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Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi

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Si avvicina quel momento dell’anno che molti amano, perché rappresenta la rinascita, la speranza, la fine del grigio inverno. Sto parlando della primavera, una stagione che in Italia è caratterizzata da diverse festività e celebrazioni.

Quest’anno si comincia con la Pasqua, che cade il 31 marzo, seguita dal lunedì di Pasquetta e poi dal 25 aprile (la Festa della Liberazione) e dal 1 maggio (la Festa dei lavoratori). Se vuoi fare un ripasso di tutte le festività italiane che ricorrono durante l’anno, ti rimando all’episodio che avevo dedicato a riguardo. (Le festività in Italia)

La primavera è il periodo in cui famiglie e gruppi di amici decidono di fare viaggi più o meno lontani, o brevi gite fuori porta, per godere delle giornate tendenzialmente più soleggiate e più “lunghe”. Naturalmente, anche a Pasqua.

Addirittura, c’è un detto che racchiude questo concetto in una riga: “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”, che in pratica significa che il Natale lo si dovrebbe passare in famiglia (“i tuoi” sono i tuoi genitori o in generale i tuoi parenti) mentre per Pasqua tutto è concesso.


Vocabolario 1

a riguardo = about

le gite fuori porta = trips out of town

tendenzialmente = normally

più soleggiate = more sunny

un detto = a saying

racchiude = holds

in pratica = basically


Ma perché? Perché in Italia il Natale e la Pasqua sono due festività religiose che sembrano avere un diverso ordine di importanza?

Per rispondere, ti racconto di quello che diceva sempre il parroco della parrocchia che frequentavo da bambina e adolescente. Lui si arrabbiava moltissimo. Si arrabbiava specialmente con – parafraso le sue parole – le signore che si agghindano con trucco, parrucco e pelliccia per partecipare alla messa di mezzanotte del 24 dicembre, manco dovessero andare a teatro, e poi la notte di Pasqua scompaiono.

“Se dovete venire a messa solo per Natale, statevene a casa!” le ammoniva con veemenza durante la messa della domenica mattina, ma loro non potevano sentirlo perché – appunto – non erano presenti.

Io, sinceramente, non capivo tutto questo accanimento. Dopotutto, il Natale è per i cristiani il giorno in cui è nato Gesù Cristo, quindi l’origine di tutto, no?

Mmm… non esattamente.

Più tardi, quando i miei genitori mi fecero iscrivere all’Università Cattolica, dove era obbligatorio sostenere ogni anno un esame di teologia, lo capii meglio.

Con una luce negli occhi che raramente mi era capitato di vedere negli uomini di Chiesa, quei professori letteralmente straordinari ricordarono a me e a tutti i presenti che risorgere dalla morte con anima e corpo non è esattamente cosa da tutti come nascere.

E c’è di più. La Pasqua cristiana porta con sé la rivelazione che ha fatto sì che il Cristianesimo fosse professato nei secoli a seguire e cioè che Gesù non solo è “il figlio di Dio”, ma Dio stesso.

Padre, Figlio e Spirito Santo sono una tri-unità, cioè una trinità che ha “un’unica natura o essenza della divinità, la quale sussiste in tre persone divine”.

Tale trinità viene rivelata nel momento in cui si scopre che Gesù Cristo non è solo morto, ma risorto con anima e corpo. In altre parole, l’origine di tutto non è il Natale, ma è in realtà la Pasqua.


Vocabolario 2

il parroco della parrocchia = the vicar of the parish church

frequentavo = I used to attend

parafraso = I’m paraphrasing, I’m realaborating

si agghindano = they dress up

(il) trucco = the makeup

(il) parrucco = the hairstyle

(la) pelliccia = the mink fur coat

manco = not even (we can also say “nemmeno”)

le ammoniva = he warned them

(la) veemenza = vehemence (force, loudness)

accanimento = obstinacy

mi fecero iscrivere = oblied me to enroll

sostenere (un esame) = to take an exam

porta con sé = it carries

fosse professato = was professed / confessed

sussiste = exists

viene rivelata = is revealed

risorto = risen


Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.

Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».

Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.

Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.

Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Dal Vangelo di Giovanni

Vocabolario 3

il sepolcro = the grave

il discepolo = the pupil

l’hanno posto = they put him

si recarono = they went

giunse = he arrived

i teli = towels, sheets

il sudario = the shroud

il capo = the head

avvolto = wrapped

risorgere dai morti = rise from the dead


Michela Murgia, una delle persone – prima di essere scrittrice e attivista – che più hanno guidato il mio pensiero critico in questi ultimi anni, nel suo libro God save the queer racconta del momento in cui è stata folgorata da un dipinto che rappresenta proprio la trinità.

Si tratta della “Trinità” di Andrej Rublëv, dipinto con tempera su legno intorno al 1420 e oggi conservato nella Galleria Tret’jakov di Mosca.

Una interpretazione, tra tante, del dipinto della Trinità di Rublëv

Il dipinto per Murgia è sorprendente perché offre una rappresentazione fluida e inclusiva di un concetto complesso, solitamente banalizzato da un’iconografia semplicistica alla portata di tutti.

Di solito, infatti, la rappresentazione della trinità include sempre tre figure facilmente identificabili con il Padre (un anziano signore con la barba bianca), il Figlio (un giovane con i capelli lunghi, color dell’oro) e lo Spirito Santo (una luminosa colomba). Si tratta di una scelta iconografica che separa i tre elementi, invece di unirli.

La trinità di Rublëv, al contrario, evita simbologie spicce in favore di figure androgine nelle quali chiunque si può identificare, disposte a semicerchio attorno a un tavolo a cui lo stesso spettatore sembra essere invitato. Con questo dipinto Rublëv sembra dire che il messaggio è rivolto proprio a te che stai guardando e che non devi solo capire, ma puoi anche partecipare attraverso la fede.


Vocabolario 4

è stata folgorata = was electrocuted (figurative)

un dipinto = a painting

(la) tempera = gouache

(la) iconografia = iconography (the visual images and symbols)

alla portata di tutti = within everyone’s reach

spicce = offhand

androgine = androgynous

lo stesso spettatore = the spectator / viewer himself

la fede = the faith


Perché quindi, nonostante la Pasqua sia evidentemente una festività così importante per i credenti rispetto al Natale, gli italiani continuano imperterriti a festeggiare il Natale in famiglia e la Pasqua con chi e dove vogliono?

Non ho una risposta certa, ma posso fare delle ipotesi. Forse, perché la religione è per la maggior parte dei miei connazionali spesso più un aspetto culturale che personale. Forse perché i riti, che hanno una valenza fondamentale per ogni società, portano le persone a farsi sempre meno domande.

D’altronde, se non ci fossero i riti e le ricorrenze, non saremmo nemmeno qui a parlare degli eventi che vogliono ricordarci a distanza di secoli e a porci domande sul loro significato.


Vocabolario 5

imperterriti = undaunted

(i) connazionali = compatriot

i riti = rituals

D’altronde = On the other hand

le ricorrenze = anniversaries

Fonti:
Enciclopedia online di Treccani , Treccani.it, https://www.treccani.it/enciclopedia/trinita/
– Chiesa Cattolica Italiana, Messa del giorno, https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/domenica-di-pasqua-risurrezione-del-signore-alla-messa-del-giorno/


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Seconda edizione del contest di scrittura in italiano per stranieri 🖊

hand holding a pen on a hand written diary

La conclusione comune e come votare le storie dei partecipanti

Quella che leggi sotto è la conclusione che i partecipanti al contest di scrittura 2024 hanno seguito come traccia, lavorando con la loro insegnante alle loro storie, che sono sono pubblicate qui sotto. Dal 9 al 19 marzo fino alla fine di marzo 2024 anche tu puoi votare la tua preferita con un commento.

Conclusione: “E quindi uscimmo a riveder le stelle.” (Dante Alighieri)

Come si vota

  1. Leggi tutte le storie pubblicate in questa pagina
  2. Scegli la tua preferita (una sola!)
  3. Attenzione: gli autori non hanno tutti lo stesso livello di italiano. Alcuni sono principianti, altri più esperti. Per favore concentrati sull’originalità e sulle emozioni che ti suscita la storia.
  4. Lascia un commento in fondo a questa pagina con il titolo della storia che hai scelto e una breve motivazione in italiano.

Le storie dei partecipanti alla II edizione del contest di scrittura:

WINNER:
Un ricordo d’infanzia
РJ̦elle

Un contest di scrittura nella città dell’amore

Tre grandi passioni – Mary

Un figlio nascosto – Despoina Xenikaki

Come l’Italia è veramente entrata nella mia vita? – Valmir Fernandes

Una vacanza in Sicilia…con figli


Leggi tutte le storie

WINNER: Un ricordo d’infanzia di Joëlle dalla Savoia

Ma cosa fa Nina, la mia nipotina, sulla terrazza a quest’ora? È buio e fa un freddo tremendo!

«Nina, rientra subito o domani sarai a letto con un bel raffreddore!»

«Nonno, volevo ammirare le stelle! Stanotte il cielo è proprio magnifico e mi hai promesso che mi avresti spiegato le costellazioni!»

«Non ho dimenticato la mia promessa! Ma adesso vieni a sederti accanto a me: ho acceso il camino, ti racconterò una storia di stelle, che mi è successa tanto tempo fa.»

«Sì, nonno, raccontamela!»

«Avevo più o meno la tua età, circa nove anni. Ero arrivato a casa di mio nonno per trascorrere le vacanze: lui era una famosa guida alpina, della montagna conosceva tutto! Sai, figliola, anche lui mi aveva fatto una promessa: portarmi a guardare le stelle e scoprirne il nome. Il momento era finalmente arrivato, tutto era pronto. Dovevamo salire in montagna, aspettare la notte per vedere il cielo stellato e dormire lì, in una capanna, come veri alpinisti. Mi sentivo felice e non vedevo l’ora di partire!

Quella mattina scesi la scala cantando ma quando entrai in cucina trovai il nonno preoccupato: “Gianni – mi disse – bisogna rimandare la gita, il meteo è cambiato e temo che stasera arrivi un temporale, non voglio rischiare.» 

Non saprei dirti quanto mi sentii deluso ed arrabbiato! Aspettavo da tanto tempo questa gita! Allora presi una decisione completamente pazza: non voleva portarmi? Beh! Sarei andato da solo! Ce l’avrei fatta!

Aspettai che il nonno uscisse dalla cucina e, zaino in spalla, sgattaiolai fuori senza farmi vedere.

Il sole splendeva in un cielo senza nuvole! Era proprio la giornata migliore per andare in montagna e guardare le stelle. Salivo come una capretta, pieno d’energia. Verso le undici, tirai fuori il pranzo e mangiai di buon appetito. Avevo appena finito, quando notai che delle nuvole stavano arrivando e il cielo cominciava a scurirsi. Ma ero un bambino testardo e non avevo intenzione di arrendermi!

Continuai a salire per raggiungere il colle… Il tempo diventava sempre più minaccioso, sentii la prima goccia di pioggia, poi la seconda e subito cominciò a diluviare. Dove rifugiarmi? La capanna era troppo lontana. E subito un tuono, un lampo! Il nonno aveva ragione. La mia felicità se ne era andata e cominciai ad avere paura.
Per fortuna, a due passi, scoprii una specie di grotta: “Andiamoci – pensai – almeno sarò all’asciutto fino a quando finisce il temporale!”.

Ma le ore passavano e il temporale continuava, sempre più forte. Era sceso il buio, e sembrava impossibile tornare indietro: avrei dovuto passare la notte in quella grotta, fredda ed umida? E se fosse stato il rifugio di un lupo? Del resto, mi era sembrato di sentire ululare. Ma forse l’avevo solo immaginato? Non avevo più niente da mangiare né da bere, ero tutto bagnato, solo, in una montagna diventata ostile, senza nessuno per proteggermi; non potevo fare nient’altro che aspettare.

E così trascorsi la notte ascoltando rumori sconosciuti e tremando di paura.

Mi svegliai sentendo gridare il mio nome: il nonno, dopo avermi cercato tutta la notte, finalmente mi aveva trovato. Mi prese tra le braccia e mi portò a casa senza una parola. Era molto arrabbiato, ma non mi rimproverò. Passai la giornata a dormire e a riflettere sulla mia avventura. La cena fu silenziosa. Alla fine mi alzai e abbracciai il nonno, chiedendogli perdono per la mia disobbedienza.

E allora avvenne una cosa che non dimenticherò mai: lui mi baciò e disse: «Il cielo è sereno di nuovo, andiamo a guardarlo?»

Mi coprì con il suo mantello, mi prese la mano e quindi uscimmo a riveder le stelle…


Un contest di scrittura nella città dell’amore

SOFIA

Se avessi saputo che anche Gabriele si era iscritto al contest di scrittura non avrei mai partecipato! Lo odio dai tempi dell’università, quando lui criticava tutto quello che scrivevo. Sembrava che solo lui potesse fare qualcosa di buono.

Questo atteggiamento mi infastidiva veramente e pensare che mi era piaciuto così tanto appena conosciuto!

Finita l’università, è diventato un famoso scrittore di romanzi bellissimi e questo mi innervosisce veramente! E la cosa peggiore è che amo i suoi libri, mentre sono sicura che lui pensa che io sia una scrittrice mediocre.

Ma oggi, al mio arrivo a Parigi per il contest, ho scoperto di dover lavorare proprio insieme a lui. Infatti scopo della gara è scrivere qualcosa in uno stile diverso dal proprio e i partecipanti dovranno lavorare a coppie. E io sarò  in coppia con Gabriele! Come sarà possibile, visto che i nostri stili di scrittura sono completamente diversi (così come i nostri romanzi) e che lui è un tale narcisista? 

Ma eccolo, è arrivato! Accidenti, è ancora così affascinante… e siamo qui, a Parigi, nella città più romantica, in uno stupendo albergo. No, non posso distrarmi: questo è solo lavoro.

GABRIELE

Quando mi sono svegliato, ho scoperto di essere già in ritardo il primo giorno del contest di scrittura. Ho appena il tempo per fare una doccia e vestirmi velocemente, per fortuna ho deciso di prendere una camera nello stesso albergo della competizione. Arrivato al banchetto per iscrivermi al contest mi paralizzo vedendo Sofia. Maledizione! Cosa ci fa lei qui? Speravo di non vederla mai più. Però devo ammettere che ha un’aria così determinata e sexy.

Mi sento ancora in colpa per come mi sono comportato con lei anni fa. Ero giovane e arrogante, pensavo di averle fatto una critica costruttiva, ma lei l’ha presa nel modo sbagliato, sul personale. Che carattere! Lei è stata così testarda da non volermi più parlare.

Nonostante tutto, Sofia è diventata una buona scrittrice. Non ha il mio stesso successo, ma apprezzo molto i suoi libri.

Devo dirle che li ho letti tutti. 

All’altoparlante annunciano le coppie degli scrittori che dovranno lavorare insieme… Mamma mia! Sono abbinato proprio a Sofia!

Dopo un primo momento di shock, realizzo che è un colpo di fortuna: finalmente ho l’opportunità di fare le cose bene con lei. 

Ora la saluto e le chiedo se possiamo parlare. Ma lei mi liquida in un minuto.

…Qualche ora dopo…

SOFIA

Wow, sento le farfalle nello stomaco. Mi sono bloccata, quando Gabriele mi ha parlato, non sono riuscita a dire nemmeno una parola. Una volta era così insopportabile, crudele, ma oggi c’è qualcosa in lui che mi attrae. Questa sera c’è la cena di apertura del contest, l’occasione per parlare con lui.

Se voglio vincere la gara, dovrò mettere una pietra sopra al passato e ricominciare da capo.

Entro nella sala del ristorante e lo vedo subito: i miei occhi sono attratti da lui come da una calamita. Faccio un respiro profondo e lo raggiungo.

«Gabriele, mi dispiace per questa mattina, penso che dobbiamo parlare» – gli dico con coraggio e determinazione.

Lui mi guarda con un’intensità che non mi aspettavo e mi dice: «Sofia, grazie, anche io devo parlare con te. Magari andiamo fuori in terrazza».

Poggia la sua mano sulla mia schiena e sento un brivido sulla pelle. Mi accompagna attraverso il corridoio fino al terrazzo.

Fuori è buio, ma l’aria è mite. Ci fermiamo e osserviamo le stelle in cielo. Abbassiamo lo sguardo, ci guardiamo negli occhi e, come fossimo la stessa persona, ridiamo e diciamo insieme: «E siamo usciti a riveder le stelle».


Tre grandi passioni di Mary da Londra

Ho due grandi passioni nella vita: i viaggi e il cibo.

Ah, e una terza passione, più importante delle altre, il mio adorabile compagno di vita, che ama viaggiare con me ed è uno chef molto bravo.

Ma questa storia non riguarda me e il mio compagno, la nostra storia romantica è per un’altra volta.

Era una sera di dicembre e stavo camminando per Mayfair a Londra verso l’Ambasciata Italiana. Fuori faceva freddo e all’improvviso rabbrividii e mi avvolsi strettamente nel cappotto.

Stavo andando a una festa mondana all’Ambasciata e presto mi unii alla festa in una bellissima sala di ricevimento.

La stanza era animata dal chiacchiericcio delle voci e dal tintinnio dei bicchieri di vino.

Dopo un po’, i camerieri iniziarono a muoversi per la stanza con vassoi di tartine e snack.

Ma il cibo sui vassoi sembrava molto strano. Questi non erano i soliti stuzzichini da cocktail party. Non vedevo bastoncini di formaggio o piccoli involtini di salsiccia o blinis di salmone.

Invece, alcune delle tartine avevano la forma di cubetti. Altri stuzzichini erano presentati in tubetti. E non erano molto gustosi.

Poi i camerieri girarono di nuovo per la sala con stuzzichini dall’aspetto di tortillas – tortilla di sgombro, quinoa e crema di porri e un’altra tortilla con pollo alla curcuma, funghi, riso integrale e piselli. Mi chiedevo perché tutto fosse presentato su tortillas e non su piccoli piatti.

Il successivo giro di piatti offrì alcuni piatti più tradizionali italiani, come piccoli bocconi di lasagne, risotto al pesto, caponata. Delizioso!

E poi il silenzio cadde nella stanza quando l’ambasciatore si alzò per parlare. Ma le sue prime parole furono smorzate mentre ingoiava un boccone del delizioso dessert che gli era appena stato servito. Potevamo solo sentire «mmm… Questo tiramisù è buono da morire!»

E poi si rivolse a una coppia elegantemente vestita che era in piedi accanto a lui e disse: «È con mio grande piacere dare il benvenuto alla signora Ingegnere Samantha Cristoforetti e al signor Chef Stefano Polato al nostro ricevimento di gala questa sera».

L’ambasciatore chiese: «Sapete qual è il legame tra queste due persone?»

Ero perplessa: quale poteva essere il legame tra un ingegnere e uno chef?

Poi l’ambasciatore proseguì:

«Sono lieto di darvi il benvenuto alla celebrazione della Giornata Nazionale dello Spazio 2023.

Siamo stati molto lieti di offrirvi assaggi di piatti consumati in orbita dagli astronauti. Avete assaggiato esempi dei primi “piatti” – cubetti e tubetti – che vengono mangiati dagli astronauti. Interessanti ma forse non appetitosi!

Ma quando nel 2014 Samantha è andata nello spazio – la prima donna astronauta italiana – ha chiesto a Stefano di sviluppare alcuni piatti sani e accattivanti da poter preparare mentre era in orbita. Ed è stato allora che gastronomia, scienza e nutrizione si sono incontrate!

Più recentemente, con più innovazione e sviluppo, gli astronauti italiani sono stati in grado di gustare cibo italiano autentico e di buon gusto – anche il tiramisù!»

L’ambasciatore dichiarò:

«Siamo qui per celebrare i nostri astronauti che viaggiano nello spazio ma anche la nostra cultura enogastronomica. Per favore, godetevi la serata!»

Mi fermai per un attimo a riflettere su quanto fosse stata speciale per me questa serata, unendo due dei miei grandi amori: il viaggio e il cibo!

Alla fine della serata, presi il mio cappotto e, con una folla di altri, iniziai a pensare all’esperienza di mangiare in orbita cibo preparato sulla terra, guardando la terra da lontano.

Poi il grande portone di ingresso venne aperto, e uscimmo a riveder le stelle.


Un figlio nascosto di Despoina Xenikaki da Londra

Il cielo era chiaro la sera di domenica. C’erano miliardi di stelle che, se solo si guardasse in alto, si potrebbero vedere.

Con mia moglie, avevamo già finito la cena e abbiamo deciso di rilassarci nella veranda della nostra casa. Ho preso la bottiglia di vino e l’ho portata fuori. Lei era andata nella camera per prendere una camicia perché faceva un po’ freddo.

Mentre l’aspettavo, il telefono suonò.

«Ciao Giorgio» una voce disse.

«Ciao, chi è?» ho detto.

«Ho deciso di telefonarti ma non so se ho fatto bene. Perché devo dirti una verità che so da tanti anni».

Ero sorpreso ma anche curioso: «Scusi, mi dica chi è lei!», ho detto.

«Sono tuo fratello» lui ha risposto con una voce calma.

Non avevo un fratello, neanche una sorella, ero un figlio unico. Ma non ho detto niente, sono rimasto silenzioso.

«Ho deciso di telefonarti perché volevo che tu sapessi. Nostra madre me l’ha detto molti anni fa ma mi ha fatto promettere di non dirti la verità. Era un po’ imbarazzata».

«Ma come è possibile?»

«Nostra madre aveva una storia d’amore durante la guerra, prima di incontrare tuo padre. Ha conosciuto un ragazzo giovane ma purtroppo lui morì dopo la loro conoscenza. Era andata a vivere con sua zia, Emilia, che sapeva tutto. La zia l’ha aiutata con la mia nascita e poi ha trovato una famiglia che voleva dei figli però non poteva averne. E quelli erano i miei genitori. Quando avevo 30 anni, ho trovato una lettera scritta per me che era da parte sua. Ho parlato con i miei genitori che mi hanno confermato che non ero il loro figlio biologico. E un giorno ho deciso di andare a conoscerla. Era molto felice vedermi e mi ha parlato di te. Voleva che dopo la sua morte noi ci incontrassimo. Avevo paura di fare questa telefonata ma se vuoi, possiamo incontrarci quando tu vuoi. Ti do il mio numero.»

«Grazie» ho detto e ho messo il telefono nel suo posto. Mi sentivo che forse avrei perduto la mia voce, il mio respiro.
Non potevo credere alle cose che lui ha detto. Volevo da sempre avere un fratello o una sorella e ora ne avevo uno. La mia testa era piena di domande, perché nostra madre non mi ha detto niente? Perché non mi ha parlato di lui?

Ero perduto nei miei pensieri quando mia moglie era arrivata. «Ma che è successo, chi era? Sei un po’ pallido» lei disse.

«Era mio fratello».

«Ma che fratello, non hai un fratello!»

«Infatti, stasera ho scoperto di averne uno da sempre ma non lo sapevo.»

«E ti ha telefonato per dirtelo? Forse si tratta di una bugia.»

«No, sembrava onesto.»

Mentre eravamo nella veranda, non parlavamo. Era come se avessimo bisogno di tempo per accettare che il mondo che conoscevamo era cambiato. Una nuova persona era entrata in questo mondo senza il nostro permesso. Il nostro mondo era cambiato con forza.

«Forse vado un po’ dentro per riposarmi».

«Va bene. Andiamo».

Mi sono messo a letto accanto a mia moglie. Ho chiuso gli occhi e alla fine mi ero addormentato. Non so quanto tempo era passato da quel momento. Quando ho aperto gli occhi, ho trovato mia moglie che stava leggendo un libro.

«Ti sei addormentato.»

«Si, ma non so per quando tempo. Che ora è?»

«Sono le 21.00, è ancora presto. Andiamo nella veranda? E una bella notte. Forse troverai risposte alle tue domande guardando le stelle.»

«Sì, andiamo.»

E quindi uscimmo a riveder le stelle.


Come l’Italia è veramente entrata nella mia vita? di Valmir Fernandes dal Brasile

Io ho 63 anni e lavoro per un’azienda di cinema. Abito a Dallas, Texas, negli Stati Uniti da diciotto anni. Durante tutti questi anni ho visitato più di venticinque Paesi, ma per una ragione sconosciuta non ero mai riuscito a conoscere l’Italia.

Questo fatto potrebbe essere considerato normale se non si fosse saputo della mia origine italiana.

Sono cresciuto insieme a miei nonni, entrambi di Treviso e immigrati in Brasile nel 1927. Di domenica andavamo tutti a casa della nonna. Ho vissuto con una cugina che mi ha insegnato ad amare la musica Italiana di Sergio Endrigo e Peppino di Capri.

Tutta la mia famiglia era tifosa della squadra di calcio “Palestra Italia”, una società fondata a inizio Novecento che aveva come tifosi tutti gli immigrati italiani in Brasile. Persino essere cresciuto in questo ambiente bianco-verde-rosso, io non avevo mai deciso di visitare l’Italia. Onestamente, nemmeno io capisco il perché.

Questa situazione è cambiata quando la mia mamma, una vera mamma italiana anche se nata in Brasile, ha raggiunto gli 85 anni, e dopo la pandemia ha cominciato a perdere la memoria a breve termine. Come una parte di questo processo, lei ha ricominciato a parlare un po’ in Italiano come faceva con i suoi genitori quando era giovane.

Di fronte a questo fatto irreversibile, ho deciso di imparare l’italiano per provare qualche chiacchierata con la mia mamma. Ho notato che questo la faceva molto felice, anche se all’inizio io non parlavo quasi niente.

Per accelerare il processo, io ho deciso di cercare una scuola di italiano on line, e fortunatamente ho incontrato Barbara, dopo Federica e Laura.

La mia passione e il mio interesse per l’Italia sono cresciuti senza controllo. Negli ultimi dodici mesi ho visitato l’Italia quattro volte, e già non vedo l’ora di ritornarci ancora una volta.

Ho anche deciso di ricercare le origini della nostra famiglia e mentre facevo ricerca del mio albero genealogico ho incontrato Lorenzo, un cugino di terzo grado che abita vicino a Venezia. Nel mio ultimo viaggio, ho visitato le città di Mogliano Veneto e Casale sul Sile dove abitano Lorenzo e la sua moglie. Lui mi ha portato a visitare anche le case dove hanno vissuto i miei nonni prima di emigrare in Brasile.

Io credo che la mia connessione con l’Italia sia appena cominciata, credo che sia anche possibile pensare di vivere in Italia quando andrò in pensione.

Il mese scorso ho visitato mia mamma un’altra volta, e come sempre chiacchieravamo in italiano dopo la cena sul balcone della casa. Io raccontavo della visita a nostro cugino e delle case dove vivevano i suoi genitori. All’improvviso lei è tornata alla sua infanzia ricordando momenti vissuti insieme ai suoi genitori: «E quindi uscimmo a rivedere le stelle.»


Una vacanza in Sicilia… con figli

Siamo “scesi” in Sicilia per una vacanza, hip hip urrà! Che emozione, isola magica, storia, cibo, natura, e… niente da fare con dei bambini piccoli nel periodo invernale.

Ho chiesto a mia moglie «Ma abbiamo scelto bene? È la destinazione giusta per noi? I bambini si divertiranno?»

Sì, mi ha detto, loro amano i paesi, andare in giro, vedere le finestre dei negozi… «Boh, non lo so» ho pensato io, spero che vada bene, e che non passino tutto il tempo con i loro giochi preferiti: urlare POZZO CACCAAA! nei vicoli pittoreschi, cantare ad alta voce HAI FATTO UNA SCOREGGIONAA! nelle piazze storiche (patrimonio Unesco), correre e saltare sulle rampe davanti alle chiese.

Poi mi sono ricordato: è il periodo di Natale, tutto deve essere decorato e illuminato, spero che si divertano. E poi…c’è l’Etna! Il famoso vulcano attivo, raggiungibile con la funivia e un pullman 4×4. Che esperienza magica, quello sarà il top della nostra vacanza!

Arrivati a Messina, vediamo il famoso orologio della cattedrale, alle 12:00 escono i pupazzi che si muovono… i miei bambini erano più affascinati da una lattina di spazzatura che rotolava con il vento qua e là.

Taormina era così calda che sono riusciti anche a immergere i piedi nel mare. A Catania con il suo street food si sono innamorati delll’arancino: da quel giorno vedono arancini ovunque, emoji sul telefono, disegni animati, o pupazzi strani nel supermercato. A Siracusa i pompieri hanno fatto uno spettacolo con la befana, e a Noto abbiamo trovato la miglior granita.

È arrivato il giorno che aspettavamo – salire sull’Etna! Guardando il vulcano da valle sembrava tutto pieno di neve. Sapevamo che era alto, abbiamo portato i guanti, i cappelli e vestiti caldi, ma non proprio la tuta per la neve: aiuto! Però in teoria saremo protetti sia sulla funivia che sul pullman 4×4 – dovremmo fare solo una salita a piedi, massì anche senza tuta ce la facciamo!

Partiamo con la navetta, la montagna è sempre là all’orizzonte: alta, nera, non c’è nient’altro di simile intorno. Il paesaggio è unico. La visibilità di questo giorno era fantastica, tutto chiaro. La strada ha iniziato a curvare, qui e lì, la terra è nera, tutto spoglio, non ci sono alberi e quasi neanche una pianta.

Ho pensato a Frodo Baggins nel suo viaggio per Mordor ne “Il Signore degli Anelli”, a quanto difficile era. Arriviamo al parcheggio: hop sulla funivia, bellissimo! Hop sul pullman 4×4, incredibile! Iniziamo a camminare. “Sono stanca!” dice mia figlia. «Non voglio camminare!» dice mio figlio. Tutto intorno è nero come il carbone, rocce vulcaniche… sono sicuro che Mordor era così! Dobbiamo resistere come ha fatto Frodo! Dobbiamo essere forti per sopravvivere a questo viaggio!

«Ho freddo!» dice mia figlia, «ho fame!» dice mio figlio, camminando sulla neve e le rocce. La topografia è così unica… ci sentiamo sulla luna. «Il vento mi da fastidio» dice mia figlia, «io non cammino più!» dice mio figlio.
Il picco era là, davanti a noi, si poteva quasi toccarlo, e del fumo continuava a uscire. Siamo quasi arrivati al cratere, il punto più alto di questa visita, la guida si ferma.

Mio figlio dice che il sole gli brucia gli occhi, mia figlia dice «l’odore mi da fastidio». Il cielo è chiarissimo; come in una foto si vedono la Calabria, Siracusa, il golfo di Catania… che spettacolo.

NON VOGLIO CAMMINARE PIÙ!!! Urlano i miei due coraggiosi Frodo Baggins. Io e mia moglie ci guardiamo «Andiamo via» e in un attimo arriviamo giù, nella sicurezza della civiltà.

E così uscimmo a riveder le stelle.


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Le canzoni dei cartoni

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Se mi segui da un po’, sai che non vivo in Italia da due anni. Te lo ricordo senza paura di essere considerata meno italiana per questo, dal momento che ho trascorso trent’anni (cioè il 90% della mia vita) tra Piacenza, dove sono nata e vive la mia famiglia di origine, e Milano, dove ho studiato e lavorato.

Questo significa che conosco bene quell’abitudine molto italiana di parlare di un certo passato comune, quando ci si ritrova con gli amici e i colleghi attorno a un tavolo.

Se vivi in Italia e hai amici italiani, sai di cosa sto parlando e forse ti è capitato di sentire conversazioni simili a questa:

«Ma vi ricordate quando facevamo la coda in edicola dopo scuola per comprare le figurine?»
«Mia sorella si offriva sempre di fare la coda per me, così si comprava anche il Cioè* di nascosto da mamma e papà»
«E poi via di filata a casa, che iniziava Bim Bum Bam!»

«Do you remember when we used to queue up at the newsstand after school to buy the stickers?»
«My sister always offered to stand in line for me, so we could also buy Cioè magazine without mom and dad knowing.»
«And then straight home, with Bim Bum Bam starting!»

Ti ho fatto la traduzione in inglese, perché mi chiedo cosa possa capire di queste frasi in italiano una persona che non è cresciuta in Italia. Non perché le manchino la capacità di comprensione o il lessico, ma perché le mancano – inevitabilmente – certi riferimenti culturali.

Tali riferimenti culturali sono l’eredità di un mondo in cui le abitudini mediatiche dipendevano da un’offerta circoscritta. C’erano le riviste e i giornali cartacei, la radio e, soprattutto, la televisione.


Vocabolario 1

Dal momento che = Since / Given that

di origine = of origin (birth family)

quando ci si ritrova = when there’s a gathering

ti è capitato di = it occurred to you / it happened to you

l’eredità = the heritage

le abitudini mediatiche = media habits

circoscritta = limited

le riviste = magazines


La televisione ha forgiato lingua, costumi e gusti degli abitanti del Paese fino all’arrivo di internet, dei canali digitali e delle piattaforme di streaming. Tuttavia, come ti ho raccontato nell’episodio sul Festival di Sanremo, la televisione non ha ancora smesso di esercitare la sua influenza in Italia.

Certo, quando si vive in un ambiente internazionale, come una grande metropoli, le conversazioni prendono le distanze da vissuti particolari (in inglese diremmo backgrounds). Ma dal momento che l’Italia è composta principalmente da piccoli comuni e città di provincia, saper cogliere le sfumature diventa importante.

È con questa lunga premessa che oggi voglio provare a raccontarti una storia che, spero, ti permetterà di avvicinarti a un aspetto della cosiddetta “cultura pop”, la cultura popolare contemporanea e, auspicabilmente, a prendere parte a conversazioni da cui altrimenti rimarresti escluso o esclusa.

Questa storia parla di pre-adolescenza, televisione e persino del Giappone.


Vocabolario 2

Ha forgiato = Has shaped / Has molded

non ha ancora smesso di esercitare la sua influenza = Has not yet ceased to exert its influence

un ambiente internazionale = An international environment

i comuni = the municipalities

le città di provincia = provincial towns / provincial cities

saper cogliere = To be able to grasp / to catch

la premessa = the premise

auspicabilmente = hopefully

da cui altrimenti rimarresti escluso o esclusa = From which otherwise you would remain excluded


Il fenomeno dei cartoni animati giapponesi in Italia

Dal 1981 al 2002 la rete televisiva italiana Mediaset ha trasmesso il programma televisivo dedicato ai bambini chiamato “Bim Bum Bam”. Per ben ventun anni, nella fascia pomeridiana, i bambini e i pre-adolescenti di tutta Italia rimanevano incollati alla tv per l’imperdibile appuntamento con i loro cartoni animati preferiti, cioè quelli di cui tutti avrebbero parlato il giorno dopo a scuola.

Il palinsesto era pensato bene: “Bim Bum Bam” andava in onda al rientro da scuola quando, in coincidenza con la merenda, i genitori potevano contare su due ore “libere” per poter fare le loro faccende. (Ehm… Quello sarebbe stato anche il periodo dei compiti, ma su questo punto sorvolerei).

I contenuti di questo “programma contenitore” (“Bim Bum Bam”) erano per lo più cartoni animati, talvolta inframmezzati da brevi sketch da parte di conduttori televisivi che interagivano col pupazzo animato Uan, un simpatico cane rosa. Questi cartoni animati erano tutti di origine giapponese.

Estratto di Bim Bum Bam con Paolo Bonolis e Uan 1985 in cui si possono ascoltare diversi giochi di parola

Marco Pellitteri, esperto di diffusione dell’animazione giapponese in Italia e in Occidente, scrive in un articolo:

«L’Italia è il paese occidentale che vanta la maggior distribuzione di anime, cioè film e serie televisive d’animazione giapponesi. […] Un’ampia gamma di prodotti letterari e di intrattenimento giapponesi è divenuta il centro attorno al quale un numero sempre crescente di giovani fan si riunisce e si impegna in attività culturali di socializzazione fra pari.»


Vocabolario 3

ben = even

rimanevano incollati alla tv = they remained “glued” to the TV

l’imperdibile = unmissable

Il palinsesto = the tv programming

al rientro da scuola = upon returning from school

in coincidenza con la merenda = coinciding with snack time

le loro faccende = their chores

i compiti = the homework

sorvolerei = I would overlook / I would skip

per lo più cartoni animati = mostly cartoons

inframmezzati = interspersed

il pupazzo animato = the animated puppet

un’ampia gamma = a wide range

pari = peers


Ci sono due motivi che spiegano il successo dei cartoni animati giapponesi in Italia.

Il primo è economico.

Devi sapere che in Italia la televisione pubblica, cioè la RAI, ha dominato il panorama mediatico dalla prima trasmissione andata in onda nel 1954 fino al 1976, anno della liberalizzazione delle concessioni televisive che ha portato alla nascita delle televisioni commerciali. Si trattava di reti televisive locali private, alcune delle quali sono state acquistate dal gruppo Mediaset dell’imprenditore e politico Silvio Berlusconi.

In questo periodo, queste reti televisive, per riempire i loro palinsesti, cominciarono ad acquistare numerose serie vecchie e nuove dai principali network televisivi giapponesi, che proponevano prezzi molto competitivi poiché il valore dello yen era piuttosto basso.

Una precisazione su Mediaset. Inizialmente “Bim Bum Bam” era trasmesso sull’emittente televisiva Antenna Nord, che era una di queste reti private, poi acquisita dal gruppo Fininvest di Silvio Berlusconi, di cui Mediaset fa parte dal 1993.

Il secondo motivo del successo dei cartoni animati giapponesi in Italia è legato alla frequenza.

Se quelle stesse serie in Giappone venivano mandate in onda a cadenza settimanale, in Italia, invece, le puntate andarono in onda a ritmo per lo più quotidiano.

Scrive sempre Pellitteri:

«Nei canali italiani vi fu un sovraccarico di anime: nel periodo che stiamo prendendo in esame nella maggior parte delle televisioni private – nazionali e regionali – si arrivava fino a sei-otto ore di anime trasmessi al giorno: con un simile punto di partenza, il boom italiano non poteva che diventare una dominante per almeno vent’anni. Questo genere di programmazione contava sul fatto che se il piccolo telespettatore non fosse stato in grado di vedere la puntata in onda quel giorno specifico, non avrebbe potuto recuperarla, non essendo previste repliche. L’aspetto cruciale di questa strategia fu in pratica il “qui e ora” […]»

In altre parole, Pellitteri osserva che i bambini e i ragazzi cresciuti tra la metà degli anni Settanta e i primi anni Duemila, non avevano ancora sperimentato la flessibilità della tv in streaming e sapevano bene che, se volevano prendere parte alle conversazioni tra amici, non potevano perdersi l’appuntamento quotidiano con i cartoni animati del pomeriggio.

Sigla del cartone animato “È quasi magia Johnny” cantata da Cristina D’Avena
Sigla del cartone animato “Il mistero della pietra azzurra” cantata da Cristina D’Avena
Sigla del cartone animato “Kiss me Licia” cantata da Cristina D’Avena

È così che oggi quei cartoni animati sono diventati una delle colonne portanti della cultura pop italiana contemporanea, anche e soprattutto grazie alle sigle (la sigla è la canzone introduttiva e conclusiva di ogni episodio) imparate a memoria in un tempo in cui la tv in diretta non permetteva l’opzione “salta intro” di Netflix.

Le canzoni dei cartoni animati giapponesi sono così diventate un marchio di appartenenza di generazioni che negli anni hanno riempito compilation di CD da ascoltare in vacanza con gli amici e successivamente playlist di Spotify da ballare alle feste. Con che cosa? Con le sigle dei cartoni cantati da Cristina D’Avena.


Vocabolario 4

i motivi = the reasons

il panorama mediatico = the media landscape

la liberalizzazione delle concessioni televisive = the liberalization of television concessions

limprenditore = the entrepreneur

riempire = to fill

a cadenza settimanale = at intervals /weekly

un sovraccarico = an overload

non fosse in grado di = was not able to

non avrebbe potuto recuperarla = would not have been able to recover it

le colonne portanti = the main pillars / the mainstays

salta intro = skip intro

un marchio = a brand


Cristina D’Avena inizia la sua carriera di cantante giovanissima, ma davvero giovanissima. Aveva infatti tre anni quando si è esibita davanti al pubblico televisivo della gara canora per bambini chiamata “Zecchino d’Oro” con la canzone “Il valzer del moscerino”, che ancora oggi tutti gli italiani hanno cantato ai loro bambini almeno una volta nella vita.

Ma è con le sigle dei cartoni animati che Cristina d’Avena diventa famosa, rimanendo per anni la regina italiana della musica per bambini, per poi essere affiancata dalla voce maschile di Giorgio Vanni, che comunque non le toglierà il trono.

Negli anni Ottanta, Cristina d’Avena inizia la lunga collaborazione con Mediaset, lavorando anche come attrice. Infatti, il successo dell’anime giapponese “Kiss Me Licia” (titolo originale “Ai shite Naito”, letteralmente “Amami cavaliere”) porta alla realizzazione di una serie televisiva in cui la stessa Cristina interpreta la protagonista. D’Avena lavora anche come conduttrice televisiva e radiofonica e inizia a esibirsi dal vivo, cantando le famose sigle dei cartoni giapponesi davanti a pubblici appassionati.

Nella sua lunga carriera, Cristina d’Avena ha pubblicato 313 album, tra sigle dei cartoni, canzoni scritte da lei e cover. Nel 2017 e 2018 ha inciso due dischi in collaborazione con i più famosi cantanti italiani del momento, che cantano insieme a lei le più famose sigle dei cartoni animati giapponesi. Oggi partecipa a programmi televisivi e continua a organizzare concerti in giro per l’Italia, in occasione di eventi culturali e feste aziendali.

Nel frattempo, il fenomeno degli anime giapponesi in Italia, non si esaurisce nella nostalgia delle sigle dei cartoni animati degli anni Ottanta e Novanta. Oggi trova un nuovo pubblico di giovani che, con modalità diverse rispetto al passato, fruisce di nuovi contenuti.

Queste serie animate giapponesi, a differenza del passato, sono libere dalle scelte di palinsesto delle reti televisive e libere dai numerosi adattamenti e dalle tante censure che hanno subito a causa del gusto e dei “valori” del tempo. Questi prodotti culturali giapponesi, fruibili sulle piattaforme in streaming più note come Netflix e su quelle più settoriali come Crunchyroll, rispondono ai gusti di un pubblico sempre più esigente, che oggi conosce bene la cultura giapponese e le sue sfaccettature, e che oggi sa che la ricchezza artistico-valoriale degli anime non può più essere relegata al contenitore dei cartoni animati per bambini.


Vocabolario 5

per poi essere affiancata da = to then be accompanied by

non le toglierà il trono = will not remove her from the throne

interpreta = plays the role of

la conduttrice = the host / the presenter

dal vivo = live

i pubblici appassionati = the passionate audiences / the devoted fans

due dischi = two albums

non si esaurisce nella nostalgia = does not end in nostalgia

gli adattamenti = the adaptations

le censure = the censorship

hanno subito = have undergone / have suffered

fruibili = accessible / available

esigente = demanding / rigorous

sfaccettature = facets / aspects

essere relegata = to be relegated

Approfondimenti:

Р*Cio̩: https://www.ilpost.it/2024/02/07/cioe-un-vecchio-giornale-per-giovanissime/
– **Zecchino d’Oro: https://zecchinodoro.org/chi-siamo/origine-del-nome/

– Lorenza Negri, I 30 cartoni animati giapponesi che hanno segnato gli anni ’80, Wired.it, 18 aprile 2022, https://www.wired.it/gallery/cartoni-animati-giappones-anni-80-foto/

Fonti:
– Nicola Baroni, Circuiti di mille valvole | Gli italiani hanno guardato molti più cartoni giapponesi dei loro coetanei europei, Linkiesta.it, 29 maggio 2020, https://www.linkiesta.it/2020/05/cartoni-animati-giapponesi-vedere/
– Marco Pellitteri, Il boom degli anime in Italia 1978-1984: l’eccezionale successo dell’animazione giapponese, Animata | Rete di divulgazione e ricerca sul cinema d’animazione dell’Università degli Studi di Padova, 31 maggio 2025, https://animata.beniculturali.unipd.it/wp-content/uploads/2015/09/Cabiria-179-Pellitteri.pdf
– Carlo Adriani, Le 50 peggiori censure degli anime in Italia, Wired.it, 9 aprile 2018, https://www.wired.it/play/televisione/2018/04/09/censure-anime-italia/


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Reggio Emilia e la bandiera italiana

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Il passaggio dal vecchio al nuovo anno è il momento in cui i capi di Stato tengono tradizionalmente un discorso ai cittadini. In Italia, come ogni anno, il 31 dicembre è stato trasmesso il discorso del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che è il capo dello Stato italiano.

Il discorso del Presidente della Repubblica Italiana il 31 dicembre 2023

Sono certa che discorsi di questo tipo ci sono stati anche nel Paese in cui vivi. 

Questi discorsi possono essere molto diversi tra loro da Paese a Paese ma anche all’interno dello stesso Paese, anno dopo anno. 

C’è una cosa che, però, accomuna tutti questi discorsi… La presenza della bandiera.

La bandiera italiana è chiamata anche “tricolore” perché è composta da tre sezioni di diverso colore: verde, bianco e rosso.

Queste tre sezioni, o “fasce”, sono ispirate al modello francese del 1790. Ricordiamo che l’Italia ha vissuto la dominazione napoleonica a partire dalla prima campagna che Napoleone condusse tra il 1796 e il 1799 fino al dominio sul cosiddetto Regno d’Italia che durò dal 1805 al 1814.

Il verde, il bianco e il rosso erano contenuti negli stendardi dei reparti militari “italiani” costituiti per affiancare l’esercito di Napoleone Bonaparte. La scelta di questi colori è quindi legata a questo periodo storico, ma successivamente tali colori assumono un diverso significato.


Vocabolario 1

un discorso = a speech

la bandiera = the flag

le fasce (plurale di “la fascia”) = the bands

condusse (passato remoto di “condurre”) = he led

gli stendardi (plurale di “lo stendardo) = the banners

affiancare = to flank

è legata a = it is linked to

assumono = (the colours) take (a different meaning)


Il 1797 è l’anno in cui incontriamo la prima forma ufficiale della bandiera italiana.

È qui che entra in scena Reggio Emilia, la città famosa per aver dato i natali, nel 1474, al celebre poeta Ludovico Ariosto (l’autore dell’Orlando Furioso) e – più recentemente – a un approccio educativo per la scuola dell’infanzia noto in tutto il mondo come Reggio Emilia Approach.

La bandiera nazionale italiana è nata proprio a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797. Quel giorno i rappresentanti delle quattro città di Reggio Emilia, Modena, Bologna e Ferrara, riuniti in Congresso, proclamarono il tricolore bianco, rosso e verde come vessillo della Repubblica Cispadana, una delle repubbliche nate in seguito alla prima campagna napoleonica.

Sul sito web del Quirinale, cioè la sede della Presidenza della Repubblica che si colloca in un palazzo posto sull’omonimo colle romano (cioè uno dei colli della città di Roma), si legge che:

Fu proprio in quegli anni che la bandiera venne avvertita non più come segno dinastico o militare, ma come simbolo del popolo, delle libertà conquistate e, dunque, della nazione stessa.


Vocabolario 2

entra in scena = comes onto the stage

aver dato i natali a = give birth to, be the birthplace of

i rappresentati (plurale di “il rappresentante”) = the spokespersons, the representative, the delegates

proclamarono (passato remoto di “proclamare”) = proclaimed, declared

il vessillo = the standard, the banner

cioè = that is

si colloca (collocarsi) = it is situated

posto (passato prossimo di “porre”) = located

il colle = the hill


Quando ho visitato per la prima volta Reggio Emilia, l’ho trovata una città molto piacevole.

Mi è parso subito che i colori del tricolore fossero parte dell’identità della città.

Il verde è il colore dei suoi numerosi parchi e dei tanti giardini che, passeggiando per le vie del centro storico, si fanno notare con le fronde degli alberi che sfuggono alle murature esterne delle case.

Il rosso è quello dei mattoni e degli intonaci caldi tipici delle città emiliane e il bianco è quello dei capelli canuti dei tanti pensionati che, tra una partita a carte e un bicchiere di vino al bar, tengono vivo il dialetto, come accade tipicamente in tutte le città italiane.

Sono sicura che, se dovessi trovarti in viaggio a Reggio Emilia, loro non esiterebbero a consigliarti le meraviglie della loro città. Forse, prima ti inviterebbero a provare l’“erbazzone”, una deliziosa torta salata che non manca mai in panetterie per pranzo e bar per l’aperitivo. Subito dopo, probabilmente, ti chiederebbero se hai visitato il Museo del Tricolore all’interno del Palazzo Comunale. 

È lì che si trova la storica Sala del Tricolore dove nacque la bandiera italiana e che è ora sede del Consiglio Comunale e delle più importanti manifestazioni istituzionali della città.


Vocabolario 3

piacevole = pleasant

fosse (congiuntivo imperfetto di “essere”) = was

le fronde = fronds, leafy branches

le murature = the walls

gli intonaci = the wall plasters

canuti (aggettivo plurale di “canuto”) = white-haired

i pensionati = retired people

una partita a carte = a card game match

il dialetto = the dialect

non esiterebbero (condizionale presente di “esitare”) = they wouldn’t hesitate to

una torta salata = a quiche

nacque (passato remoto di “nascere”) = was born


Fonti:

  1. https://www.quirinale.it/page/tricolore
  2. https://www.comune.re.it/argomenti/cultura/reggio-emilia-citta-del-tricolore

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Pensi mai agli ascensori?

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INDICE:
La paura degli ascensori
L’ascensore nei prodotti culturali
L’invenzione dell’ascensore
L’Italia e gli ascensori
Sondaggio (Poll)

La paura degli ascensori

Quando ero piccola, avevo il terrore degli ascensori. Davvero, anche solo l’idea di entrare dentro una di quelle strette scatole rumorose che servono per salire negli appartamenti in cui solitamente vivono gli italiani mi faceva venire le lacrime agli occhi.

Una volta entrata, stringevo stretti i pugni e socchiudevo gli occhi, fissi sulla fessura tra le due porte automatiche che – in un tempo che a me sembrava infinito – mostrava uno spiraglio di luce ad ogni piano raggiunto. Non era mai il nostro.

“E se ci blocchiamo adesso?”
“E se l’allarme non funziona?”
“E se nessuno lo sentirà?”
“E se… Mi scappa la pipì?”

Queste erano le domande che mi passavano per la testa durante quel lento supplizio di risalita di un qualche edificio della mia città.

Sicuramente deve esserci stata una causa da qualche parte nella mia infanzia per questa particolare forma di claustrofobia.

Ricordo che una volta, nel palazzo in cui viveva una mia compagna di classe, le porte dell’ascensore erano impazzite. Si aprivano e chiudevano ininterrottamente e irregolarmente, però tutto il resto funzionava. Il papà della mia amica si era messo in mezzo, facendo forza con le spalle, per permetterci di entrare e quindi premere il pulsante 4. Il punto era chiaro: meglio una spalla lussata che il fiato corto dopo quattro rampe di scale a piedi, no?

Un’altra volta, ero nell’edificio dove viveva la mia tata. Avevamo dovuto prendere le scale perché l’ascensore era rotto. A un certo punto della nostra ascesa, ecco che ci appare la cabina bloccata a metà tra un piano e l’altro. Mi aveva fatto venire i brividi. C’è qualcosa di inspiegabilmente fastidioso nell’osservare lo spazio che occupa la tecnologia che non funziona.

Forse è a causa di queste esperienze che nella mia vita da adulta cerco di evitare l’uso degli ascensori il più possibile. Ogni volta che posso, prendo le scale al posto dell’ascensore. Mi sembra un ottimo esercizio fisico, che mi fa pure risparmiare i soldi della palestra.

Questo almeno è quello che pensavo prima di diventare mamma, quando il passeggino è diventato un accessorio indispensabile per le mie uscite quotidiane. Inutile spiegare che la presenza dell’ascensore in un qualsiasi luogo pubblico o privato è diventata improvvisamente di grande importanza per me.

Quando sono a Londra, per esempio, tengo sempre a portata di mano la mappa che indica gli accessi “step free” della metropolitana anche se qualche volta mi è capitato di dover chiedere aiuto ai passanti per sollevare il passeggino (e il suo contenuto, cioè un bambino che pesa ormai 10 chili) lungo le scale.


Vocabolario 1

strette = tight

servono per = are meant for

stringevo = I squeezed

socchiudevo = I squinted

fissi su = focused on

la fessura = the hairline crack

lo spiraglio = a small opening

il piano = the floor

Mi scappa la pipì = I need to pee

il supplizio = the torment

l’infanzia = childhood

la compagna di classe = the classmate

erano impazzite = they got crazy

si era messo in mezzo = he put his body (himself) in the middle

lussata = dislocate

il fiato corto = breathless

le rampe (di scale) = flights of stairs

la tata = the nanny

mi aveva fatto venire i brividi = It made me shiver (it scared me)

al posto di = instead of

il passeggino = the buggy, the pram

a portata di mano = at your fingertips, at hand


L’ascensore nei prodotti culturali

In quelle occasioni, non posso fare a meno di pensare a quanto gli ascensori abbiano un valore ben più che rilevante per chi convive con una disabilità legata alla mobilità fisica. Gli ascensori funzionanti, per queste persone diventano imprescindibili.

Lo mostra in modo efficace l’episodio n.7 della quarta stagione della serie britannica Sex Education, in cui uno studente della scuola secondaria non riesce a partecipare agli esami che hanno luogo al secondo piano dell’edificio a causa di un guasto dell’ascensore. Le scale non sono un’opzione per lui, che si può spostare solo in carrozzina.

La presenza degli ascensori nei prodotti culturali non è un affare recente. L’ascensore come luogo sociale compare, infatti, tanto in film quanto in serie tv da un sacco di tempo. Ti cito alcuni titoli come esempio:

  • Only murders in the building, una serie americana del genere comedy-mystery (prima stagione uscita nel 2021) che è principalmente ambientata in un lussuoso palazzo di Manhattan dove l’ascensore è il pretesto per molti sviluppi della storia.
  • Grand Budapest Hotel, il colorato e fortunato film di Wes Anderson del 2014, ambientato proprio in un hotel il cui ascensore con seduta viene più volte usato dal concierge.
  • L’avvocato del diavolo, il film del 1994 con Al Pacino e Keanu Reeves, in cui la porta dell’ascensore si chiude proprio dopo che è stata fatta una proposta diabolica.
  • La fabbrica di cioccolato, il celebre libro per ragazzi dell’autore Roald Dahl pubblicato per la prima volta nel 1964 e divenuto poi un film nel 2005. Sono certa di non fare spoiler nel dire che lo stravagante ascensore di cristallo della fabbrica si trasforma nel mezzo di trasporto che ospita tutta la famiglia del protagonista (incluso il nonno allettato). Non a caso, il sequel del libro si chiama proprio Il grande ascensore di cristallo.

Vocabolario 2

non posso fare a meno di = I can’t help

legata a = linked to, related to

imprescindibili = essential

un guasto = an error (the lift was out of order)

si può spostare = can move

in carrozzina = on the wheelchair

un affare = an issue

Ti cito = I quote

il pretesto = the excuse

con seduta = with seat

allettato = unable to move from the bed


L’invenzione dell’ascensore

Ma quando è stato inventato l’ascensore?

Come principio, l’ascensore è molto antico. Compare infatti negli scritti degli antichi scienziati Archimede e Vitruvio. Addirittura lo si usava per scopi scenici durante i combattimenti al Colosseo: serviva, infatti, per far apparire gli animali direttamente nell’arena, sollevandoli in realtà dal piano sotterraneo fino al piano superiore grazie a un modello primordiale di ascensore.

Esempi di ascensori per passeggeri compaiono in chiese e palazzi dal 17° al 19° secolo D.C. Dobbiamo però concentrarci sul 1854 per trovare il primo esempio di ascensore come lo conosciamo oggi: un mezzo di trasporto prodotto a livello industriale. Siamo nella città di New York e il meccanico Elisha Graves Otis partecipa alla Exhibition of the Industry of All Nations con una dimostrazione al pubblico di come il suo ascensore non solo funzioni, ma possa anche essere utilizzato in modo sicuro dalle persone. (1)

Otis lo brevetta nel 1861 e nel 2022 l’azienda che porta ancora il suo nome si posiziona al primo posto come produttore di ascensori e scale mobili al mondo. Insomma, l’ascensore è invecchiato bene perché, fino a prova contraria, non siamo ancora passati a preferire il teletrasporto di Star Trek o la passaporta di Harry Potter.


Vocabolario 3

gli scritti = the handwritten texts

scenici = scenic

sotterraneo = underground

primordiale = primordial

lo brevetta = patented it

le scale mobili = the escalators

il teletrasporto = teleportation

la passaporta = the portkey


L’Italia e gli ascensori

Ma come mi è venuto in mente di parlarti di ascensori in questo episodio? Tutta colpa di un articolo de Il Sole24Ore, il più importante quotidiano economico italiano, grazie al quale ho scoperto che anche l’Italia detiene un primato riguardo agli ascensori.

“Uno strano record per l’Italia: sono ben 850 mila gli ascensori attivi, cifra che ha permesso alla nazione di guadagnarsi il titolo di Paese con più ascensori di qualsiasi altro al mondo.” (2)

Mi sono chiesta il perché e mi sono risposta che forse dipende dal tipo di architettura che caratterizza le abitazioni delle città italiane. L’Istat, l’Istituto di statistica italiano, mi ha confermato che:

“Le famiglie residenti in Italia vivono prevalentemente in appartamento (57,3%), mentre il 42,1% abita in ville, villini o casali unifamiliari o plurifamiliari (con accessi indipendenti).” (3) Questi dati sono relativi al 2021.

Passeggiando per i centri storici di città italiane come Napoli, Palermo, Torino e Milano è facile imbattersi in palazzi in stile liberty che nascondono al loro interno ascensori in legno e ferro battuto dal fascino senza tempo. Milano, in particolare, è considerata “la città degli ascensori”, infatti uno su cinque degli ascensori installati in Italia si trova in Lombardia. (4)

Tra gli ascensori più famosi d’Italia, non posso non menzionarti quello completamente trasparente che permette di risalire all’interno della cupola della Mole Antonelliana di Torino, da dove poter ammirare tutta la città.

L’esperienza di risalita vale decisamente la pena, ma se anche tu come me non ami particolarmente salire in ascensore puoi sempre rimanere al piano terra a passeggiare tra le esposizioni del meraviglioso Museo del Cinema della città.

E ora dimmi, tu ci pensi mai agli ascensori? Se ti va, raccontamelo rispondendo a questa email o lasciando un commento sotto l’articolo del blog così che altri possano partecipare alla discussione.


Vocabolario 4

Tutta colpa di = (the article) has to be blamed, is responsabile

detiene un primato = has the primacy, is on top for

la cifra = the number, the digit

le abitazioni = places of residence

i villini = little villas

i casali = hamlets

imbattersi = to bump into

vale la pena = it is worth it

il piano terra = the ground floor


Fonti:

  1. Andreas Bernard, Lifted: A Cultural History of the Elevator, New York University Press 2014, p.1-2 (Introduction)
  2. Enrico Netti, Ascensori, Italia leader globale ma è allarme sostenibilità, IlSole24Ore.com, 3 novembre 2023, https://www.ilsole24ore.com/art/italia-paese-ascensori-dove-sono-quelli-piu-vecchi-e-soprattutto-quanto-sono-sicuri-AEwBxlJD
  3. Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali 6 settembre 2022, Gruppo di lavoro sulle politiche per la casa e l’emergenza abitativa, Istat, https://www.istat.it/it/files/2022/09/Istat-Audizione-Politiche-per-la-Casa_06_09_22.pdf
  4. Davide Illarietti, Alla scoperta degli ascensori, da Citylife al più antico (Duse), Milano.Corriere.it, 22 marzo 2017, https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/16_settembre_28/alla-scoperta-ascensori-milanesi-piu-alto-citylife-piu-antico-duse-6dcb334e-0ee9-11e7-b19a-5283fae0a63e.shtml

La nostra scuola OnlineItalianClasses.com vorrebbe organizzare una chat di gruppo dove i partecipanti possano scrivere in italiano con l’aiuto delle nostre insegnanti. Ti interessa? Compila il sondaggio in inglese.


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    Intelligenza Artificiale: perché ci interessa

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    Esattamente un anno fa, noi insegnanti di OnlineItalianClasses.com lanciavamo il primo contest di scrittura online promosso dalla nostra scuola. Il contest si rivolgeva ai nostri studenti, ma coinvolgeva anche tutti quelli che ci seguono, a cui abbiamo chiesto di votare la loro storia preferita. E così è stato!

    Ciascuno studente (ovviamente solo chi ha deciso di partecipare) ha scritto una storia a partire da un incipit comune. Ne sono risultate nove storie diverse, bellissime nella loro originalità.

    Ricordo che la parte più difficile per noi insegnanti è stata l’ideazione dell’incipit. Volevamo trovare un inizio che fosse allo stesso tempo accattivante e non troppo dettagliato per lasciare la libertà di esprimersi.

    Alla fine, avevamo optato per questa scelta:

    L. e L. non si conoscevano finché, in una notte di metà settembre, si ritrovarono l’uno nella vita dell’altro.


    Vocabolario 1

    si rivolgeva = it was addressed to

    Ne sono risultate = (nine different stories) were the result

    accattivante = captivating, engaging


    Ora che lo analizzo meglio, questo incipit aveva un difetto linguistico non banale: l’uso del maschile a discapito del femminile o di una formula più inclusiva. (“uno” e “altro” invece di “una” e “altra” oppure di “un” e “altr” o di “unə” e “altrə”). Su questo tema vorrei tornare in un altro episodio, per ora soffermiamoci sul contest.

    I partecipanti del contest hanno lavorato con la loro insegnante e personalizzato il testo a loro piacimento. C’è chi ha dato vita a un personaggio femminile e a uno maschile, chi ha scelto due protagonisti animali, chi ha evitato di nominare i protagonisti perché non era importante ai fini della propria storia. Le storie sono state ambientate in diversi luoghi, addirittura su mezzi pubblici o in luoghi pubblici. Insomma è stato un successo.

    A distanza di un anno, molte cose sono cambiate. Il contest di scrittura per me è stato l’ultimo lavoro di cui mi sono occupata prima di entrare in maternità. Nei mesi successivi mi sono dedicata al mio bambino e non ho avuto modo di aggiornarmi su quello che stava succedendo nel mondo del lavoro, in particolare nel mio settore lavorativo. Ora che sono tornata, mi sono improvvisamente ritrovata immersa in discussioni per me totalmente nuove.

    Tra queste, c’è quella sull’Intelligenza Artificiale, in particolare nell’ambito dell’insegnamento dell’italiano a stranieri. Ho scoperto che gli insegnanti di italiano sono molto preoccupati, perché la competizione sul mercato si è fatta più spietata. I.A. è un’insegnante (o un insegnante?) instancabile, sempre disponibile, con una pronuncia perfetta e un’efficienza ineguagliabile. Esatto, sto parlando dell’Intelligenza Artificiale usata per imparare l’italiano.

    Si può chattare in italiano con ChatGPT, per esempio. E su YouTube spopolano video che mostrano come sia possibile anche avere una conversazione in italiano con l’Intelligenza Artificiale.


    Vocabolario 2

    a discapito (di) = to the detriment of

    a loro piacimento = as they wished

    ai fini (di) = for the purpuse of

    sono state ambientate (in) = took place in

    addirittura = even

    di cui mi sono occupata = I was in charged of

    non ho avuto modo di = I didn’t have the chance to

    aggiornarmi = keep myself up to date

    nell’ambito = in the field of

    spietata = cruel, unscrupulous, ruthless

    spopolano = are very popular


    Mi chiedo se devo preoccuparmi. Il mio lavoro da insegnante è giunto al tramonto?

    Per fortuna, penso, ho sempre il piano B: posso tornare a fare la copywriter.

    Per rassicurarmi, provo a chiedere a ChatGPT di scrivere un testo. Scelgo proprio l’incipit di cui ti parlavo prima, quello per il contest di scrittura.

    E così chiedo a ChatGPT:

    Per un contest di scrittura rivolto a un gruppo di studenti di italiano per stranieri scrivi l’incipit di una storia che i partecipanti devono proseguire a loro piacimento

    Ecco cosa mi risponde:

    Certamente, ecco l’incipit per il tuo contest di scrittura:

    “Nella tranquilla città di Firenze, tra le ombre allungate dalle antiche mura di pietra e i profumi avvolgenti dei gelati artigianali, un gruppo eterogeneo di stranieri si riunì sotto il caldo sole toscano. La scuola di italiano per stranieri, situata in un pittoresco edificio affacciato su Piazza della Signoria, aveva programmato una lezione speciale quel pomeriggio. I volti curiosi e le voci animate provenivano da ogni angolo del mondo, ciascuno portando con sé una storia unica e il desiderio di imparare la lingua del Bel Paese. Era l’inizio di un’avventura che li avrebbe condotti in luoghi inimmaginabili, e tutto cominciò con un’inattesa sorpresa.”

    Ok. Sono fregata. E lo pensi anche tu, vero?

    L’Intelligenza Artificiale ha generato in una manciata di secondi un incipit che io e le insegnanti abbiamo deciso dopo almeno due settimane di riflessioni. E pare pure più bello del nostro!

    Sì, però, a dire il vero, c’è qualcosa che non mi convince. ChatGPT menziona una lezione speciale nel pomeriggio, quindi immette questo primo elemento di sorpresa. Ma poi ne aggiunge un altro, perché sottolinea che ogni partecipante porta con sé una storia unica. E poi chiude con una frase che è carica di aspettative: un’avventura, luoghi inimmaginabili, un’inattesa sorpresa. Ok, mi sembra un po’ troppo.

    Forse è colpa mia, non sono stata chiara nella consegna. Riproviamo.

    Ok, ma potresti generalizzare di più? Senza riferimenti a luoghi specifici, per esempio. Potresti anche abbreviare il testo e lasciare più libertà creativa?

    Certamente, ecco un incipit più breve e aperto:

    “In una città sconosciuta, un gruppo di stranieri si ritrovò in un luogo inaspettato. La scuola di italiano aveva organizzato un incontro speciale quel pomeriggio. Ognuno portava con sé una storia unica, e tutto cominciò con una sorpresa inaspettata.”

    Lo trovo ancora un po’ ridondante , digito.

    E lei (o lui) risponde: Capisco, cerchiamo di semplificarlo ulteriormente:

    “In una città sconosciuta, un gruppo di stranieri si ritrovò in un luogo inaspettato. Ognuno con una storia unica, tutto iniziò con una sorpresa.”


    Vocabolario 3

    è giunto al tramonto = has come to an end?

    Sono fregata = I am swindled

    in una manciata di secondi =

    immette = inserts, inputs

    sottolinea = underline

    la consegna = the instructions

    abbreviare = shorten


    Ok. Ci siamo. Linguisticamente funziona, non pensi? Sì, funziona, a parte il fatto che… Non ha senso.

    Non ha senso questa versione, ma nemmeno le precedenti, se devo dire la verità. Suona bene, certo. Ma logicamente non ha nè capo nè coda. La semplificazione è avvenuta nella sintassi, ma non a livello concettuale. Quella ridondanza che ostacola la mente invece di liberarla è rimasta. Città sconosciuta, stranieri, luogo inaspettato, storia unica e sorpresa. Tutti questi elementi misteriosi sono concentrati in due righe.

    Ora, io non ce l’ho con ChatGPT o con l’Intelligenza Artificiale…. Anzi!

    Quando sento che gli studenti stanno utilizzando tutti gli strumenti a loro disposizione per imparare o praticare l’italiano (quindi non solo ChatGPT o simili, ma anche Duolingo, per dire) sono contenta. Perché mettersi contro il cambiamento, quando può tornare utile a tutti? Viviamo in un mondo che evolve e non possiamo evitarlo. Però possiamo cavalcare l’onda.


    Vocabolario 4

    funziona = it works

    Non ha senso = it doesn’t make sense

    Suona bene = it sounds good

    Non ha né capo né coda = have no beginning or end, be all over the place

    la sintassi = the syntax (sentence structure, word order)

    concentrati = condensed

    io non ce l’ho con (avercela con ) = have it in for

    mettersi contro = be against

    può tornare utile = come in handy, turn out to be useful, prove to be useful

    cavalcare l’onda = to ride


    Cose che l’Intelligenza Artificiale può aiutare gli insegnanti a fare:

    • Creare giochi educativi per l’apprendimento linguistico
    • Creare immagini a scopo didattico per stimolare la conversazione (ad esempio con Midjourney Bot)
    • Imbastire un esercizio di comprensione linguistica
    • Tradurre un messaggio o convertire la propria voce in diverse lingue per raggiungere più studenti (ad esempio con Rask.ai)

    L’Intelligenza Artificiale è molto brava (bravo? brav*?) a imitare e inventare. Perché quello che inventa dipende da quello che ha imparato masticando e digerendo i Big Data.

    L’Intelligenza Artificiale sarà quindi bravissima ad aiutarci nel nostro lavoro, qualunque esso sia. È un supporto, un modo per risparmiare tempo, per toglierci un po’ di fatica. Ma non potrà mai essere originale, autentica e reale. Noi dovremo sempre verificare che quello che ha generato abbia senso. E non è un difetto, è una sua caratteristica strutturale.

    Così come l’Intelligenza Artificiale non potrà mai creare una relazione umana tra studente e insegnante. Non potrà mai creare percorsi di apprendimento personalizzati come ogni giorno le nostre insegnanti si impegnano a fare con i loro studenti. Non potrà capire al volo, tramite empatia, quando la persona che ha di fronte è stanca, arrabbiata, delusa o annoiata. E non potrà mai offrirti socialità e sostituirsi a uno dei partecipanti di un corso di gruppo online. Infine, non potrà raccontarti com’è andata la sua giornata in Italia, perché in Italia non ci ha mai davvero vissuto.

    Voglio lasciarti con un ultimo esempio, una dimostrazione video di un “role play” che simula la situazione di ordinare un caffè in una caffetteria.

    Il risultato è sorprendente ma… ti svelo un segreto. Nel menù di un bar italiano (così chiamiamo una caffetteria) non troverai mai “latte” o “mocha” e raramente troverai “americano” o“espresso”…. Semplicemente, “caffè”.


    Vocabolario 5

    a scopo didattico = with an educational goal

    Imbastire = the real meaning is ‘to tack’ but in this context it is figurative and it means ‘to sketch out’

    Tradurre = to translate

    masticando e digerendo = chewing and digesting

    capire al volo = to understand quickly

    annoiata = bored


    Italian Conversation Sessions

    Se vuoi provare l’esperienza di parlare in italiano con persone reali ma senza spostarti da casa tua, perché non partecipi a una delle sessioni di conversazione online in italiano su un tema che ti interessa?

    Conoscerai così una delle nostre insegnanti e potresti anche fare nuove amicizie con persone provenienti da tutto il mondo. Vai su OnlineItalianClasses.com e seleziona “Italian Conversation Sessions” nel menù.

    Ehm… Ho chiesto a ChatGPT di tradurre questo per me. Dimmi cosa ne pensi:

    If you want to experience speaking Italian with real people without leaving your home, why not participate in one of the online Italian conversation sessions on a topic that interests you? This way, you’ll get to know one of our teachers and might even make new friends with people from all over the world. Go to OnlineItalianClasses.com and select “Italian Conversation Sessions” from the menu.


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    15 agosto: Un Ferragosto Italiano

    Ferragosto è la giornata che rappresenta il culmine dell’estate italiana. Una festa pagana di origine romana, che è poi stata adottata e modificata dalla tradizione cristiana. Ti racconto qui come si festeggia oggi il 15 agosto in Italia e perché è importante che tu lo sappia…

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    Domenica sono uscita con un’amica italiana che vive a Londra come me. Chiacchieravamo di questa estate molto inglese, fresca e piovosa come ci si aspetterebbe qui (e, che – tra parentesi – inizia a piacermi assai, dopo aver passato due mesi nella torrida Italia. Ma se iniziamo a parlare di cambiamenti climatici, dovremmo aprire un capitolo a parte quindi ritorniamo sui binari).

    La mia amica non ne può più. “Questa non è estate!” mi ha detto, sconsolata. “Ho voglia di mare, di sole, di caldo…insomma, ho voglia della classica estate italiana”.

    Ma che cosa si intende esattamente per questa tanto idealizzata estate italiana?

    Devi sapere che le vacanze estive, quelle in cui la scuola è chiusa per intenderci, in Italia durano quasi tre mesi. Sì, sono lunghissime rispetto a quello che succede negli altri Paesi europei, ad eccezione solo di Lettonia e Lituania (persino in Spagna, che agli occhi degli italiani è il Paese dove è estate tutto l’anno, durano una settimana di meno). Per esempio, quelle attualmente in corso in Italia sono cominciate tra la prima e la seconda settimana di giugno (a seconda della regione) e termineranno tra la seconda e la terza settimana di settembre.

    Vocabolario 1

    Chiacchieravamo = we chatted
    assai = a lot
    torrida = baking hot

    a parte = one more, another
    non ne può più = she can’t stand it anymore
    sconsolata = sorrowful

    insomma = therefore
    persino = even
    a seconda = according to


    Il motivo è principalmente climatico: con il caldo che avanza e la mancanza di aria condizionata nelle scuole – la maggior parte delle quali hanno sede in edifici che risalgono all’epoca del fascismo – diventerebbe impossibile svolgere le lezioni in condizioni di sicurezza.

    Questo comporta che l’intera società si sia adattata a concentrare le ferie (in gergo, si tratta dei giorni in cui i lavoratori si prendono una pausa dal lavoro) in questo lungo lasso di tempo.

    Giugno e settembre sono tendenzialmente considerati “bassa stagione”, cioè quando l’affluenza di turisti non è così alta e quindi i prezzi delle strutture di ricezione turistica sono più bassi. Il picco, cioè quella che è considerata “alta stagione”, si ha in agosto e in particolare nella “settimana di ferragosto”, che è quella che include la giornata di ferragosto, che cade sempre il 15 agosto.

    Vocabolario 2

    hanno sede = take place
    risalgono = belong
    svolgere = carry out

    le ferie = holidays, days off
    in gergo = in the slang

    (il) lasso = laps
    l’affluenza = the flow (of tourists)


    La settimana di ferragosto sono in realtà le settimane di ferragosto, cioè le due settimane più vicine a tale data. Per intenderci, quest’anno ferragosto cade di martedì e quindi il periodo probabilmente più gettonato dagli italiani che andranno in vacanza va dal venerdì 11 fino alla domenica 20 agosto.

    Se ti trovassi in Italia in questi giorni e ti capitasse di accendere la radio o la televisione, è altamente probabile che tu ti possa imbattere nell’espressione “bollino rosso”. Si tratta di un’indicazione del livello del traffico sulle autostrade italiane, frequentatissime dai numerosi vacanzieri che – per spostarsi da una zona all’altra d’Italia – scelgono di viaggiare in automobile. Normalmente, i flussi di automobilisti con il bagagliaio pieno e l’aria condizionata “a balla” si spostano in massa dalle città alle località balneari oppure alla montagna. Tendenzialmente questi flussi vanno quindi da nord a sud e viceversa. Raramente gli italiani attraversano l’Italia in orizzontale, anche se l’entroterra italiano sarebbe tanto sorprendente quanto è snobbato (come ha fatto notare la scrittrice e regista Alice Rohrwacher in un’intervista che ho ascoltato di recente).

    Vocabolario 3

    gettonato = popular
    (il) bollino = the mark
    il bagagliaio = the trunk

    “a balla” = at a high power
    in massa = all together at the same time

    le località balneari = seaside resort
    di recente = recently


    Che cosa si intende per Ferragosto?

    Si tratta di una festa pagana di origine romana, che è poi stata adottata e modificata dalla tradizione cristiana, come spesso accade (e lo sanno bene gli studenti di Laura che hanno seguito il suo corso di gruppo Italian Folklore!).

    Il nome ferragosto deriva dal latino feriae Augusti, che significa “riposo di Augusto”. Augusto è stato il primo imperatore romano, Ottaviano Augusto, che ha dato il nome anche al mese di agosto. Siamo nel 18 a.C. e Augusto istituì un periodo di riposo e di festeggiamenti per celebrare la fine dei lavori agricoli che durava, in realtà, tutto il mese di agosto.

    La giornata del 15 agosto fu stabilita dalla Chiesa, assimilando tali festeggiamenti romani alla celebrazione dell’assunzione della Vergine Maria. Il dogma dell’Assunzione stabilisce che Maria, nel momento della sua morte, sia stata assunta (cioè accolta) in cielo sia con l’anima sia con il corpo. Per questo motivo molti italiani si riferiscono alla festa di ferragosto anche con l’espressione “la Madonna d’agosto”.

    Come si festeggia oggi il Ferragosto in Italia?

    Come detto, molti italiani scelgono di passare le vacanze di ferragosto al mare o in montagna, anche se consapevoli che andranno incontro a grandi code ovunque: per trovare un tavolo in un ristorante, per prendere un gelato in gelateria, per entrare in una discoteca, per prenotare un campo da beach volley, per trovare un posto a sedere e assistere a un evento all’aperto e così via. Ci sono quelli che proprio non possono fare altrimenti, perché l’azienda in cui lavorano chiude per una o due settimane e sono quindi costretti a fare queste “ferie forzate” proprio nel periodo di ferragosto.

    Con un contratto a tempo pieno di 40 ore, ogni mese un lavoratore italiano dipendente matura 2.33 giorni di ferie, che sono circa 28 giorni all’anno, quindi circa quattro settimane. E durante l’anno ci sono poche altre occasioni per andare in vacanza (mettiamo il caso che due settimane “vanno via” in agosto, una per Natale e magari qualche altro giorno per Pasqua) e in quest’occasione molti si rassegnano a viaggiare, anche se è alta stagione.

    Vocabolario 4

    pagana = pagan, not christian
    istituì (passato remoto)= established
    Il dogma = dogma, gospel

    stabilisce = establishes
    (le) code = the queues
    e così via = and so on

    a tempo pieno = full time
    dipendente = employee


    E poi ci sono quelli che restano. Restano nelle città svuotate, nelle campagne ripopolate ma sempre meno affollate delle località di mare e di montagna.

    E cosa fanno? Organizzano pranzi per mangiare insieme, che domande!

    In particolare, la grigliata di ferragosto è imprescindibile, un vero “must”.

    Normalmente ci si ritrova con la famiglia o con gli amici, ognuno porta qualcosa da accompagnare alla carne (torte salate, torte dolci, vino e birra fresca) e… si griglia! Il dress code della giornata è solitamente maglietta e pantaloncini con sotto, pronto da sfoggiare, il costume da bagno. E i più fortunati possono effettivamente trovare un po’ di refrigerio nella piscina di un amico o in uno dei tanti fiumi e laghi lungo i quali le grigliate all’aperto sono permesse (spesso infatti c’è il divieto, per via del rischio di incendi).

    Il più sfortunato? Il grigliatore, che tendenzialmente è il padrone di casa e che si ritrova a passare tutto il giorno a preparare salamelle e hamburger per gli amici, avvolto in una nuvola di fumo e sotto il sole cocente. Però poi i complimenti per la buona riuscita della giornata (in cui, come sai, la qualità del cibo per gli italiani ha un peso notevole) cancella in un attimo tutta la fatica… immagino.

    Lo so, forse non ti aspettavi questo racconto della famosa “estate italiana”. Forse ti immaginavi un po’ meno afa, un po’ meno confusione. Una spiaggia tutta per tè o quasi, un aperitivo al tramonto, un giro in bicicletta (quella col cestino, mentre tu indossi un abito a fiori e un cappello di paglia). Ok, ok forse sto esagerando con gli stereotipi. Però non esagero col dirti che andare in Italia a ferragosto può essere un delirio. Sono però anche convinta che a molta gente piaccia la confusione. Trovarsi lì, esattamente lì dove sono tutti, fa sentire al centro di dove “le cose succedono”, dando l’idea che anche quest’anno quella famosa estate italiana si sia svolta nel modo giusto, così come dev’essere. Perché alla fine, ci innamoriamo delle idee così come ci innamoriamo delle persone. Con la differenza che le idee… possiamo comprarle 😉

    Vocabolario 5

    imprescindibile = essential
    (le) torte salate = quiches
    sfoggiare = show off
    il costume da bagno = swim suit

    il divieto = the ban
    il più sfortunato = the unluckiest
    cocente = burning
    notevole = remarkable

    immagino = I guess
    l’afa = the heat
    (il) cestino = the basket
    un delirio = a mess
    si sia svolta (congiuntivo) = happened


    New Referral Program: Parla di noi e ti regaliamo una lezione di italiano!

    Photo by Ben White on Unsplash

    Siamo molto orgogliosi dei nostri studenti. Vengono da ogni parte del mondo e arricchiscono la nostra scuola con le loro storie di vita così diverse, così interessanti. Alcuni hanno coinvolto amici e familiari, che ora sono diventati studenti della nostra scuola. E così la nostra “famiglia internazionale” si allaga 🙂

    Per ringraziarli, abbiamo deciso di regalare loro una lezione di 30 minuti, in aggiunta a quelle già acquistate.

    Se sei uno studente di OnlineItalianClasses.com puoi partecipare al nostro Referral Program: parla di noi ad amici e parenti e ti regaleremo una lezione per ogni persona che diventerà nostro studente.

    Come? Parlane con la tua insegnante o scrivimi una email con il nome della persona che vorrebbe provare una lezione di italiano!

    Inoltre, ti ricordo che stiamo per lanciare una nuova serie di incontri di conversazione in piccoli gruppi rivolti a studenti di livello pre-intermedio e intermedio, da A2 a B2. Se vuoi sapere quando comincerà, non dimenticarti di iscriverti alla newsletter!


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    2 giugno: La festa della Repubblica Italiana

    La festa della Repubblica è una delle ricorrenze italiane più importanti e una delle mie feste preferite. Forse perché è una giornata super partes, in cui la politica si fa da parte (o almeno dovrebbe), per ricordare le basi su cui la nostra società si fonda e cioè la democrazia.

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    Sabato 6 maggio 2023 mi trovavo in un pub di Londra insieme a una coppia di amici – una ragazza francese e un ragazzo tedesco – per un evento eccezionale: assistere alla cerimonia d’incoronazione di Re Carlo III d’Inghilterra. Tra una pinta di birra (per noi mamme, un succo di frutta) e un piatto di patatine fritte, abbiamo girato un simpatico video in cui facevamo giocare i nostri bimbi con le bandierine della Union Jack e li facevamo ballare sulle ginocchia sulle note dell’inno nazionale “God save… the King!”. Sembravamo molto patriottici, ma la verità è che ci stavamo solo divertendo. Abbiamo pensato che fosse bello celebrare in compagnia un evento storico così rilevante… Insomma, non capita tutti i giorni – specialmente al giorno d’oggi – di assistere all’incoronazione di un re!

    Tutt’attorno a noi, altri avventori seguivano le scene dagli schermi installati nel pub, seduti ai tavoli. L’atmosfera era goliardica. Un po’ come quando ci si ritrova a vedere una partita di calcio o di rugby, con la differenza che in questo caso non c’era una squadra da tifare. Non mi sembrava, infatti, di percepire un qualche spirito monarchico e ho avuto l’impressione che gli altri clienti fossero tutti stranieri come noi. Il quartiere dove viviamo, infatti, è piuttosto internazionale e probabilmente gli inglesi più “royalist” sono rimasti a casa o si sono recati nelle zone di Londra più centrali.

    Quando poi ho chiesto agli amici inglesi se avessero assistito alla cerimonia e ho raccontato loro della nostra mattinata al pub, la risposta comune è stata per lo più: “che cosa anacronistica!”. Il commento non era riferito a noi, ma all’evento in sé. Tutto quello sfarzo e quella solennità provocava in loro un certo imbarazzo.

    Per noi che vediamo la cosa “da fuori”, invece, è tutto piuttosto affascinante. Addirittura abbiamo dovuto acquistare un giornale cartaceo e altri souvenir da portare in Italia come ricordo dell’evento, su richiesta di due diverse persone (italiane).

    Vocabolario 1

    girato = past participle for “girare”. We say “girare un video” for “shooting a video”

    bimbi = colloquial form for “bambini”

    bandierine = little flags

    rilevante = relevant, important

    assistere = two meanings: to take care of/to attend (in this context, the last one).

    avventori = patrons

    goliardica = lighthearted

    calcio = soccer

    squadra = team

    tifare = support, cheer

    in sé = itself

    sfarzo = pomp

    imbarazzo = embarassement

    Addirittura = even


    Anche l’Italia era una monarchia

    Su 195 Paesi del mondo, sono rimaste attualmente solo 29 monarchie. L’Italia, come sai, non fa parte di queste e forse è proprio per questo motivo che l’incoronazione di un nuovo re nel 2023 ha attirato la nostra attenzione, così come tutto quello che è diverso da ciò a cui siamo abituati.

    Infatti, nè io, nè i miei genitori eravamo nati quando l’ultimo Re d’Italia Umberto II era in carica. Tuttavia, non si tratta di un tempo così remoto come si possa pensare. La mia nonna, per esempio, aveva 20 anni quando – il 2 giugno del 1946 – in Italia si è votato il referendum* per decidere se mantenere la monarchia o diventare una repubblica. Ora che ci penso, mia nonna non aveva potuto votare, perché non aveva ancora compiuto i 21 anni (li avrebbe fatti a settembre dello stesso anno). Oggi gli italiani possono votare a partire dai 18 anni, ma a quel tempo no e per un soffio mia nonna non ha potuto prendere parte al primo voto a suffragio universale d’Italia!

    Ti ricordi cosa significa questa parola: “suffragio universale”? Significa che il diritto di voto è esteso a tutti, non solo agli uomini, ma anche alle donne! Sì, in Italia questo è successo piuttosto tardi (in Inghilterra, per esempio, il movimento delle “suffragette” è nato alla fine del 1800 e le prime donne hanno potuto votare – pur con delle limitazioni – già nel 1918).

    Fatto sta che, il 2 giugno 1946, appena dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, gli italiani decisero che l’epoca della monarchia era giunta al tramonto, per far sorgere quella della repubblica. Sicuramente, la caduta del nazi-fascismo, sconfitto grazie ai movimenti di resistenza dei partigiani e alla controffensiva delle forze alleate, ha influito fortemente su questa decisione, anche se lo spoglio del risultato mostrò chiaramente che l’Italia era divisa in due metà. Nel nord Italia la repubblica vinse in quasi tutti i centri urbani principali, mentre al sud il voto fu quasi ovunque prevalente per la monarchia. La differenza dei voti fu comunque consistente – circa 2 milioni – a favore della repubblica, nonostante il mancato voto di molte persone: i sopravvissuti all’internamento in Germania, che ancora si trovavano lì, gli abitanti delle città di Pola, Fiume e Zara (che dopo la guerra erano passate alla Jugoslavia – e oggi sono parte della Croazia), gli abitanti di Trieste, città al tempo contesa che tornò italiana solo successivamente. Ma non votarono nemmeno i militari prigionieri di guerra da parte degli alleati e gli abitanti di Bolzano, che dopo la creazione della Repubblica di Salò* era stata annessa alla Germania.

    *La Repubblica di Salò è stata un breve regime (dal settembre 1943 all’aprile 1945) con a capo Mussolini in collaborazione con Hitler, che aveva sede sul Lago di Garda, nato in seguito alla firma dell’Armistizio – cioè della resa dell’Italia agli alleati.

    Vocabolario 2

    ciò = what

    era in carica = was in charge

    remoto = remote, far in time

    a partire da = from

    per un soffio = by a whisker, by a thread

    prendere parte a = take part in

    è esteso a = is widespread

    pur (seppure) = although, though, even though, even if

    Fatto sta che = point is, fact is

    era giunta a = came to

    sconfitto = defeated

    lo spoglio = tally the votes (in Italian we use a noun)

    consistente = false friend! It doesn’t mean “consistent”, but “considerable, substantial, significant, sizeable”

    mancato = missing

    annessa = annexed, conjunct, combined, joined together

    la firma = another false friend. It’s not a firm, it’s a signature.


    Come è fatta la Repubblica Italiana?

    In latino res publica significa “cosa pubblica” cioè di tutti, infatti le decisioni si prendono in forma di democrazia. L’Italia è un esempio di repubblica parlamentare. Le funzioni fondamentali sono distribuite tra cinque organi costituzionali: parlamento, presidente della repubblica, governo, magistratura, corte costituzionale.

    Il parlamento esercita la funzione legislativa (approva le leggi) e di controllo sul governo. I membri del parlamento italiano sono 606 e si tratta di rappresentanti delle scelte del popolo. Il parlamento italiano è composto da due camere: la Camera dei deputati (400 membri) e il Senato (200 membri + 6 senatori a vita).

    Il governo esercita la funzione esecutiva (mettere in pratica le leggi) e coincide con il consiglio dei ministri a cui fa capo il presidente del consiglio. Nel momento in cui scrivo la presidente del consiglio dei ministri è Giorgia Meloni, la prima presidente donna della storia d’Italia.

    La magistratura esercita la funzione giurisdizionale, ovvero applicare e far rispettare le leggi. Sono magistrati sia i giudici, sia i pubblici ministeri (Pm). I giudici decidono sulle controversie, i Pm dirigono le indagini.

    La corte costituzionale è composta da 15 giudici che controllano la costituzionalità delle leggi e le annullano se sono incostituzionali. La costituzione è la legge fondamentale dello Stato, che indica i principi fondamentali che tutte le altre leggi devono rispettare e inoltre definisce i valori su cui lo Stato si fonda e stabilisce la sua organizzazione.

    La costituzione italiana fu firmata dopo la Seconda Guerra Mondiale da Enrico De Nicola come primo presidente della repubblica italiana. Quello attuale, invece, è il dodicesimo, Sergio Mattarella. Normalmente il presidente della repubblica rimane in carica 7 anni, ma eccezionalmente Sergio Mattarella si trova già al suo secondo mandato consecutivo, a causa della situazione di crisi politica e sanitaria in cui l’Italia si è ritrovata nel 2022. Il presidente della repubblica ha un potere «neutro», cioè al di fuori della tripartizione dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario). Svolge una funzione di sorveglianza e coordinamento, secondo le norme stabilite dalla costituzione italiana, di cui è garante.

    Vocabolario 3

    esercita = carries out, performs

    la funzione = the function

    ovvero = formally means “or”, but in the spoken language it means “that is”

    far rispettare = make sbd respect

    le controversie = controversy, dispute, disagreement

    le indagini = investigations, inquiries

    incostituzionali = unconstitutional

    il mandato = the mandate

    consecutivo = in a row

    al di fuori = outside, beyond

    Svolge = conducts, carries out

    garante = guarantor, warrantor


    Come si festeggia la Festa della Repubblica in Italia?

    Innanzi tutto, si è sempre festeggiata da quel 2 giugno 1946, con poche eccezioni. Per alcuni anni fu resa una “festa mobile”, cioè non c’era una data fissa in cui celebrarla, lo si faceva la prima domenica di giugno. Inoltre, nel 1976 fu annullata a causa dell’oggi famoso terremoto nella regione dell’Italia settentrionale (del nord Italia) chiamata Friuli Venezia Giulia, nel 1977 fu annullata per non perdere un giorno di lavoro a causa della crisi economica. Nel 2000 fu ristabilita la data del 2 giugno, che rimane ancora oggi ed è particolarmente amata da chi vuole approfittarne per fare una gita fuori porta primaverile.

    Come puoi immaginare, la capitale d’Italia Roma è al centro dell’attenzione per il cerimoniale ufficiale della Festa della Repubblica. Tutto il resto d’Italia – ovvero quelli che non hanno deciso di viaggiare – assiste all’evento attraverso la diretta televisiva. Oltre alla parata militare lungo i Fori Imperiali, il gesto più importante della giornata lo compie il presidente della repubblica, che depone una corona d’alloro sulla tomba del Milite Ignoto. Il Milite Ignoto (o Soldato Ignoto) è un militare italiano caduto al fronte durante la Prima Guerra Mondiale e sepolto a Roma sotto la statua della dea Roma all’Altare della Patria al Vittoriano. Ignoto significa “sconosciuto”, cioè non si conosce la sua identità. Il valore di questo monumento è simbolico e la sua storia è affascinante. Ti invito a guardare il video qui sotto per scoprirla:

    Il Milite Ignoto – Francesco Oggiano

    Ps. La tomba del Milite Ignoto è omaggiata in diverse occasioni, oltre che ogni 2 giugno e ogni 4 novembre, data della sepoltura (4 novembre 1921).

    La Resta della Repubblica è una delle ricorrenze italiane più importanti e una delle mie feste preferite. Forse perché è una giornata super partes, in cui la politica si fa da parte (o almeno dovrebbe), per ricordare le basi su cui la nostra società si fonda e cioè la democrazia. Tuttavia, non posso fare a meno di osservare gli strati di storia che continuano a convivere nelle città italiane, anno dopo anno. Prima fra tutte Roma, che è tempestata di monumenti che raccontano la sua antica identità imperialistica, ma – a dire il vero – in qualsiasi città italiana a un certo punto ti potresti ritrovare a passeggiare per un certo “Corso Vittorio Emanuele” o una certa strada – senz’altro centrale – dedicata a un membro della dinastia dei Savoia, che ha regnato sull’Italia dall’anno dell’unificazione – il 1861 – fino al 2 giugno 1946.

    Vocabolario 4

    approfittarne = take advantage of

    una gita fuori porta = outing, day trip, excursion

    ovvero = formally means “or”, but in the spoken language it means “that is”

    la diretta televisiva = tv live recording, tv live coverage

    depone = puts down

    la corona d’alloro = laurel wreath

    la tomba = the grave

    caduto = literally “fallen”, here means “dead”

    al fronte = on the field (during a war)

    sepolto = buried

    è omaggiata = is honoured

    non posso fare a meno di = I can’t help

    gli strati = the layers

    convivere = coexist


    Il corso “Italian Folklore” – Second Term

    Il primo modulo (first term) del corso online “Italian Folklore” sta andando molto bene. Le due partecipanti sono attente, curiose e si sforzano di parlare italiano tra di loro e con l’insegnante…. Bravissime! L’insegnante Laura – che è antropologa sociale – ogni volta racconta loro intriganti storie che parlano di come alcune tradizioni italiane si mescolino tra sacro e profano. Il secondo modulo (second term) del corso prosegue. L’inizio è previsto per martedì 6 giugno, con due incontri settimanali, il martedì e il giovedì. Perché non ti unisci al gruppo anche tu? Non preoccuparti, puoi iscriverti liberamente, non è necessario aver frequentato il primo modulo. Trovi tutte le informazioni qua sotto:

    Inoltre, ti ricordo che stiamo per lanciare una nuova serie di incontri di conversazione in piccoli gruppi rivolti a studenti di livello pre-intermedio e intermedio, da A2 a B2. Se vuoi sapere quando comincerà, non dimenticarti di iscriverti alla newsletter!


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    Storie di caffè

    Noi italiani abbiamo tanti pregi. Sappiamo essere molto affettuosi, sappiamo (tendenzialmente – me esclusa) cucinare bene e produrre ingredienti di qualità, che siamo felici di diffondere con orgoglio oltre i confini nazionali. Tra gli innumerevoli nostri difetti, proprio l’orgoglio è quello che più ci rappresenta… specialmente quando si parla di cibo e dintorni.

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    (Per esempio), non c’è assolutamente nessuno al mondo che sappia fare il caffè meglio di noi. Questo è quello che pensiamo, noi italiani, con davvero poche eccezioni. Infatti, quando si tratta di cibo e bevande (vino o caffè, appunto), diventiamo tutti conservatori. Nella fattispecie il caffè ci rende addirittura un po’ più immuni al campanilismo che di solito ci caratterizza… E allora possiamo anche concedere ai napoletani il primato del caffè più buono d’Italia.

    Sono stata a Napoli tre volte nella mia vita e devo dire che lì il caffè è davvero un’istituzione. E non è necessario recarsi all’elegantissimo (e altrettanto famoso) Caffè Gambrinus, al lato di Piazza del Plebiscito, per assaporarne la fragranza. Ricordo ancora, sulla strada verso il Vomero, il sapore intenso di quella tazzina di caffè preparata in un piccolo baretto sconosciuto e costatomi solo 80 centesimi di Euro.

    Napoli è la città dove il caffè “pure in carcere lo sanno fare”, per citare De André. E infatti ho scelto proprio Napoli per acquistare la tradizionale caffettiera napoletana (appunto) chiamata anche “cuccuma” o “cuccumella”. A differenza della moka, non fa uso della pressione generata dal vapore per spingere l’acqua attraverso il caffè, bensì esclusivamente della forza di gravità. Insomma, per far scendere il caffè bisogna girarla sottosopra e attendere qualche minuto. Questo dà tempo per stupire gli ospiti e intrattenerli con la storia per cui il caffè in questo modo è più buono perché non brucia. E il messaggio sottinteso, naturalmente è: Io sì che so fare un buon caffè, il migliore!

    Don Raffaè, Fabrizio De André

    Saper fare un buon caffè è, di fatto, una competenza sociale molto importante per gli italiani. Una buona tazza di caffè può creare un ambiente rilassato, far iniziare conversazioni interessanti e – soprattutto – mettere al riparo dai giudizi.

    E così puoi garantirti complimenti come: “Questo sì che è un buon caffè, mica come quello che ho bevuto in…. Spagna, Germania, Inghilterra”…Scegli tu un qualsiasi luogo che non sia Italia!

    Ecco, questa è una frase molto comune tra noi italiani. E tutti hanno una storia legata al caffè da raccontare in occasioni sociali, facci caso.

    Vocabolario 1

    appunto = indeed, as I said

    Nella fattispecie = In the present case

    campanilismo = localism, the tendency to consider everything related to your home town/region better than the rest.

    concedere = to grant

    il primato = the primacy

    davvero = really

    recarsi = to go (like ‘andare’ but more elegant)

    per assaporarne la fragranza = to savor the scent

    sconosciuto = unpopular

    la moka = traditional Italian coffee machine

    scendere = to go down

    sottosopra = upside down

    non brucia = doesn’t burn

    sottinteso = implied

    mica = not translatable in English. It’s a reinforcement.

    legata al = connected to, related to


    Ma perché noi italiani pensiamo che il caffè faccia così (ehm…) schifo all’estero? Dopo oltre un anno a Londra, ci ho ragionato su e ho elaborato una teoria.

    Penso – e correggimi se sbaglio – che il punto sia che quando viaggiamo, cerchiamo troppo spesso di ritrovare altrove quello a cui siamo abituati. E quindi, arrivato il momento del caffè, pretendiamo di ritrovare lo stesso espresso di sempre per poi renderci conto con grande stupore che… non è uguale al nostro.

    Quello che dimentichiamo di fare è – nella maggior parte dei casi – guardarci intorno per almeno sforzarci di capire… Cosa si beve di tradizionale in questo cultura? Forse non il caffè espresso a cui siamo abituati? Se si parte da questo presupposto, l’esperienza migliora notevolmente. E allora anche il caffè turco con il fondo nella tazzina (quel “residuo” che fa inorridire gli italiani) o il caffè americano (quello che gli italiani considerano “brodaglia”) potranno sorprenderci positivamente.

    E, badate bene, non dico che questo atteggiamento sia una prerogativa italiana. Chiunque di noi è portato a confrontare una nuova esperienza con quelle passate, specialmente se si tratta di abitudini.

    Ricordo che durante una lezione di italiano una mia studentessa mi disse che il caffè italiano è orribile. “Ha un gusto così forte e finisce subito!” era il suo punto, abituata a portare con sé il suo bicchierone di caffè americano da cui attingere per l’intera mattina.

    Noi italiani siamo però forse i più bravi a ragionare per stereotipi, come quello – e qui devo chiedere scusa a tutte le persone tedesche in ascolto – secondo il quale i tedeschi amano tanto bere il cappuccino dopo cena. Ecco, devi sapere che in Italia il cappuccino è ammissibile solo per colazione, mai mai mai dopo i pasti.

    Ma la sai un’altra cosa? Da quando vivo a Londra, mi sono ritrovata anch’io a bere un cappuccino dopo pranzo, diverse volte a dire il vero…E incredibilmente sono ancora viva.

    Ok, non era proprio un cappuccino, ma un cosiddetto “flat white”, che di fatto è un cappuccino senza schiuma, anche se in certi posti lo preparano con la schiuma e quindi in pratica è un cappuccino. Il motivo per cui mi sono messa a bere il flat white dopo pranzo al posto dell’espresso è perché a Londra non mi piace molto come viene fatto l’espresso, però mi piace il flat white. In alcuni posti, ho scoperto di adorare anche il caffè americano, che non avrei mai pensato potesse piacermi. Insomma, mi sono adattata. Farei la stessa cosa in Italia? Mai. Non ordinerei mai un cappuccino dopo pranzo in Italia. Perché? Semplice, perché il caffè – alla fine – è una bevanda sociale e, in quanto tale, segue le regole implicite del luogo in cui la si consuma.

    Vocabolario 2

    (fare) schifo = to suck

    quello a cui siamo abituati = what we are used to

    pretendiamo = we claim, we demand

    stupore = the wonder

    sforzarci di capire = to strive for understanding

    presupposto = assumption

    il fondo = in this context (speaking of coffee) it means residue

    il residuo = residue

    la brodaglia = the slop

    badate bene = listen to me carefully

    una prerogativa = prerogative

    un gusto = a taste

    da cui attingere = to drawn from

    secondo il quale = according to which

    è ammissibile = admissible, allowed

    mi sono ritrovata = I ended up with

    la schiuma = the foam

    in pratica = basically

    in quanto tale = as such


    Il ruolo sociale del caffè

    La storia viene in nostro aiuto per capire il significato sociale del caffè in Italia e nel mondo.

    Prima di tutto, dobbiamo ricordarci che il caffè non è nato in Europa, ma la pianta di caffè è originaria dell’Etiopia. La verità è che sono state scoperte diverse piante di caffè, piante che oggi sono coltivate quasi esclusivamente in Sud America, Africa e Asia, nonostante il caffè si venda e consumi soprattutto nei Paesi occidentali.

    Secondo Wikipedia, furono i Turchi dell’Impero Ottomano a portare il caffè come bevanda in Europa, in particolare fu introdotto attraverso la schiavitù: gli schiavi musulmani turchi, che erano stati imprigionati dai Cavalieri di San Giovanni nel 1565 durante il Grande Assedio di Malta, lo usavano per preparare la loro bevanda tradizionale.

    Si diffuse poi ai Balcani e al resto del continente grazie allo scambio mercantile. Fu così che arrivò nella città di Venezia, allora uno dei principali porti europei, diventando la bevanda dell’aristocrazia.

    L’Italia, con la sua identità così sfaccettata, ha tante storie di caffè da raccontare.

    Cominciamo con Trieste, forse la città italiana con l’identità più cosmopolita, il cui porto e ferrovia in connessione con Vienna hanno contribuito a farne, a partire dall’Ottocento, un luogo di consumo di caffè per gruppi sociali diversissimi tra loro. Le caffetterie erano davvero per tutti, infatti cambiavano spesso clientela dal giorno alla notte: di giorno rappresentavano il ritrovo di mercanti e commercianti, ma anche attori, cantanti ed esponenti della scena letteraria dell’epoca; la notte diventavano la casa di loschi personaggi, gli stessi dipinti da Saba nella sua poesia “Caffè Tergeste”.

    Caffè Tergeste, ai tuoi tavoli bianchi,

    ripete l’ubbriaco il suo delirio,

    ed io ci scrivo i miei più allegri canti!

    Caffè di ladri, di baldracche covo,

    io soffersi ai tuoi tavoli il martirio;

    lo soffersi a formarmi un cuore nuovo.

    Pensavo: – Quando infine avrò goduto

    la morte, il nulla che in lei mi predico,

    che mi compenserà d’esser vissuto?

    Di pensarmi magnanimo non oso,

    ma – se il nascere è un fallo – io al mio nemico.

    sarei, per maggior colpa, più pietoso!

    Caffè di plebe, dove un dì celavo

    la mia faccia, con gioia in te m’attardo;

    e tu concili l’italo e lo slavo,

    ad alta notte, lungo il tuo bigliardo.

    Umberto Saba, Caffè Tergeste

    Vocabolario 3

    la schiavitù = slavery

    bevanda = drink

    il porto = the harbour

    la ferrovia = the railway

    esponenti della scena letteraria dell’epoca = members of the literary scene of that time


    A proposito di giorno e notte… Tu lo sai che cos’è il bar? Questa parola potrebbe confondere gli studenti anglofoni, per cui “bar” evoca il bancone sul quale vengono spillate birre e preparati cocktails. Il bar, in Italia, è invece sia un luogo dove fare colazione con caffè o cappuccino e cornetto, sia un luogo dove mangiare un panino per pranzo, sia il luogo dove fare un aperitivo o bere un drink con gli amici dopo cena. Alcuni bar fanno tutto questo, altri aprono solo di giorno o solo di sera, ma la parola è la stessa.

    Tornando alle città italiane, ce n’è un’altra il cui porto ha permesso la rapida diffusione del caffè nei bar e nelle case. Questa è Napoli, che riesce a cancellare tutte le sue contraddizioni e disuguaglianze sociali con una semplice tazzina di caffè. È infatti originaria di Napoli la tradizione del cosiddetto “caffè sospeso” che consiste nel pagare al barista un caffè in più, oltre a quello consumato, per chi non può permetterselo ma vorrebbe comunque concedersi questo piccolo piacere. Il caffè “sospeso” è quindi una donazione che si fa verso uno sconosciuto.

    Di solito, il caffè “sospeso” è quello più bevuto nei bar italiani e cioè l’espresso (o il macchiato, perché l’aggiunta di latte in Italia non ha alcun sovrapprezzo). Ma tu lo sai da dove ha origine la parola espresso? Per rispondere, dobbiamo spostarci di nuovo nel nord Italia, prima a Torino e poi a Milano.

    Siamo alla fine del 1800, i bar sono pieni di avventori e i baristi faticano a star dietro alla richiesta di tanti caffè da dietro il bancone del bar. Sulla scia della Seconda Rivoluzione Industriale, un ingegnere torinese chiamato Angelo Moriondo progetta uno strumento capace di erogare velocemente il caffè, in modo “espresso”, per l’appunto. Nel Novecento il brevetto di Moriondo viene acquistato prima dal tecnico milanese Luigi Bezzera, che ne migliora il funzionamento, poi dall’imprenditore milanese Desiderio Pavoni, che produrrà le prime macchine in serie per il caffè espresso, la cui estetica verrà migliorata da Pier Teresio Arduino. Siamo vicini alla rivoluzionaria macchina a pistoni che spingono l’acqua ad alta temperatura nella polvere di caffè e che ha reso il nome di (Giovanni Achille) Gaggia uno dei marchi più famosi del settore. Ma questa è un’altra storia…

    Insomma, il caffè in Italia può presentarsi con alcune varianti ma la caratteristica che non manca mai in nessuna tazzina è la socialità. Il caffè italiano non è una bevanda da degustare, ma una scusa per fare una pausa con i colleghi di lavoro o per fare due chiacchiere col barista che chiamiamo per nome. Ed è forse per questo che la famosa catena americana Starbucks ha trovato e continua a trovare ostilità nel Bel Paese (è riuscita a penetrare il mercato italiano solo nel 2018 – a Milano – e nel momento in cui scrivo è presente, solamente e con pochi negozi, anche a Firenze e Torino e si appresta a instaurarsi a Bologna, con le dovute precauzioni dell’amministrazione comunale.). Perché per noi italiani il caffè è un’altra cosa. È una bevanda economica che è solitamente soddisfacente (rispetto al gusto degli italiani), anche nel più angusto baretto di periferia. Per questo la gente si aspetta che rimanga economica e anche l’aumento di qualche centesimo la fa allarmare. Perché il caffè è ed è sempre stata quella cosa che, anche solo per il tempo che basta a sorseggiarlo, accomuna uomini e donne, malavitosi e intellettuali. Siamo tutti uguali di fronte a una tazzina di caffè.

    Vocabolario 4

    A proposito = About, speaking of…

    vengono spillate = (‘vengono’ is like ‘sono’) have been tapped

    la rapida diffusione = rapid spread

    non può permetterselo = can’t afford it

    concedersi = treat oneself with

    gli avventori = patrons

    erogare = to dispense, to provide, to deliver

    una tazzina = a small cup

    degustare = to taste

    amministrazione comunale = local council administration

    sorseggiarlo = to sip


    Il corso “Italian Folklore”

    Maggio è alle porte e con lui l’ultimo corso primaverile di Online Italian Classes. Se vuoi partecipare, l’insegnante Laura – che è antropologa sociale – ti aspetta con intriganti storie che raccontano come alcune tradizioni italiane si mescolino tra sacro e profano. Il corso si chiama Italian Folklore e dura due settimane per un totale di quattro incontri, ciascuno dei quali costa solo 15 sterline. Trovi tutti i dettagli e il link per iscriverti qui sotto:

    Inoltre, stiamo per lanciare una nuova serie di incontri di conversazione in piccoli gruppi rivolti a studenti di livello pre-intermedio e intermedio, da A2 a B2. Se vuoi sapere quando comincerà, non dimenticarti di iscriverti alla newsletter!


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    In Via dei Matti numero 0

    Ciao, sono Barbara, insegno italiano come lingua straniera e oggi voglio parlarti di salute mentale in Italia attraverso una famosa canzone italiana. Alla fine dell’episodio, condivido con te una lista di “cattive abitudini di pensiero”… Ti riconosci in qualcuna di queste?

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    Ultimamente ho dovuto rispolverare nella memoria alcune canzoni dell’infanzia che credevo di aver dimenticato.

    Una di queste è di un cantante che è stato protagonista della scena musicale italiana negli anni 60-70 (tra l’altro, ha vinto il Festival di Sanremo nel 1968 e gli anni successivi è arrivato secondo e terzo in classifica).

    Lui si chiamava Sergio Endrigo ed era più propriamente un cantautore, cioè talvolta scriveva i testi delle sue canzoni di suo pugno o ne arrangiava la musica.

    Quella che forse è la canzone più famosa di Sergio Endrigo è “Io che amo solo te”, una poesia dolcissima che parla di un amore fedele, unico e indissolubile.

    Io che amo solo te, Sergio Endrigo

    Ad ogni modo, oggi non voglio parlarti di questa canzone “per adulti” ma di un’altra canzone di Sergio Endrigo “per bambini”. La canzone si chiama “La casa” e, oltre a fornire un ampio vocabolario tematico appunto sulla casa, tratta, in modo molto originale, l’argomento di cui vorrei parlarti oggi: la pazzia.

    Quando me la cantavano i miei genitori, trovavo questa canzone geniale e allo stesso tempo un po’ angosciante. Senti che cosa dice:

    Era una casa molto carina

    Senza soffitto, senza cucina

    Non si poteva entrarci dentro

    Perché non c’era il pavimento

    Non si poteva andare a letto

    In quella casa non c’era il tetto

    Non si poteva fare pipì

    Perché non c’era il vasino lì

    Ma era bella, bella davvero

    In via dei matti numero zero*

    La casa, Sergio Endrigo

    Vocabolario 1

    rispolverare = recall (literally ‘dusting’)

    l(a)’infanzia = childhood

    la scena = the scene

    successivi (plurale) = following

    in classifica = in the chart

    di suo pugno = in his own hand

    arrangiava = he arranged (for music)

    fedele = faithful, loyal

    indissolubile = lasting, permanent

    Ad ogni modo = Anyway

    appunto = indeed

    tratta = is about

    la pazzia = insanity

    il vasino = the small toilet used for training kids to use the bathroom

    In via… * = In Italy addresses are written using the following order: first the street (‘via’) or piazza etc, second the name of the street, then the number (called ‘numero civico’)


    Ma tu lo sai cosa vuol dire “matto”?

    Secondo il vocabolario Treccani “matto” è un aggettivo che definisce una persona che non possiede l’uso della ragione, cioè un pazzo.

    La cosa che probabilmente da bambina non mi quadrava è che questa parola fosse in questa canzone considerata diversamente dal solito. Era in qualche modo normalizzata. Come se fosse normale una casa senza soffitto, senza cucina, in via dei matti numero zero.

    Le altre volte in cui l’avevo sentita, la parola “matto” aveva sempre avuto un’accezione negativa.

    Per esempio in italiano esiste un proverbio che dice “Chi è al coperto quando piove, è ben matto se si muove” come a indicare che non è accettabile fare qualcosa che nessuno fa e farsi guidare da motivazioni passionali invece che razionali (cioè uscire sotto la pioggia per piacere).

    Nella mia città si usa dire una frase dialettale che ho sentito un milione di volte: “Ma rob da matt!” cioè “robe (cose) da matti!”.

    Anche questa frase, la si dice di fronte a comportamenti ritenuti strani, non comuni, come per esempio stare svegli di notte e dormire di giorno, oppure… Mettere l’ananas sulla pizza!

    Vocabolario 2

    non mi quadrava = It didn’t sound right to me

    una accezione = meaning, sense

    l(a)’ananas = pineapple


    Nel tempo in cui sono cresciuta e il mio panorama musicale si è ampliato, ho scoperto che la pazzia è spesso trattata nelle canzoni. Pensiamo a “Shine on your crazy diamond” dei Pink Floyd, il brano dedicato a Syd Barrett, che aveva lasciato il gruppo a causa della sua condizione mentale. Oppure pensiamo al testo di “The Fool on the Hill” dei Beatles, che racconta la storia di un uomo emarginato dalla gente perché ritenuto folle, ma che alla fine “never listens to them, he knows that they’re the fools”.

    In Italia, tra i maggiori interpreti musicali della pazzia ci sono sicuramente Fabrizio De André con i suoi personaggi ai bordi della società (basta ascoltare il meraviglioso testo della canzone “Un matto” per farsi un’idea di ciò che intendo dire) e, più recentemente, i MÃ¥neskin che hanno fieramente urlato in tutto il mondo “sono fuori di testa ma diverso da loro!”.

    Un matto, Fabrizio De André
    ZITTI E BUONI, MÃ¥neskin
    Jenny è pazza, Vasco Rossi

    Un’altra famosa canzone italiana che parla di pazzia e nello specifico di depressione è “Jenny è pazza” di Vasco Rossi, ma lascio parlare il bravissimo giornalista Francesco Oggiano a riguardo:

    Vocabolario 3

    si è ampliato = increased, expanded

    è trattata = it is the object of (songs)

    il brano = the lyrics

    ritenuto = regarded as


    In Italia la salute mentale sta diventando di interesse pubblico solo ultimamente e siamo ancora lontani dall’immaginare, come succede per esempio a Londra, cartelli in metropolitana che invitano a ricordare che non tutte le disabilità sono visibili agli occhi.

    Be considerate to others – Foto scattata da me nella metropolitana di Londra, marzo 2023

    L’ultimo rapporto sulla salute mentale prodotto dal SISM (Sistema Informativo per la Salute Mentale) promosso dal Ministero della Salute italiano mostra che nel 2021 i pazienti che sono entrati in contatto per la prima volta durante l’anno con i Dipartimenti di Salute Mentale ammontano a 289.871 unità di cui il 94,8% ha avuto un contatto con i servizi per la prima volta nella vita. Se ti sembrano dati sorprendenti, pensa che sicuramente la pandemia ha influito molto su questa scelta, ma anche che l’Italia inizia a muovere i primi passi in questa direzione solo adesso.

    Considera anche il fatto che i cosiddetti “manicomi”, luoghi in cui venivano internate le persone “pazze” per curarle con tecniche quali l’elettroshock, in Italia sono stati aboliti solo nel 1978 dalla “Legge Basaglia” (ti ricordi? In Italia la legge prende il nome del suo promotore, o meglio il cognome) ma i cosiddetti “ospedali psichiatrici” ci hanno messo altri vent’anni per essere definitivamente chiusi. Inutile dire che le cure psicologiche non siano state ancora del tutto normalizzate nel Bel Paese.

    Vocabolario 4

    il rapporto = the report

    sono entrati in contatto = came into contact

    ammontano a = amount to

    ha influito = influenced, affected

    venivano internate = they were interned, sectioned

    ci hanno messo = it took (20 more years) to them for (being closed)

    Il Bel Paese = Italy (literally ‘The Nice Country”)


    Io stessa faccio parte di questi “pazzi contemporanei che vanno dallo psicologo” e, per concludere questo episodio, vorrei condividere con te alcuni insegnamenti molto utili che ho portato a casa da questa mia esperienza.

    Premetto che non è nulla di privato, infatti si tratta di una risorsa scaricabile gratuitamente dal sito www.getselfhelp.co.uk/unhelpful.htm

    Si tratta di “Unhelpful Thinking Habits” che potremmo tradurre come “modi di pensare controproducenti“.

    Negli anni, infatti, tendiamo a cadere in abitudini di pensiero che non sono solo inutili ma spesso addirittura controproducenti e dannose per noi e per gli altri. Ecco una lista delle più comuni. Potresti riconoscerti solo in alcune di esse (e pensare “cavolo, questo sono proprio io!”). Se riconosci di avere uno di questi atteggiamenti nel momento stesso in cui lo stai adottando, dovresti cercare di fermarti e dirti: ehi, forse sto adottando un modo di pensare controproducente? Prendere distanza da questi pensieri è il primo passo verso una migliore salute mentale.

    Vocabolario 5

    ho portato a casa = I learnt, I acknowledged, I gained (literally “I took home”)

    scaricabile = downloadable

    controproducenti = counter-productive

    dannose = harmful, damaging

    cavolo = (expression) damn it! (literally “cabbage”)

    sto adottando = Am I adopting…


    1. Filtro mentale. È come indossare un paio di occhiali colorati per guardare la realtà, che ci appare quindi distorta. Se i nostri occhiali sono neri, vediamo tutto negativo. Se i nostri occhiali sono rosa, potremmo essere così infatuati di una persona da non vederne i difetti.
    2. Predizione. Immaginare il futuro e pensare che andrà esattamente così come se fossimo in grado di leggere una sfera di cristallo.
    3. Lettura della mente. Assumere di sapere quello che gli altri stanno pensando.
    4. Paragonare e disperarsi. Vedere negli altri solo gli aspetti positivi e, paragonandoci con loro, vedere in noi stessi solo quelli negativi (un esempio perfetto qui sono i social media)
    5. Autocriticarsi. Attribuire tutta la colpa a noi stessi per eventi che non dipendono totalmente da noi.
    6. Devo e dovrei. Pretendere troppo da noi stessi e non essere mai contenti dei risultati ottenuti.
    7. Giudizi. Giudicare noi e gli altri prima di descrivere semplicemente un fatto.
    8. Ragionamenti emotivi. Esagerare una situazione sulla base delle emozioni. Per esempio: sentirsi in ansia e quindi pensare di essere in pericolo, come se la realtà oggettiva dipendesse da come ci sentiamo.
    9. Fare di tutta l’erba un fascio (in inglese “making a mountain out of a molehill”). Per esempio, se abbiamo perso l’autobus di prima mattina, dichiarare che è una brutta giornata e condizionare così tutto il resto della giornata.
    10. Drammatizzare. Immaginare sempre la peggiore delle ipotesi. Per esempio: se adesso esco di casa, pioverà. Se prendo la bicicletta, cadrò e mi farò male.
    11. Bianco e nero. Pensare che qualcosa o qualcuno possa essere solo buono o cattivo, come se non esistessero sfumature o come se le cose non potessero mai evolvere.
    12. Ricordi. Riportare alla memoria situazioni spiacevoli del passato e pensare che il pericolo sia nel presente.

    E con questo ti saluto, sperando che tu abbia trovato questo episodio interessante e magari utile. Se ti va, fammelo sapere in una mail! Scrivi a info@onlineitalianclasses.com

    Ci vediamo alla prossima!

    Vocabolario 6

    infatuati = besotted

    Predizione = prediction

    la sfera di cristallo = the crystal ball

    Paragonare = to compare

    Devo e dovrei = Must and should

    la realtà = the reality

    di prima mattina = early in the morning

    sfumature = undertones

    alla prossima = See you next time!


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