è sempre una sorpresa e io non vedo l’ora di scoprire cosa ci sarà dentro al mio uovo…

Vocabolario

scarsa = poor, low

di qualità = quality (adj.)

non mi dà = literally “It doesn’t give me”, meaning “It doesn’t offer me”

mi confonde le idee = It confuses me

perdo tempo = I waste time

un sacco = a lot (literally “a bag”)

la marca = the brand

mi serve = I need (the subject is what I need)

il carrello = the shopping cart

ho bisogno di = I need (the subject is I)

mi basta (qualcosa) = (something) is enough to me

chissà = who knows

i cestini = the shopping baskets

mi arrangio = I can manage with

la cassiera = the cashier (la cassa is the counter)

assiduamente = assiduously

le buste = the shopping bags

piano piano = step by step, little by little, gradually

la tela = cloth

la fila = the line

a meno che = unless

gli esemplari = samples (noun)

un cimelio = a relic

ti fa sentire = makes you feel

i mendicanti = beggars

gli avventori = patrons

le porte scorrevoli automatiche = automatic sliding doors

gli autoctoni = the local people

gli sconosciuti = the strangers

legato a = linked to, related to

fare scorta = stock up

“il paese dei balocchi” = the “Land of Toys” (quote from “Pinocchio” novel)

sfiziosi = delicious, tasty

la macchinetta erogatrice = the (small) ticket machine

Quando tocca a te = When it’s your turn

l’addetto ai salumi = the person in charge to serve salami

il prosciutto cotto = ham

la coscia = thigh

l’affettatrice = the slicing machine

affettare = to slice

riponendolo (riporre) = to put, to place it

la bilancia = the balance

le fette sottili = thin slices

prosegue (proseguire) = it goes on (to go on)

abbiamo sviluppato una forte dipendenza = we delevoped a strong addiction

soffermarmi = to stop (me) on

gli scaffali = shelves

li inzuppano (inzuppare) = to dunk them

gli involucri = the wraps

avvolgono (avvolgere) = to wrap



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Buon Anniversario, Dante Alighieri!

Mamma Mia. With what courage can I start talking about the man who is considered the father of the Italian language? I’ve thought about it a lot: should I do it or not? Will I be able to? In the end, I decided to do it because there is no better year or day than this: Dantedì, the day dedicated to Dante Alighieri, is March 25th and this year we celebrate the 700th anniversary of his death. So … let’s get started! Let’s start talking about Dante.

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Abstract in Italian

Mamma mia. Con che coraggio mi metto a parlarti dell’uomo che è considerato il padre della lingua italiana? Ci ho pensato su tanto: lo faccio o non lo faccio? Ne sarò in grado? (Ne sarò capace?). Alla fine, ho deciso di farlo perché non esiste né anno né giorno migliore di questo: il Dantedì, il giorno dedicato a Dante Alighieri, cade il 25 marzo e quest’anno nel 700esimo anniversario dalla sua morte. E allora… cominciamo! Cominciamo a parlare di Dante.


Il Dantedì e l’Accademia della Crusca

Da gennaio 2020 l’Italia ha una nuova giornata nazionale: il governo italiano ha infatti istituito il Dantedì (lo sai che “dì” significa = giorno), cioè la giornata dedicata a Dante Alighieri, il Sommo Poeta che ha scritto la “Divina Commedia”.

Il Dantedì si celebra il 25 di marzo e quest’anno è un anno molto speciale perché sono passati 700 anni dalla morte di Dante Alighieri.

Il 25 marzo è una data importante anche per un altro motivo, perché il 25 marzo del 1583 nasceva l’Accademia della Crusca.

C’è un legame tra il Dantedì e l’Accademia della Crusca e ora te lo spiego.

La Crusca è la più antica accademia linguistica del mondo, nata a Firenze e volta a monitorare l’evoluzione della lingua italiana (perché lo sai, la lingua è fluida e cambia costantemente, semplicemente usandola).

Beh, Dante e la lingua italiana hanno un legame fortissimo, infatti il Sommo Poeta è considerato addirittura il “padre della lingua italiana”.

Il padre della lingua italiana

Ma perché Dante è il padre dell’italiano? Beh, perché lui ha avuto il coraggio di… inventare.

Sì, al suo tempo i libri che erano considerati degni di essere scritti e divulgati, erano tutti in latino. Il latino era la lingua dei letterati, di coloro che avevano studiato e potevano permettersi di fare ragionamenti profondi.

Il popolo invece, parlava in “volgare” , una lingua pratica che serviva per vivere la vita di tutti i giorni.

E invece Dante ha scelto di usare proprio il volgare per scrivere la sua famosa “Divina Commedia” in cui parlava di temi alti come l’amore, ma anche di temi bassi come i peccati, la morte e le cose che accadono al corpo.

Dante, quindi, ha legittimato l’uso dell’italiano volgare, quello che era usato dalla maggior parte delle persone del suo tempo (stiamo parlando di oltre 700 anni fa; Dante è infatti vissuto tra il 1265 e il 1321).

Ma Dante ha fatto di più. Lui ha deliberatamente inventato delle parole e delle frasi. Per esempio, nessuno prima di lui aveva mai scritto “Non mi tange” (ovvero “Non mi tocca”, nel senso che “Non mi interessa”). Oggi tante persone citano questa frase nel linguaggio parlato.

Dante raccontava storie e chi ama le storie sa giocare con le parole. Inoltre, lui pensava anche ai suoni delle parole: la Divina Commedia è, di fatto, una lunghissima poesia. Infatti, è tutta scritta in versi, con una struttura divisa in tre parti (l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso), ciascuna composta da 33 canti (l’Inferno ne ha uno in più, che è l’introduzione) che sono scritti in terzine incatenate di endecasillabi.

Questo significa che ogni verso (ogni riga) finisce con una parola che ha sempre lo stesso accento. Inoltre, la regola della terzina incatenata (che oggi si chiama “terzina dantesca”) è questa: ABA BCB CDC ecc.

Facciamo un esempio. Prendiamo un estratto dal Canto III dell’Inferno.

«Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa.»

Virgilio, che è la guida di Dante sia nell’Inferno sia nel Purgatorio, gli dice: non fermarti con queste persone, non meritano attenzione. Queste persone sono i cosiddetti “ignavi” cioè quelli che nella loro vita non hanno mai preso una posizione (per esempio politica), ma semplicemente hanno vissuto senza farsi tante domande e quindi evitando i problemi (forse per viltà, secondo Dante, che è ovviamente anche l’autore e non solo il protagonista).

Oggi l’espressione “guarda e passa” si usa in tante occasioni. Per esempio, quando la mamma è al supermercato con suo figlio piccolo e lui vorrebbe toccare tutto, prendere le cose più colorate e metterle nel carrello della spesa. La mamma allora potrebbe dirgli: “Michele, lascia stare! Guarda e passa…”

Un uomo innamorato

Devo ammettere che non sono una grande esperta di Dante, anzi, proprio per niente. Per il poco che lo conosco, mi sono però fatta una certa idea di lui. Dante, secondo me, era un uomo innamorato. Ma non innamorato solo di Beatrice, come tutti sanno, bensì della vita stessa.

Lui era una persona che aveva fatto tante esperienze di vita. Non era solo “un uomo di studi” anche se passava tantissimo tempo sui libri ed era appassionato della letteratura che adesso noi chiamiamo classica. Aveva studiato il latino profondamente e la Divina Commedia ci mostra la sua profonda sensibilità verso i temi più importanti della vita (come la morte!).

Ma Dante, sapeva anche uscire fuori casa per occuparsi di questioni più pratiche. Forse non lo sai ma Dante era stato un soldato, aveva combattuto nella battaglia di Campaldino in cui la sua fazione, quella dei Guelfi fiorentini, aveva battuto i Ghibellini di Arezzo. Dante infatti, era anche un politico e aveva avuto l’occasione di viaggiare (dopo te ne parlo meglio).

Però, il suo cuore, non ha mai viaggiato verso altri amori: il suo grande amore di bambino, Beatrice, è rimasto vivo anche dopo la prematura morte di quella ragazza che è stata l’unica in grado di immobilizzarlo. Le parole che nella sua intera vita ha potuto scambiare con Beatrice sono pochissime, forse si contano sulle dita di una mano! Sappiamo che l’ha conosciuta durante un gioco da bambini e se n’è subito innamorato. Poi, una volta, l’ha incontrata per strada. Lei lo ha salutato e… lui non ha saputo neanche rispondere. Ti è mai capitato di comportarti così con qualcuno?

I luoghi di Dante

Come ti dicevo, Dante ha viaggiato molto. In realtà è stato anche costretto, infatti, quando lui era impegnato in politica e fu nominato “priore” di Firenze (il priore era un rappresentante), fu mandato a Roma. 

Ma nel frattempo, quindi mentre lui era a Roma, il governo della sua città cambia. Il suo partito perde potere e lui viene condannato! Non può più tornare a Firenze, altrimenti lo arresterebbero e lo ucciderebbero!

Da quel momento (è il 1301 e Dante ha circa 35 anni) inizia a vagare per tutta Italia. Trova ospitalità ad Arezzo, che è la città toscana dove – molti anni dopo – è stato girato il film “La Vita è bella”, e poi a Forlì che è una bella città che si trova in Emilia Romagna. Dopo aver partecipato a riunioni politiche nelle campagne di queste due regioni, si sposta più a nord e arriva a Verona. Nell’estate del 1304 si stabilisce forse a Bologna e scrive moltissimo. Lavora al Convivio, un trattato filosofico, e al De vulgari eloquentia, in cui parla dell’importanza della lingua volgare ma scrivendo in latino, perché si rivolge ai “dotti” del suo tempo.

Dante poi torna verso la Toscana, in una zona che oggi è a metà con la Liguria che si chiama Lunigiana. Proprio qui, inizia a scrivere la sua “Commedia”, che poi verrà chiamata “Divina”. Vivrà a Lucca, soggiornerà in Francia, tornerà a Forlì, visiterà Milano, Genova, Pisa. Tenterà in tutti i modi di tornare a Firenze. Scriverà anche una lettera ai cittadini ma nessuno gli risponderà, anzi! Nel 1315, dopo che Dante si rifiuta di accettare le condizioni di umiliazione necessarie per poter rientrare a Firenze, il governo della città condanna lui e i suoi figli a morte per decapitazione.

Gli ultimi anni della sua vita, li trascorre un po’ a Verona, un po’ a Ravenna e infine a Venezia. Ma in questo ultimo viaggio si ammala e muore, a Ravenna, quando ha 56 anni. Intanto, ha finito di scrivere la Divina Commedia e ha lasciato parti di sé in tutta Italia e, oggi possiamo dire, anche in tutto il mondo.

La tomba di Dante si trova nella meravigliosa città di Ravenna che, quando questa pandemia finalmente finirà, ti invito a visitare.

Vocabolario

un motivo = a reason

te lo spiego = I’ll tell you / explain to you

volta a = has the purpose to

un legame = a bond

degni di = worthy of

permettersi di = afford to

ragionamenti = reasonings

citano = they quote

una riga = a line

non meritano = they don’t deserve

la viltà = cowardice

carrello della spesa = shopping cart

“lascia stare!” = leave it!

proprio per niente = not at all

Per il poco che… = “for the little that”…

mi sono fatta un’idea (farsi un’idea di/su) = I got an idea of him

stessa = itself

la fazione = the political party (a faction)

aveva battuto = had beaten

in grado di = able to

immobilizzarlo = immobilize, freeze

“si contano sulle dita di una mano” = we can count them on one hand (they are few)

impegnato in = committed to

nel frattempo = in the meantime, meanwhile

altrimenti = otherwise

vagare = wander, roam

è stato girato (girare un film) = the movie was filmed

si rivolge a (rivolgersi a) = addresses to

i “dotti” = the wise

Tenterà (tentare) = he’ll try

decapitazione = beheading, decapitation

trascorre (trascorrere) = spend



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La festa della donna in Italia

This week the world celebrates Women’s day, March 8th. But I’m not going to tell you about great Italian women, even if there are so many, because what I can better do is telling you three simple personal stories: something about childhood, something about youth and something about being a woman in Italy these days. You’ll also find out what a “mimosa” is and why you’d see many yellow flowers if you were in Italy this week.

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Una storia da bambina

Da bambina leggevo sempre un giornalino (un fumetto) che si chiamava “Minnie” e che era la versione femminile di Topolino (Mickey Mouse): un libretto che usciva in edicola ogni mese e che raccoglieva le famose storie della Disney, ma pensate per e indirizzate a… le bambine.

Una di queste storie, la ricordo ancora oggi. Minnie e la sua amica si lamentavano di vivere in un mondo maschilista e desideravano che potesse esistere un mondo senza uomini. Un mondo fatto di sole donne!

Detto, fatto! Quando si risvegliarono, il giorno dopo, scoprirono che tutti gli uomini erano spariti dalle case, dalle strade, dai negozi… in giro c’erano solo donne che vivevano in un nuovo equilibrio.

A un certo punto, però, la macchina di Minnie si rompe e così lei è costretta ad andare dal meccanico. Quando arriva, trova una bellissima “meccanica” che sta seduta su uno pneumatico. Minnie le spiega il problema ma la meccanica le risponde che non la può aiutare, altrimenti si rovinerebbe lo smalto rosso che ha appena messo sulle unghie.

Minnie è costretta a tornare a casa a piedi, ma prima di rincasare, si ferma al supermercato. Quando arriva alla cassa, un gruppetto di donne inizia a litigare e impedisce a Minnie di poter pagare la sua spesa.

Sconsolata, Minnie arriva a casa. È molto stanca e affamata, ma deve contare solo su quello che troverà nel frigorifero perché non ha potuto concludere la spesa. Sfortunatamente, scopre che la corrente elettrica è mancata per tutto il giorno nella sua casa e non sa come fare per risolvere il problema. In casa non c’è nessun uomo ad aiutarla.

Minnie va a letto, al buio e senza cena. La mattina seguente si sveglia e scopre che è stato solo un brutto sogno… un incubo! Vede Topolino accanto a lei e, senza svegliarlo, scende in cucina per preparargli la colazione. Quanto si sente fortunata ad avere un uomo a cui dedicarsi!

Una storia da ragazza

Quando si è adolescenti, è facile sentirsi persi. Ci sono tante esperienze da fare e il passaggio da bambini a ragazzi non è sempre facile. Nemmeno quello da bambine a ragazze, a dire il vero.

Io per esempio, intorno ai vent’anni ho iniziato il mio primo lavoro che comportava una certa responsabilità. Voglio dire, non facevo solo ripetizioni di inglese alle ragazzine del mio quartiere, ma avevo trovato lavoro come cameriera in un pub fuori città.

Fare la cameriera è un lavoro complicatissimo: non si tratta solo di portare piatti e bicchieri dalla cucina ai tavoli, ma di gestire un milione di imprevisti. Magari mentre stai tornando verso il bancone del bar, qualcuno ti grida una nuova ordinazione e tu non fai in tempo a prendere il bloc-notes per appuntartela che già ne arriva un’altra. Magari mentre stai per prendere le ordinazioni a un tavolo, arrivano dei nuovi clienti e tu devi scegliere chi fare aspettare: qualcuno in ogni caso sarà scontento dell’attesa.

Quando tornavo a casa dopo una serata impegnativa al pub, mi sentivo molto sconsolata: mi rendevo conto di essere troppo lenta, poco intuitiva e con la memoria troppo corta. Certe volte, piangevo disperata, convinta di essere completamente incapace.

In quel periodo uscivo con un ragazzo più grande di me. Lui non aveva fatto l’università e quindi lavorava già da anni. Mi faceva sedere sul sedile della sua auto e passavamo le serate così, in macchina. Il più delle volte, io ero triste e con le lacrime agli occhi. Avevo bisogno di qualcuno che mi desse un consiglio su come comportarmi in quel nuovo mondo, il mondo del lavoro.

Ricordo ancora il suo sguardo duro e la sua voce arrabbiata che mi diceva queste parole:

Tu non sei fatta per il mondo del lavoro.

Una storia da donna

Oggi che il mondo del lavoro l’ho esplorato sotto alcune sfaccettature, ho capito che mi piace molto… farmelo da me. Mi sono creata il mio, di mondo del lavoro.

Da qualche mese, ho preso in affitto una scrivania in un coworking space che è stato ricavato in una antica chiesa della mia città. Sto molto bene lì: posso lavorare in tranquillità, fare le lezioni con i miei studenti e, quando mi voglio riposare, fare pausa insieme a uno dei coworkers.

L’altra mattina, uno di loro mi ha chiesto di prendere un caffè insieme e io ho accettato volentieri. Quando eravamo l’uno di fronte all’altra, accanto alla macchinetta del caffè, lui mi ha fatto i complimenti… per le mie gambe.

Ha detto che lui ama la bellezza, per lui è molto importante. Ha aggiunto che si vede che faccio sport e che anche lui è uno sportivo. E abbiamo iniziato una bella discussione sull’importanza di fare attività fisica, specialmente in questo periodo.

Quando sono tornata a casa, la sera, ho raccontato quella scena al mio ragazzo. Mentre stavamo cenando, gli ho chiesto quale fosse la prima cosa che un nuovo collega gli avesse mai detto sul luogo di lavoro. Le risposte che mi ha dato erano tutte piuttosto noiose, ma nessuna di quelle riguardava l’aspetto fisico.

In Italia per la festa della donna si regala la mimosa

Qualcuno dice che puzza, qualche donna si rifiuta di riceverla.

Sta di fatto che nel nostro Paese la mimosa è il simbolo della festa della donna dal 1946, quando Teresa Mattei – partigiana e dirigente nazionale dell’Unione Donne Italiane – insieme a Teresa Noce e a Rita Montagnana inventa l’uso di questo fiore che oggi viene regalato alle donne ogni 8 di marzo.

Tutti gli anni, in questo giorno, i fioristi delle città italiane si colorano di giallo.

La mimosa, infatti, è un fiore rotondo e piccolo che cresce a rametti in grandi quantità su una pianta che appartiene alla famiglia delle acacie.

Questa pianta è speciale nella sua semplicità. In Italia la mimosa cresce spontaneamente e per questo è considerata un fiore economico: è alla portata di tutti, cioè tutti possono permettersi di regalarla.

La mimosa riesce a crescere su terreni difficili e per questo rappresenta un valore magnifico: la resistenza.

La resistenza è delle donne che l’hanno usata per la prima volta, ma è anche la resistenza di tutte le donne, capaci di rialzarsi dopo ogni difficoltà.

Vocabolario

un giornalino = a magazine for teenagers

un fumetto = a comic

l’edicola = newsstand (in Italy It’s a kiosk)

indirizzate a = addressed to

si lamentavano (di) = they complained (about)

maschilista = male-dominated

si risvegliarono (passato remoto) = they woke up

scoprirono (passato remoto) = they found out

erano spariti = they disappeared

in giro = around

la macchina = the car

si rompe = it breaks down

è costretta (a) = is forced to

il meccanico = the mechanic

uno pneumatico = a car wheel, a tire

lo smalto rosso = the red nail polish

rincasare = to go home

la cassa = the crate

litigare = to argue

impedisce = it stops

sconsolata = desolate

contare su = to count on

la corrente elettrica è mancata = there was outage of electricity

un incubo = a nightmare

le ripetizioni = tutoring

il quartiere = the neightborhood

gestire = to manage

gli imprevisti = unexpected events

ti grida = (someone) shout an order at you

una ordinazione = an ordination

appuntare = to take notes

fare aspettare = to make/keep someone wait

scontento = disgruntled

il sedile dell’auto = the car seat

un consiglio = a suggestion

le sfaccettature = facets, aspecrs

ho preso in affitto = I rented

è stato ricavato = is housed, is hosted, has been converted into

fare pausa = take a break

faccio sport = to play sports

una bella discussione = an interesting debate

una scena = a scene (figurative)

un collega = a colleague

puzza = it smells

partigiana = partisan, anti-fascist

viene regalato = è regalato = is given as a present

appartiene a = it belongs to

economico = cheap

è alla portata di tutti = is accessible to all

permettersi di = afford to

rialzarsi = to rise again



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Il Festival di Sanremo

This week we talk about an Italian event related to music. This year it will take place from March Tuesday 2nd to Saturday 6th. Since 1951 many Italian singers compete on one of the most famous stages in Italy, the Ariston Theatre in Sanremo, a charming city by the sea of Liguria.

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Un evento molto discusso

Come tutti gli anni, in Italia c’è un evento che è sempre molto discusso, che piaccia o no.

Questo evento nel 2021 inizia martedì 2 e finisce sabato 6 marzo. Non riguarda la religione o non riguarda il cinema, l’ambiente, il cibo o una categoria sociale… riguarda la musica.

Prima di spiegarti di cosa si tratta, vorrei fare con te un breve viaggio nel tempo. Anche questa volta, ti suggerisco di indossare un paio di cuffiette (auricolari) e di metterti comodo o comoda… perché ne sentirai delle belle!

Una storia di canzoni (e non solo)

Siamo nel 1951 e ci troviamo in una città della Liguria affacciata sul mare. Questa città è chiamata anche “la città dei fiori” e piace molto ai turisti che amano passeggiare lungo l’elegante lungomare, attorniati dai magnifici fiori della riviera e dai casinò.

È da poco finita la guerra e in Italia si respira un clima di rinascita. Una sera, nel Salone delle feste del Casinò Municipale della “città dei fiori” viene organizzata una gara di canzoni italiane.

Due anni dopo, nel 1953, l’evento diventa a pagamento e i giornali incominciano a parlarne.

Passano altri due anni e la RAI, la televisione statale italiana, fa un collegamento televisivo con questo evento – in seconda serata (cioè tardi alla sera).

Voliamo ora al 1958, quando Domenico Modugno (forse molti di voi lo conoscono come “Mr Volare”) partecipa alla gara con una delle canzoni italiane più famose al mondo: “Nel blu dipinto di blu“. In Italia sono anni felici, di grande crescita economica e ottimismo generale che porta anche gli italiani ad accogliere un nuovo ritmo nelle loro feste: il rock’n roll!

Ed ecco che sul palco compare Adriano Celentano, un famosissimo cantante italiano noto anche come “Il Molleggiato” per le sue movenze simili a quelle di una molla (prova a guardare il video di 24000 Baci per capire di cosa sto parlando!).

Insieme a Celentano, non posso che citarti la grande Mina, che con la sua voce e il suo fascino ha tenuto incollati alla televisione gli spettatori Italiani per tutti gli anni Sessanta. Quando Mina cantava le sue “Mille bolle blu” era il 1961 e la gara musicale di cui stiamo parlando era oramai nota in tutta Italia come “Il Festival di Sanremo”.

Alla fine degli anni Sessanta, un ragazzo di 29 anni sale sul palco di Sanremo e canta queste parole:

“Guardare ogni giorno
Se piove o c’è il sole
Per saper se domani
Si vive o si muore
E un bel giorno dire basta e andare via”

La canzone si chiama “Ciao amore, ciao”, è bella e arriva quasi in finale ma alla fine non ci riesce e viene eliminata dalla gara. Quella stessa notte, dopo l’esibizione, Luigi Tenco si suicida in una camera d’albergo di Sanremo.

Questo evento tragico non interrompe l’appuntamento con il Festival di Sanremo, che negli anni diventa sempre più celebre e sempre più discusso: vi partecipano grandi ospiti nazionali e internazionali, con esibizioni che tengono tutti incollati alla tv ogni sera.

Dal 1977 la sede del Festival di Sanremo diventa il Teatro Ariston, sul cui palco festeggiano la vittoria canzoni che ora sono famosissime come:

1987: Umberto Tozzi, Gianni Morandi ed Enrico Ruggeri – Si può dare di più
1988: Massimo Ranieri – Perdere l’amore
1996: Ron e Tosca – Vorrei incontrarti fra cent’anni

Ma forse, le canzoni italiane che sono diventate ancora più famose di quelle che hanno vinto il Festival di Sanremo, sono quelle che NON l’anno vinto.
Per esempio, nel 1983 c’erano 36 canzoni in gara, di cui 26 arrivarono in finale. La canzone “Vita spericolata” di Vasco Rossi arrivò penultima e… Oggi non c’è italiano che non l’abbia canticchiata almeno una volta nella vita!

Il Festival di Sanremo oggi

Ma che cosa rappresenta il Festival di Sanremo per gli italiani di oggi?

Beh, è difficile da dire. I più anziani ripetono che “non esistono più le canzoni di una volta” e i più giovani non sembrano interessati a passare le loro serate davanti alla tv a guardare il Festival di Sanremo. Tuttavia, tutti ne parlano. In questo periodo dell’anno, tutti gli anni, i giornali, le radio e la televisione parlano di Sanremo. E ora anche i social media.

Quando lavoravo in televisione, ricordo che in questi giorni tutte le logiche di mercato erano stravolte: tutto si bloccava perché i dati di ascolto salivano alle stelle in modo eccezionale.

Infine, vorrei farti ascoltare tre canzoni che hanno vinto Sanremo negli ultimi anni e che personalmente mi piacciono molto. Ti auguro un buon ascolto e ti dò appuntamento alla prossima settimana (quando il Festival di Sanremo, sarà ormai finito).

2013: Marco Mengoni – L’essenziale (Qui all’Eurovision Song Contest)
2014: Arisa – Controvento (videoclip)
2017: Francesco Gabbani – Occidentali’s Karma (videoclip)

Vocabolario

molto discusso = very debated

“che piaccia o no” = you like it or not

riguarda = is about

spiegarti = to explain to you

le cuffiette = gli auricolari = earphones

“ne sentirai delle belle!” = you may have a little fun (literally: you’ll hear nice ones)

affacciata sul mare = overlooking the sea

il lungomare = the promenade

attorniati (da) = surrounded by

la rinascita = rebirth

una gara = a competition

a pagamento = paid

incominciano a = start to

un collegamento televisivo = a television broadcast

accogliere = to welcome

noto / nota come = known as, famous as

le movenze = movements

una molla = a spring

il fascino = the charm

“incollati alla televisione” = literally: glued to the television

il palco = the stage

non ci riesce = it didn’t succeed

si suicida > suicidarsi = to commit suicide

celebre = famous

festeggiano > festeggiare = to celebrate

arrivarono in finale > arrivare in finale = to reach the final stage of the competition

la penultima = the second last

canticchiata > canticchiare = to hum

erano stravolte > stravolgere = to upset, to overturn

i dati di ascolto = television audience data

salivano alle stelle > salire alle stelle = to skyrocket

Buon ascolto! = Enjoy the music!

ti dò appuntamento a > darsi appuntamento a = I’ll see you next week!


Purtroppo, non è rimasta nessuna traccia video dell’ultima esibizione di Luigi Tenco in seguito a un incendio negli archivi RAI. Ti propongo quindi la versione di “Ciao amore ciao” cantata da Dalida, l’artista italiana naturalizzata francese che aveva presentato la canzone insieme a Tenco.

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Una sola intelligenza? Meglio nove!

Today’s topic is intelligence. Well, no. Actually we’ll talk about many intelligences. In fact, there’s an American psychologist and professor who is famous for his theory of multiple intelligences. He thinks we can’t say that a person is more or less intelligent, but we can talk about the kind of intelligence that is more or less developed in a certain person. What does this have to do with our main topic? I mean, Italian language, Italians, Italy… Well, you’ll find out that this has a lot to do with you learning Italian 😉

Cosa significa essere intelligenti?

“Non esistono bambini stupidi, esistono bambini che non si applicano.”*

*“There are not stupid children, there are only not committed ones”.

Questa frase, nelle scuole italiane, veniva ripetuta spesso dalle mie maestre. La dicevano per incoraggiare noi bambini a studiare di più, quando prendevamo un brutto voto in una verifica. Ma la dicevano anche per incentivare i nostri genitori a farci studiare di più, a seguirci meglio con i nostri compiti a casa.

In apparenza quella può sembrare una frase positiva, ma in realtà nasconde una certa negatività. Un senso di colpa sbilanciato completamente verso lo studente: è lo studente ad avere tutta la responsabilità per i suoi successi… E per i suoi fallimenti.

Quella frase non tiene conto di un altro personaggio importante (importantissimo!) nella storia: l’insegnante.

La teoria delle intelligenze multiple

Quando studiavo per diventare insegnante di italiano per stranieri, mi sono imbattuta in una teoria che mi è piaciuta al primo colpo e che non vedevo l’ora di condividere con te.

Si tratta della “Teoria delle intelligenze multiple” di Howard Gardner, uno psicologo e docente statunitense nato nel 1943 e famoso per aver stravolto il modo di concepire l’intelligenza. Secondo Gardner, non ha senso parlare di Q.I., cioè di Quoziente Intellettivo o di Quoziente d’Intelligenza perché questa misura non tiene conto delle differenze.

Invece, ciascuno di noi è diverso e questa diversità è data dalla combinazione di diversi tipi di intelligenza che convivono nella stessa persona. Ogni persona può avere una certa intelligenza più sviluppata rispetto alle altre: questa “dominanza” di un tipo di intelligenza può essere causata da molti motivi, come la personalità, l’ambiente, la famiglia, la cultura…

Le sette (o nove) intelligenze di Gardner

Le intelligenze multiple studiate da Gardner sono sette, a cui poi se ne aggiungono altre due:

  1. L’intelligenza linguistica
  2. L’intelligenza logico-matematica
  3. L’intelligenza spaziale
  4. L’intelligenza corporeo-cinestesica
  5. L’intelligenza musicale
  6. L’intelligenza intrapersonale
  7. L’intelligenza extrapersonale
  8. L’intelligenza naturalistica
  9. L’intelligenza esistenziale

Ok, ora proviamo a spiegarle una per una. Pronti? Via!

L’intelligenza linguistica è la capacità di cogliere sfumature di significato e di scegliere le parole più opportune per esprimere un concetto. Anche se tu stai imparando l’italiano a livello principiante, puoi manifestare questa intelligenza. Ad esempio, quando cerchi una parola nel vocabolario e non ti accontenti di quelle che già conosci.

L’intelligenza logico-matematica è la capacità di schematizzare in modo logico quello che succede attorno a te. Si tratta della capacità di dedurre dei concetti semplici a partire da problemi complessi e di fare delle inferenze. Per esempio, proprio in questo momento stai leggendo o ascoltando un testo in una lingua straniera e sono sicura che non stai capendo tutte le parole, ma riesci a dedurre il senso generale aiutandoti con alcuni indizi e con il contesto.

L’intelligenza spaziale è quella che ti permette di disegnare. Sì, perché si tratta della capacità di riconoscere gli oggetti in base alla loro forma e quindi anche di riprodurli. Chi ha intelligenza spaziale, ha anche una grande sensibilità ai dettagli; inoltre, queste persone riescono molto bene a memorizzare le parole nuove attraverso le immagini. Guardare un film in italiano o leggere un fumetto in italiano è l’ideale per le persone che hanno l’intelligenza spaziale molto sviluppata (e vogliono imparare italiano, ovviamente!).

Chi possiede l’intelligenza corporeo-cinestesica ha una padronanza del corpo che gli permette di coordinare bene i movimenti, come i ginnasti e i ballerini. Ok, per lezioni tra adulti che si incontrano su Zoom questa intelligenza non è molto utile, ma per i bambini è fondamentale. Attraverso il gioco attivo, quello che permette di correre o di usare il corpo, i bambini possono imparare tantissimo!

L’intelligenza musicale è quella che permette di riconoscere i suoni, di memorizzarli e di riprodurli con la voce o con uno strumento musicale. Grazie a questa intelligenza, riesci a imparare nuove parole in italiano ascoltando una canzone di Lucio Battisti o di Diodato.

L’intelligenza intrapersonale è molto, molto importante per scelte di vita e di lavoro… E anche per essere studenti più consapevoli e coraggiosi. Si tratta della capacità di comprendere quali sono i propri punti di forza e di debolezza.

L’intelligenza interpersonale è quella che un buon insegnante dovrebbe sempre avere: la capacità di mettersi nei panni degli altri. A dire il vero, anche lo studente che sa mettersi nei panni dell’insegnante può avere questo tipo di intelligenza, magari intuendo che, se l’insegnante un giorno annulla la lezione all’ultimo momento, deve avere un buon motivo per farlo.

L’intelligenza naturalistica consiste nel saper individuare determinati oggetti naturali, classificarli in un ordine preciso e cogliere le relazioni tra loro. Si tratta di un’intelligenza molto importante oggi, mentre stiamo vivendo una grave crisi ambientale. Tra i miei studenti, molti vivono in campagna e io sono sempre felice quando mi parlano delle piante e della natura che li circonda, ricordandomi che esiste un mondo meraviglioso fuori da casa mia.

Infine, l’intelligenza esistenziale o teoretica è quella capacità di riflettere consapevolmente sui grandi temi della vita, come la natura dell’universo e della coscienza umana.

A questo punto devo confessarti una cosa: mentre scrivevo la spiegazione per ogni intelligenza, mi sono immaginata dei volti. Per ogni intelligenza avevo chiaramente in mente quale studente a cui pensare.

La verità è che penso che la mia intelligenza sia proprio quest’ultima: amo parlare di temi profondi, ma capisco anche che non è così per tutti. Non perché gli altri siano meno intelligenti, ma perché siamo tutti diversi e – ora farò una citazione da un libro molto interessante – “un bravo insegnante deve saper variare il tipo di attività per non premiare inconsapevolemente lo studente che gli assomiglia di più.” (Fare educazione linguistica – Paolo E. Balboni)

In conclusione, voglio lasciarti con la stessa frase con cui ho iniziato questa lunga lettera, ma leggermente cambiata:

“Non esistono bambini stupidi e nemmeno adulti stupidi. Esistono insegnanti (in)capaci di capire la loro intelligenza.”*

*“There are no stupid children, nor stupid adults. There are teachers (un)able to understand their intelligence.”

Ascolta la storia

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Vocabolario

prendevamo un brutto voto in una verifica = (when) we took a bad mark in a test

incentivare = to boost

farci studiare di più = to make us study more

seguirci meglio = to better follow our studies

senso di colpa = the guilt (feeling)

sbilanciato = unbalanced, off balance

i fallimenti = failures

non tiene conto di > non tenere conto di = don’t take into consideration, not to consider

l’insegnante = the teacher

stranieri = foreigners

mi sono imbattuta (in) > imbattersi (in) = to come across

al primo colpo = on the first try

condividere = to share

aver stravolto > stravolgere = to overturn, to upset

convivono > convivere = to live together, to live wìth

se ne aggiungono > aggiungersi = to be added

spiegarle > spiegare loro (le intelligenze) = to explain

una per una = one by one

Pronti? Via! = Ready?Go!

cogliere sfumature di significato = to get (to understand) nuances of meaning

opportune = proper

esprimere = to express

non ti accontenti di > non accontentarsi di = don’t settle for /not to be satisfied with

attorno = around

dedurre = to deduce

gli indizi = the clues

ti permette di > permettere di = to be allowed to (that intelligence allows you to…)

riprodurli > riprodurre loro (gli oggetti) = to replicate

un fumetto = a comic

sviluppata = developed

la padronanza = the mastery

le scelte = choices

“mettersi nei panni degli altri” = put themselves in others’ shoes.

intuendo > intuire = to guess

annulla > annullare = to cancel

grave = serious

ambientale = environmental

coscienza = conscience

la spiegazione = the explanation

i volti = faces

variare = to vary

inconsapevolmente = unknowingly

gli assomiglia > assomiglia a lui > assomigliare a qualcuno = to resemble

leggermente = slightly



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Il Carnevale in Italia

Today’s topic is Carnival, a feast that belongs to the Catholic tradition and that is celebrated in Italy with some differences among the country. Italians have a saying: “during Carnival… every joke counts!” which is pretty true, actually. For example, in the Italian city of Ivrea (Piedmont) every year there’s an authentic battle of oranges! Yes, people throw oranges against each other! In the end I’ll tell you something about the typical Carnival food and I’ll offer you my mother’s recipe 😉

Il Carnevale in Italia

Il Carnevale è una festa di tradizione cattolica che non ha una data fissa nel calendario italiano: ogni anno cambia, proprio come la Pasqua, a cui è legata.

Infatti, la parola “Carnevale” deriva dal latino carnem levare, cioè “levarsi”, “allontanarsi”, “astenersi” dal mangiare la carne fino a Pasqua.

I giorni più importanti del Carnevale sono due: il “giovedì grasso” (il primo giorno) e il “martedì grasso” (l’ultimo giorno). Come puoi notare, in mezzo ci sta il weekend, cioè il fine settimana. Durante quei giorni, tutto è concesso: si mangia, si beve, si festeggia e soprattutto… si scherza.

C’è un detto molto famoso, ripetuto ogni anno in questo periodo:

A Carnevale, ogni scherzo vale!*

*during Carnival… every joke counts!

Mi ricordo ancora quando, da ragazzina, mi chiudevo in casa sperando che i festeggiamenti di Carnevale finissero presto. Non volevo uscire in strada e rischiare di incontrare altri ragazzini che mi avrebbero “presa di mira“… per non dire cose peggiori.

E poi, avevo paura dei petardi. Come a Capodanno, per Carnevale si sparano molti petardi nelle strade delle città italiane.

Il Carnevale, tuttavia, ha anche qualcosa di bello.

Per esempio, per un’intera settimana ci si può travestire come si vuole! E ci si può trasformare così in personaggi esuberanti senza paura di essere giudicati. Anzi, più il tuo costume di Carnevale è strano, più le persone ti ammireranno! (Proprio il contrario di ciò che accade normalmente, non è vero?)

Dal punto di vista sociale, il Carnevale è stato istituito come sfogo. In un unico giorno dell’anno, tutto è concesso e l’ordine sociale viene sovvertito. In passato, le differenze sociali venivano annullate: nobili e popolani si accalcavano nelle piazze cittadine per festeggiare insieme. I padroni non erano più padroni e i servi non erano più servi. Persino la giustizia “chiudeva un occhio” sulle malefatte dei cittadini.

Di fatto, si trattava di un modo per sfogare la violenza, prima di un periodo di sacrifici e penitenze (la Quaresima).

Il Carnevale è piuttosto violento. Pensa al Carnevale di Ivrea, un piccolo comune piemontese famoso proprio per il modo in cui festeggia il Carnevale. Ecco cosa succede: una vera e propria “battaglia delle arance” tra gli “aranceri a piedi” e i “tiratori di arance” che si trovano sopraelevati su carri trainati da cavalli e rappresentano i potenti. Tu sei mai stato colpito o colpita da un’arancia lanciata con forza? Secondo me, non dev’essere piacevole. Per fortuna, c’è un modo per sfuggirne, senza necessariamente chiudersi in casa: tutti coloro che indossano un berretto rosso, vengono risparmiati.

I carri del Carnevale sono famosi in tutte le città e solitamente ospitano enormi sculture di cartapesta che prendono in giro, appunto, i potenti. I politici, ovviamente, non possono mancare.

Altri “Carnevali” famosi in Italia sono quello di Venezia, con le sue maschere eleganti e raffinate, quello di Cento (in Emilia Romagna) che si chiama “delle arti e dei mestieri”, quello di Viareggio (in Toscana) che si svolge lungo il mare, quello di Fano (nelle Marche), che è il più antico d’Italia, quello di Mamoiada (in Sardegna) che ha per protagonisti misteriosi personaggi chiamati “Issohadores”, quello di Putignano (in Puglia) che si svolge ogni giovedì durante diverse settimane e dedica ogni giorno a una categoria di persone – come “I Pazzi” – e il Carnevale di Arcireale (in Sicilia) che è coloratissimo per via dei fiori che decorano alcuni carri.

Non dimentichiamoci del Carnevale Ambrosiano, che si festeggia a Milano e dura oltre il “martedì grasso”. Questo evento è legato a un episodio del passato: quando Sant’Ambrogio, che a quell’epoca era vescovo di Milano, fece richiesta alla popolazione di attendere il suo ritorno da un pellegrinaggio per poter dare inizio alla Quaresima.

Quando facevo l’Università a Milano ero felicissima: in occasione del Carnevale Ambrosiano le lezioni erano sospese per alcuni giorni!

Infine, veniamo al cibo. I piatti tipici di Carnevale sono dei dolci: le frittelle ricoperte di zucchero e le “chiacchiere”. Queste ultime possono essere fritte in una grande pentola piena di strutto oppure cotte al forno. La loro forma, così come il loro nome, cambia di luogo in luogo. A Piacenza si chiamano “sprelle” e sembrano dei fiocchi intrecciati con i bordi seghettati.

Ho chiesto a mia mamma la ricetta delle sue sprelle per condividerla con te. Ho scelto di scansionare* la versione scritta a mano su carta, perché ha un valore che nessuna ricetta digitale potrà mai avere.

(*alla fine ho preferito scattare un foto).

Ascolta la storia

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Vocabolario

deriva > derivare da = to result from

astenersi = to refrain

scherza> scherzare = to joke

un detto = a saying

presa di mira > prendere di mira = to target (to being targeted)

travestirsi = to dress up

non è vero? = isn’t it?

uno sfogo = an outlet

tutto è concesso = all’s fair/everything is allowed

viene sovvertito = is overturned

venivano annullate = they were canceled

si accalcavano = they gathered

chiudere un occhio” = to pretend not to see

le malefatte = the misdeeds

la Quaresima = Lent

sopraelevati = raised, elevated

i potenti = power people

sfuggire = to escape (ne = from there)

chiudersi in casa = to lock in the house

vengono risparmiati = they are spared

prendono in giro > prendere in giro = to make fun of

non possono mancare = they are in

per via = because of (cause)

vescovo = bishop

attendere = to wait

lo strutto = lard, animal fat

i bordi seghettati = the jagged edges



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I linguaggi dell’amore

What’s you language of love? This week we’ll find out that love doesn’t go one way, but there are many ways to love (even in Italian!)


Amore e… condizionale!

Ti sto per raccontare una storia piuttosto personale che, in realtà, è una storia che non è mai accaduta… Ma che avrebbe potuto accadere.
Oh sì, utilizzerò molti condizionali in questa storia… Io ti ho avvisato, eh?

Avevo dieci anni e “una cotta” per un bambino della mia classe. Significa che mi piaceva e un giorno decisi che glielo avrei detto.

Beh, non esattamente. Diciamo che avrei voluto dirglielo ma… Mi vergognavo.

Per fortuna un’amica decise di aiutarmi. Lei prese un pezzo di carta e ci scrisse sopra una delle domande più imbarazzanti che si possano scrivere, specialmente quando si hanno 10 anni: “Vuoi metterti con me?”
Il significato è questo: “Vuoi stare con me?”, “Vuoi essere il mio fidanzato?” (Sì, quando si è bambini si pensa in grande).

Dopo la domanda, la mia amica aveva disegnato due piccoli quadrati. Sotto il primo aveva scritto “Sì” e sotto il secondo aveva scritto “No”. Lo scopo era chiaramente ottenere una risposta precisa.

Mentre quel bigliettino (cioè quel piccolo pezzo di carta) passava di mano in mano fino a raggiungere il destinatario, io tremavo di paura. Quando arrivò al banco in prima fila dove era seduto il bambino, lui lo aprì, lo lesse e poi si girò verso di me, che ero seduta in ultima fila. Naturalmente, la mia amica lo aveva firmato con il mio nome.

Il bambino scrisse la risposta e la mandò indietro al mittente (cioè me). Quando la aprii, rimasi senza parole. Ecco cosa c’era scritto:

“Cara Barbara,
tu mi piaci molto ma penso che siamo ancora piccoli per queste cose. Quando saremo grandi, sarò felice di rispondere SI.

L.

La campanella suonò in quel momento.


Questa storia non è finita, ma dobbiamo fare un salto nel tempo di dieci anni in avanti.

Era estate, faceva caldo e mi trovavo insieme a degli amici in un locale all’aperto nella mia città. L’atmosfera era allegra e io mi sforzavo di ridere, ma in realtà ero molto triste. La settimana prima il mio ragazzo mi aveva lasciata… Per un’altra (ragazza).

Avevo 20 anni, il cuore spezzato e l’autostima sotto i piedi.

In quel momento entrò lui, quel bambino (ora ragazzo) che aveva fatto la scuola con me e a cui io avevo mandato il “famoso” bigliettino.

Lo riconobbi, ma non ci feci molto caso. Sapevo che aveva vinto una borsa di studio per una prestigiosa Università degli Stati Uniti e poi… Non lo so, non mi ricordo. In quel momento riuscivo solo a pensare alle mie pene d’amore e a quel cocktail che avevo davanti a me.

Insieme a lui c’era una ragazza che conoscevo e, quando ci incrociammo nel bagno del locale, lei mi disse che lui avrebbe voluto uscire con me.

“Posso dargli il tuo numero di telefono?” mi chiese la mia amica, e io risposi che sì, non c’era problema.

Il giorno dopo lui mi diede un appuntamento e poi un altro e poi un altro ancora. In quelle poche settimane in cui rimase in Italia, uscimmo diverse volte. Mi veniva a prendere con la macchina e mi portava a vedere le colline illuminate dal sole in quell’estate così bella. Mi invitò anche nella sua bella casa nel centro di Piacenza e non disse mai di no quando io, invece, solamente gli dicevo se voleva uscire con me e i miei amici.

Un pomeriggio tra noi si creò un silenzio imbarazzante e io, quando tornai a casa, feci una cosa un po’ meschina…Anzi, un po’ codarda.

Gli scrissi un fiume di parole piuttosto stupide su Messenger di Facebook (all’ora WhatsApp non c’era ancora e i bigliettini erano un po’ passati di moda) in cui fondamentalmente gli chiedevo se saremmo potuti rimanere amici. Gli avevo scritto dei miei sentimenti in un modo piuttosto melodrammatico e decisamente egoistico, senza capire che non ce ne sarebbe stato bisogno perché lui…Li aveva già capiti.

L’estate finì, ma i miei malesseri no.

Intorno a Natale, il ragazzo che avevo “friend-zonato” tornò a Piacenza per le vacanze di Natale e trovò il tempo per offrirmi un aperitivo.

Fu una serata molto piacevole e…Non lo rividi mai più.

I linguaggi dell’amore

Ti ho raccontato questa storia perché si avvicina San Valentino e volevo parlarti di AMORE. O meglio…Di tutti i linguaggi dell’amore.

Secondo Gary Chapman i linguaggi dell’amore sono 5 e ognuno di noi li può utilizzare tutti, ma ce n’è uno che è il suo preferito.

  • C’è chi ama usare parole di affermazione, cioè è felice di ripetere al suo partner frasi come “sei speciale”, “ti amo”.
  • C’è chi esprime l’amore attraverso il contatto fisico: baci, abbracci, carezze…Senza tante parole.
  • C’è chi sceglie di usare il tempo per stare insieme, magari facendo un’attività come giardinaggio oppure una lezione di italiano di coppia.
  • C’è chi fa regali. Una cena nel tuo ristorante preferito o quella bicicletta che ti serviva così tanto.
  • E poi c’è chi semplicemente si mette al servizio dell’altro, ma senza sottomettersi: magari va a fare la spesa o…Aggiusta qualcosa!

Amore in Italiano

E poi c’è la lingua italiana, che l’amore lo divide in due categorie.

Da un lato c’è l’amore del “TI AMO” e dall’altro c’è quello del “TI VOGLIO BENE”. Hai mai sentito quest’ultima frase?

Devi sapere che noi italiani diciamo “ti voglio bene” ai nostri figli, ai nostri genitori, ai nostri fratelli e ai nostri amici. “Ti amo” lo riserviamo solo alle situazioni romantiche con il nostro partner.

Questo aspetto della lingua italiana mi ha sempre fatto pensare molto, perché, sinceramente, non sono convinta che si possano mettere dei limiti all’amore.

Penso, invece, che in una vita possiamo amare tante persone, in modo diverso e contemporaneamente.

Vocabolario

piuttosto = quite

non è mai accaduta = It never happened

una cotta (per qualcuno) = a crush (on someone)

Mi vergognavo = I wouldn’t dare

Vuoi metterti con me? = Would you like to stay with me?

un bigliettino = a piece of paper (in this context). Normally it means “a card”

il destinatario = the recipient

tremavo > (tremare = to shake) = I was shaking

prima fila = first line

ultima fila = last line

aveva firmato (firmare = to sign) = she signed it

la aprii = I opened it

il mittente = the sender

suonò (passato remoto) > suonare = to ring (in this context. Normally it means also “to play”).

allegra = cheerful

il mio ragazzo mi aveva lasciata = My boyfriend broke up with me

per un’altra = for another girl (He betrayed me)

avere il cuore spezzato = to be heartbroken

avere l’autostima sotto i piedi = to have very low self-esteem

non ci feci caso (non farci caso = to not pay attention) = I did not pay attention

le pene d’amore = evils of love

ci incrociammo (incrociarsi = to meet, “to cross into each other”) = we crossed into each other

Mi diede un appuntamento (dare un appuntamento a qualcuno = to ask for a date) = he asked for a date

Mi veniva a prendere (venire a prendere qualcuno = to pick someone up) = he picked someone up

meschina = mean

codarda = coward

fondamentalmente = basically

dei miei sentimenti = about my feelings

egoistico = selfish

i malesseri = sufferings

Non lo rividi mai più = I never met him again

ce n’è uno = there is one

lo riserviamo = we dedicate it (to…)

contemporaneamente = at the same time



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Il valore sociale dei colori

Today we talk about the power of colors and their social value, both personal and political.


Qual è il tuo colore preferito?

Quando ero piccola, piuttosto piccola, sapevo che il mio colore preferito era il verde. Ho usato il verbo all’indicativo (“era”) e non al congiuntivo (“fosse”) di proposito, perché io ne ero proprio convinta. Nessun dubbio.

Devi sapere che i miei genitori hanno scelto di non mandarmi all’asilo nido (se vuoi ripassare come funziona il sistema scolastico italiano, puoi riascoltare la newsletter precedente), infatti fino all’età di 3 anni c’era una babysitter che si prendeva cura di me mentre la mamma e il papà erano al lavoro.

Lei era una donna molto femminile: portava i capelli lunghi e se li tingeva sempre di nero, poi li arricciava con cura fino a ottenere dei perfetti boccoli che le scendevano lungo la schiena. Questa signora italiana era anche molto determinata a tirare fuori il meglio dai bambini che curava.

Per esempio, si era accorta che mi piaceva cantare e, così, trovava ogni occasione per farmi esprimere la mia personalità attraverso la voce. Inoltre, mi regalava oggetti verdi (come tessuti o piccoli giochi) e io ne ero davvero felice.

Quando poi ho iniziato il percorso scolastico, qualcosa è cambiato. Insieme a me c’erano altri bambini ma, piano piano, il gruppo ha iniziato a dividersi: i maschi (vestiti di azzurro) si radunavano attorno alle piste delle macchinine e le femmine (vestite di rosa) davanti alle cucine giocattolo.

Le “bambole Barbie” con cui giocavo, avevano sempre vestiti che coprivano tutte le sfumature del rosa (dal fucsia al rosa chiaro) e, quando ho chiesto a mia madre di comprarmi lo zaino di Barbie da usare alla scuola elementare, questo era ovviamente dello stesso colore.

Un giorno la nostra maestra ha chiesto a noi bambini quale fosse il nostro colore preferito e io non ho avuto dubbi: “rosa”.

Il valore sociale dei colori

Quotidianamente facciamo molte scelte legate ai colori: decidiamo cosa indossare al mattino per andare al lavoro o per partecipare a un evento, scegliamo la pittura per dipingere le pareti di una stanza della nostra casa, decidiamo se acquistare un’automobile bianca oppure rossa.

Se siamo una sposa di un Paese occidentale, nel giorno del nostro matrimonio indossiamo un abito bianco (che, non so se lo sai, rimanda alla purezza della verginità) ma se siamo uno sposo di un Paese orientale come il Giappone, non vestiamo di scuro, ma – anche noi – di bianco.

In Italia si tende a non portare il colore viola in eventi felici come il matrimonio, perché si dice che porti sfortuna. Tuttavia, questo colore ha assunto una valenza fortissima nel momento in cui Kamala Harris lo ha scelto per il vestito che ha indossato durante la cerimonia di insediamento della presidenza Biden: il viola rappresenta infatti l’unione di due colori, il rosso e il blu.

E qui non posso che farti notare qualcosa di curioso: mentre negli Stati Uniti il rosso è il colore politico associato ai Repubblicani, nella maggior parte dei Paesi europei il rosso è quello usato dai partiti di sinistra. In Italia, per esempio, Bologna e Livorno sono due città che storicamente sono sempre state “rosse”.

Se rimaniamo sul tema politico, scopriamo che esiste una ricchissima legenda di colori che assumono un certo significato in un certo Paese. In fondo a questo articolo*, ti lascio una serie di link per approfondire l’argomento e qui ti cito solo un caso. (*the links were contained in the email. Subscribe to receive the newsletter not to miss next ones)

Si tratta dei “Verdi” che in tutto il mondo sono identificati come quei gruppi politici che hanno a cuore il tema dell’ambiente, tranne che in Italia. Nel mio Paese c’è il rischio di fare confusione con la “Lega Nord”, un partito di estrema destra che per molti anni ha fatto del verde “Padania” proprio la sua bandiera (e le cravatte dei suoi rappresentanti politici!).

I colori sono una scelta libera?

Nonostante sembri che le nostre scelte in fatto di colori siano fortemente condizionate da valori sociali, sono stati fatti degli studi per dimostrare il contrario.

Il mondo animale è sempre un ottimo esempio di comportamenti naturali. Molti animali non riescono a vedere tutti i colori che vediamo noi, ma sembrano comunque avere delle preferenze legate alla luce.

Per esempio, esistono degli organismi primordiali che vivono nell’oceano più profondo ma che, per nutrirsi, devono esporsi alla luce del sole. Dato che troppa luce li ucciderebbe, hanno sviluppato un meccanismo per cui, quando fuori ci sono i colori tenui di alba o tramonto, loro si muovono; quando invece percepiscono l’azzurro del mezzogiorno, rimangono a riposo.

Il colore azzurro è, di fatto, spesso associato alla calma e al rilassamento. Pensa al marketing di aziende che si occupano di benessere o di vacanze: quante volte hai trovato un colore forte come il rosso nelle loro comunicazioni?

Il rosso è un colore che si usa per motivi molto specifici. Per i biglietti di San Valentino, per dipingere le labbra in occasione di una serata romantica, per la rosa che regalerai a una persona che ti piace molto.

Il rosso non mi è mai piaciuto. Mi ha sempre dato una sensazione di potere e, personalmente, faccio fatica a valutare il potere in modo positivo. Non mi sono mai spiegata il perché, ma forse è qualcosa che esiste dentro di me incondizionatamente. Non posso cambiarlo, così come non posso cambiare il colore del mio sangue o il fatto che, quando sono imbarazzata, le mie guance arrossiscono.

Infine, ti lascio l’ultima riflessione. Ci sono persone che il rosso non lo vedono proprio, così come non vedono altri colori. Le persone che soffrono di daltonismo, per esempio, possono fare fatica a distinguere il rosso o il verde e talvolta anche altri colori come il viola e il giallo. E poi ci sono le persone ipovedenti, per le quali il mondo è sfocato, i colori si confondono ma non per questo le cose perdono il loro significato o la loro importanza.

Io non lo so qual sia il tuo colore preferito e quale valore abbia per te. So solo che il mio è tornato a essere il verde. Però adesso so spiegare il perché 😉

Vocabolario


tingere = to dye
arricciare = to curl up
i boccoli = ringlets
le piste delle macchinine = the tracks of the toy cars
le cucine giocattolo = toy kitchens
lo zaino di Barbie = Barbie branded backpack


la purezza = purity
portare sfortuna = “to give bad luck”
una valenza = a meaning
la legenda = a caption
assumere = to take (in this context)
citare = to quote
avere a cuore = to care


dimostrare = to prove
nutrirsi = to feed
rimanere a riposo = to relax
il benessere = well-being
regalare = to offer
non spiegarsi il perché = to not understand
arrossire = to blush
proprio = at all (in this context)
ipovedenti = visually impaired


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Cosa significa studiare in Italia?

Today I’m showing you how the school system works in Italy: step by step you’ll understand which schools Italian can choose and how they are…


Cosa significa studiare in Italia?

Tutte le mattine passo davanti alla mia vecchia scuola, in sella alla mia bicicletta. Mi fa uno strano effetto ripercorrere quella strada dopo tanti anni e dopo tante esperienze – alcune delle quali lontane migliaia di chilometri. Ma alla fine eccomi di nuovo lì, solo che questa volta non ci entro ma passo oltre, per raggiungere il mio nuovo luogo di lavoro (te ne voglio parlare presto).

L’edificio che ospita il liceo che ho frequentato per cinque anni, durante la mia adolescenza, è di epoca fascista. Lo stile è inconfondibile e, semmai dovessi fare un viaggio in Italia, ti renderesti conto che la maggior parte delle scuole italiane è un perfetto esempio di architettura fascista: sono luoghi imponenti, lineari, grigi e con un’ inconfondibile aria austera.

Il sistema scolastico italiano è certamente molto diverso da quello del tuo Paese. Lo dico per esperienza, perché ogni volta che parlo con qualche straniero facciamo sempre fatica con i paragoni tra i nostri rispettivi percorsi scolastici.

Per questo motivo, oggi vorrei parlarti di cosa significa studiare in Italia.

Per farlo, partirò da una foto… che mi ha mandato un mio studente inglese! La foto raffigura la sua nipotina mentre indossa la sua uniform per fare lezione da casa. Lei è così dolce e la foto così commovente. Una conseguenza reale del lockdown in Inghilterra.

Prima di mostrarmi la sua nipotina, il mio studente mi ha chiesto: “Come si dice uniform in italiano?” e io, ammetto, che non ho saputo rispondere.

Esistono due traduzioni per questa parola: una è “divisa” e l’altra è “uniforme”. Per lo più, vengono considerate due sinonimi, ma non si riferiscono all’ambito scolastico.

Secondo l’enciclopedia Treccani, per “divisa” si intende un abito di foggia e colore particolare, indossato dagli appartenenti a una determinata categoria, in particolare militare o sportiva. (Per esempio, la divisa di una squadra di calcio).

Sempre secondo il noto dizionario enciclopedico italiano, l'”uniforme” è il vestito indossato da chi appartiene a un corpo militare oppure l’abito uguale indossato da tutti coloro che svolgono un particolare servizio per cui devono essere riconoscibili. Per esempio, l’uniforme da infermiera.

La verità è che i bambini italiani non indossano nessuna uniform.

Ma perché gli alunni italiani non indossano una divisa o un’uniforme?

Me lo sono chiesta molte volte. Il senso di avere tutti lo stesso abbigliamento mi è molto chiaro: serve per ridurre le differenze sociali e per mantenere un senso di uguaglianza tra i bambini.

In Italia i bambini più piccoli, in realtà, indossano una sorta di uniforme che si chiama “grembiule”. Si tratta di una grande camicia, molto semplice, da mettere sopra i vestiti. Di solito questa è bianca per le femmine e nera per i maschi (qualche volta blu scuro). Il grembiule si può comprare a basso prezzo in qualsiasi negozio specializzato, ma anche nei supermercati. Devo dire che la mia impressione è che il grembiule sia usato più che altro per proteggere i vestiti dalle macchie che i bambini rischiano di farsi mentre usano i colori o mentre giocano. Nulla di più.

Il grembiule è obbligatorio per i bambini che vanno all’asilo e alle elementari. Se non sai di cosa sto parlando, forse è meglio fare un passo indietro. Ti spiego bene quali sono le fasi della scuola in Italia.

Il sistema scolastico italiano

La “scuola dell’infanzia”, che non è obbligatoria:

– Età 0-3 anni: asilo nido
– Età 3-6 anni: scuola materna

La “scuola dell’obbligo”, che è appunto obbligatoria:

– Età 6-11 anni: scuola elementare (oggi si chiama “scuola primaria”)
– Età 11-14 anni: scuola media (oggi si chiama “scuola secondaria di primo grado”)
L’ultimo anno delle “medie” si fa un esame finale.

Poi, si comincia il secondo ciclo di istruzione:

– Età 14-19 anni: scuola superiore (oggi si chiama “scuola secondaria di secondo grado”) > istituto tecnico o liceo

A conclusione di questi ultimi 5 anni, c’è un esame molto molto importante, che si chiama “maturità”. Dopo, si può decidere di andare subito a lavorare oppure di fare l’università.

– Età 19-23 anni: laurea breve
– Età 23-25 anni: laurea specialistica
In realtà, alcune facoltà universitarie sono “a ciclo unico” come giurisprudenza, medicina, farmacia e architettura. Durano, cioè, cinque o più anni consecutivi.

Ok, ci sarebbero molte altre cose da dire per ciascun punto, ma in poco tempo non riesco a spiegarti tutto. Vediamo se riesco a intercettare alcune tue perplessità.

Un sistema strano?

Come forse avrai notato, quando gli studenti italiani devono cominciare il secondo ciclo di istruzione, si trovano di fronte a un dilemma: liceo oppure istituto tecnico?

In passato vigeva la convinzione che chi scegliesse il primo (il liceo) fosse destinato a fare l’università e chi scegliesse il secondo (l’istituto tecnico) “da grande” avrebbe fatto il professionista tecnico. Per semplificare, tutti i liceali sarebbero potuti diventare medici, avvocati, ingegneri, psicologi, architetti e giornalisti. Invece, gli altri sarebbero potuti diventare elettricisti, idraulici o magari geometri.

Inutile dire che questa netta distinzione oggi non è più valida, specialmente con l’avvento di nuovi lavori nel settore della tecnologia e dell’informatica: oggi gli istituti tecnici sono considerati un ottimo percorso anche per chi vuole diventare un ingegnere o un architetto, ad esempio.

Tuttavia, i ragazzini italiani all’età di 14 anni si trovano ad affrontare una scelta molto difficile, che ostacolerà o faciliterà il loro futuro. Devono già sapere cosa vorranno fare “da grandi”!

Ma cosa cambia tra una scuola e l’altra?

Moltissimo.

Al liceo, si dà molto spazio alle materie umanistiche. Si studia la filosofia, il latino e in certi casi persino il greco. La lingua e la letteratura italiana hanno un peso maggiore che la matematica e la fisica.

In un istituto tecnico, succede il contrario. Gli studenti imparano a capire i meccanismi che regolano il mondo intorno al loro, piuttosto che quelli della mente.

Gli universitari italiani

Un altro aspetto che vorrei farti notare riguarda gli anni dell’università. Hai notato che, alla fine di tutto il percorso, noi italiani siamo più “vecchi” dei nostri colleghi stranieri?

Se tutto va bene, finiamo l’università all’età di 25 anni. Così ho fatto io, anche se molti miei amici hanno impiegato più tempo (è molto comune in Italia).

Ricordo ancora il mio primo giorno di lavoro in una start-up spagnola, quando ho stretto la mano a Julia (anzi, ci siamo scambiate subito un bacio, perché in Spagna si fa così) e ho scoperto che lei aveva appena finito l’università, proprio come me… ma aveva solo 23 anni.

Infine, vorrei dirti un’ultima curiosità. Lo sapevi che gli italiani, quando si laureano, indossano una corona di alloro? È un simbolo che testimonia il raggiungimento di un obiettivo importante, dopo tanta fatica. Per questo motivo, i laureati si fanno fotografare con la corona d’alloro in testa e, solitamente, la usano come fotografia per il loro curriculum o la caricano sul loro profilo LinkedIn, senza sapere che questo potrebbe apparire piuttosto divertente agli occhi di un’azienda non italiana 😉

Vocabolario


in sella = riding

migliaia = thousands

non ci entro = I don’t get in

liceo = high school

imponenti = massive

inconfondibile = unmistakable, unique

uno straniero = a foreigner

commovente = moving

ambito = much desired

la foggia = the shape

appartenenti a = belonging to

il corpo militare = army corps

riconoscibili = recognizable, recognisable

ridurre = to reduce

uguaglianza = equality

le macchie = spots

intercettare = to intercept, to tap

le perplessità = concerns, perplexities, doubts

il secondo ciclo di istruzione = “the second cycle of education”

vigeva (imperfetto)= to rule

la convinzione = the belief

netta = radical, strong, very clear

piuttosto che = rather than

stranieri (aggettivo) = foreigner, not local

si laureano > laurearsi = to graduate

una corona di alloro = laurel wreath, laurel crown

si fanno fotografare = they like to be photographed


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