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Seconda edizione del contest di scrittura in italiano per stranieri 🖊

hand holding a pen on a hand written diary

La conclusione comune e come votare le storie dei partecipanti

Quella che leggi sotto è la conclusione che i partecipanti al contest di scrittura 2024 hanno seguito come traccia, lavorando con la loro insegnante alle loro storie, che sono sono pubblicate qui sotto. Dal 9 al 19 marzo fino alla fine di marzo 2024 anche tu puoi votare la tua preferita con un commento.

Conclusione: “E quindi uscimmo a riveder le stelle.” (Dante Alighieri)

Come si vota

  1. Leggi tutte le storie pubblicate in questa pagina
  2. Scegli la tua preferita (una sola!)
  3. Attenzione: gli autori non hanno tutti lo stesso livello di italiano. Alcuni sono principianti, altri più esperti. Per favore concentrati sull’originalità e sulle emozioni che ti suscita la storia.
  4. Lascia un commento in fondo a questa pagina con il titolo della storia che hai scelto e una breve motivazione in italiano.

Le storie dei partecipanti alla II edizione del contest di scrittura:

WINNER:
Un ricordo d’infanzia
РJ̦elle

Un contest di scrittura nella città dell’amore

Tre grandi passioni – Mary

Un figlio nascosto – Despoina Xenikaki

Come l’Italia è veramente entrata nella mia vita? – Valmir Fernandes

Una vacanza in Sicilia…con figli


Leggi tutte le storie

WINNER: Un ricordo d’infanzia di Joëlle dalla Savoia

Ma cosa fa Nina, la mia nipotina, sulla terrazza a quest’ora? È buio e fa un freddo tremendo!

«Nina, rientra subito o domani sarai a letto con un bel raffreddore!»

«Nonno, volevo ammirare le stelle! Stanotte il cielo è proprio magnifico e mi hai promesso che mi avresti spiegato le costellazioni!»

«Non ho dimenticato la mia promessa! Ma adesso vieni a sederti accanto a me: ho acceso il camino, ti racconterò una storia di stelle, che mi è successa tanto tempo fa.»

«Sì, nonno, raccontamela!»

«Avevo più o meno la tua età, circa nove anni. Ero arrivato a casa di mio nonno per trascorrere le vacanze: lui era una famosa guida alpina, della montagna conosceva tutto! Sai, figliola, anche lui mi aveva fatto una promessa: portarmi a guardare le stelle e scoprirne il nome. Il momento era finalmente arrivato, tutto era pronto. Dovevamo salire in montagna, aspettare la notte per vedere il cielo stellato e dormire lì, in una capanna, come veri alpinisti. Mi sentivo felice e non vedevo l’ora di partire!

Quella mattina scesi la scala cantando ma quando entrai in cucina trovai il nonno preoccupato: “Gianni – mi disse – bisogna rimandare la gita, il meteo è cambiato e temo che stasera arrivi un temporale, non voglio rischiare.» 

Non saprei dirti quanto mi sentii deluso ed arrabbiato! Aspettavo da tanto tempo questa gita! Allora presi una decisione completamente pazza: non voleva portarmi? Beh! Sarei andato da solo! Ce l’avrei fatta!

Aspettai che il nonno uscisse dalla cucina e, zaino in spalla, sgattaiolai fuori senza farmi vedere.

Il sole splendeva in un cielo senza nuvole! Era proprio la giornata migliore per andare in montagna e guardare le stelle. Salivo come una capretta, pieno d’energia. Verso le undici, tirai fuori il pranzo e mangiai di buon appetito. Avevo appena finito, quando notai che delle nuvole stavano arrivando e il cielo cominciava a scurirsi. Ma ero un bambino testardo e non avevo intenzione di arrendermi!

Continuai a salire per raggiungere il colle… Il tempo diventava sempre più minaccioso, sentii la prima goccia di pioggia, poi la seconda e subito cominciò a diluviare. Dove rifugiarmi? La capanna era troppo lontana. E subito un tuono, un lampo! Il nonno aveva ragione. La mia felicità se ne era andata e cominciai ad avere paura.
Per fortuna, a due passi, scoprii una specie di grotta: “Andiamoci – pensai – almeno sarò all’asciutto fino a quando finisce il temporale!”.

Ma le ore passavano e il temporale continuava, sempre più forte. Era sceso il buio, e sembrava impossibile tornare indietro: avrei dovuto passare la notte in quella grotta, fredda ed umida? E se fosse stato il rifugio di un lupo? Del resto, mi era sembrato di sentire ululare. Ma forse l’avevo solo immaginato? Non avevo più niente da mangiare né da bere, ero tutto bagnato, solo, in una montagna diventata ostile, senza nessuno per proteggermi; non potevo fare nient’altro che aspettare.

E così trascorsi la notte ascoltando rumori sconosciuti e tremando di paura.

Mi svegliai sentendo gridare il mio nome: il nonno, dopo avermi cercato tutta la notte, finalmente mi aveva trovato. Mi prese tra le braccia e mi portò a casa senza una parola. Era molto arrabbiato, ma non mi rimproverò. Passai la giornata a dormire e a riflettere sulla mia avventura. La cena fu silenziosa. Alla fine mi alzai e abbracciai il nonno, chiedendogli perdono per la mia disobbedienza.

E allora avvenne una cosa che non dimenticherò mai: lui mi baciò e disse: «Il cielo è sereno di nuovo, andiamo a guardarlo?»

Mi coprì con il suo mantello, mi prese la mano e quindi uscimmo a riveder le stelle…


Un contest di scrittura nella città dell’amore

SOFIA

Se avessi saputo che anche Gabriele si era iscritto al contest di scrittura non avrei mai partecipato! Lo odio dai tempi dell’università, quando lui criticava tutto quello che scrivevo. Sembrava che solo lui potesse fare qualcosa di buono.

Questo atteggiamento mi infastidiva veramente e pensare che mi era piaciuto così tanto appena conosciuto!

Finita l’università, è diventato un famoso scrittore di romanzi bellissimi e questo mi innervosisce veramente! E la cosa peggiore è che amo i suoi libri, mentre sono sicura che lui pensa che io sia una scrittrice mediocre.

Ma oggi, al mio arrivo a Parigi per il contest, ho scoperto di dover lavorare proprio insieme a lui. Infatti scopo della gara è scrivere qualcosa in uno stile diverso dal proprio e i partecipanti dovranno lavorare a coppie. E io sarò  in coppia con Gabriele! Come sarà possibile, visto che i nostri stili di scrittura sono completamente diversi (così come i nostri romanzi) e che lui è un tale narcisista? 

Ma eccolo, è arrivato! Accidenti, è ancora così affascinante… e siamo qui, a Parigi, nella città più romantica, in uno stupendo albergo. No, non posso distrarmi: questo è solo lavoro.

GABRIELE

Quando mi sono svegliato, ho scoperto di essere già in ritardo il primo giorno del contest di scrittura. Ho appena il tempo per fare una doccia e vestirmi velocemente, per fortuna ho deciso di prendere una camera nello stesso albergo della competizione. Arrivato al banchetto per iscrivermi al contest mi paralizzo vedendo Sofia. Maledizione! Cosa ci fa lei qui? Speravo di non vederla mai più. Però devo ammettere che ha un’aria così determinata e sexy.

Mi sento ancora in colpa per come mi sono comportato con lei anni fa. Ero giovane e arrogante, pensavo di averle fatto una critica costruttiva, ma lei l’ha presa nel modo sbagliato, sul personale. Che carattere! Lei è stata così testarda da non volermi più parlare.

Nonostante tutto, Sofia è diventata una buona scrittrice. Non ha il mio stesso successo, ma apprezzo molto i suoi libri.

Devo dirle che li ho letti tutti. 

All’altoparlante annunciano le coppie degli scrittori che dovranno lavorare insieme… Mamma mia! Sono abbinato proprio a Sofia!

Dopo un primo momento di shock, realizzo che è un colpo di fortuna: finalmente ho l’opportunità di fare le cose bene con lei. 

Ora la saluto e le chiedo se possiamo parlare. Ma lei mi liquida in un minuto.

…Qualche ora dopo…

SOFIA

Wow, sento le farfalle nello stomaco. Mi sono bloccata, quando Gabriele mi ha parlato, non sono riuscita a dire nemmeno una parola. Una volta era così insopportabile, crudele, ma oggi c’è qualcosa in lui che mi attrae. Questa sera c’è la cena di apertura del contest, l’occasione per parlare con lui.

Se voglio vincere la gara, dovrò mettere una pietra sopra al passato e ricominciare da capo.

Entro nella sala del ristorante e lo vedo subito: i miei occhi sono attratti da lui come da una calamita. Faccio un respiro profondo e lo raggiungo.

«Gabriele, mi dispiace per questa mattina, penso che dobbiamo parlare» – gli dico con coraggio e determinazione.

Lui mi guarda con un’intensità che non mi aspettavo e mi dice: «Sofia, grazie, anche io devo parlare con te. Magari andiamo fuori in terrazza».

Poggia la sua mano sulla mia schiena e sento un brivido sulla pelle. Mi accompagna attraverso il corridoio fino al terrazzo.

Fuori è buio, ma l’aria è mite. Ci fermiamo e osserviamo le stelle in cielo. Abbassiamo lo sguardo, ci guardiamo negli occhi e, come fossimo la stessa persona, ridiamo e diciamo insieme: «E siamo usciti a riveder le stelle».


Tre grandi passioni di Mary da Londra

Ho due grandi passioni nella vita: i viaggi e il cibo.

Ah, e una terza passione, più importante delle altre, il mio adorabile compagno di vita, che ama viaggiare con me ed è uno chef molto bravo.

Ma questa storia non riguarda me e il mio compagno, la nostra storia romantica è per un’altra volta.

Era una sera di dicembre e stavo camminando per Mayfair a Londra verso l’Ambasciata Italiana. Fuori faceva freddo e all’improvviso rabbrividii e mi avvolsi strettamente nel cappotto.

Stavo andando a una festa mondana all’Ambasciata e presto mi unii alla festa in una bellissima sala di ricevimento.

La stanza era animata dal chiacchiericcio delle voci e dal tintinnio dei bicchieri di vino.

Dopo un po’, i camerieri iniziarono a muoversi per la stanza con vassoi di tartine e snack.

Ma il cibo sui vassoi sembrava molto strano. Questi non erano i soliti stuzzichini da cocktail party. Non vedevo bastoncini di formaggio o piccoli involtini di salsiccia o blinis di salmone.

Invece, alcune delle tartine avevano la forma di cubetti. Altri stuzzichini erano presentati in tubetti. E non erano molto gustosi.

Poi i camerieri girarono di nuovo per la sala con stuzzichini dall’aspetto di tortillas – tortilla di sgombro, quinoa e crema di porri e un’altra tortilla con pollo alla curcuma, funghi, riso integrale e piselli. Mi chiedevo perché tutto fosse presentato su tortillas e non su piccoli piatti.

Il successivo giro di piatti offrì alcuni piatti più tradizionali italiani, come piccoli bocconi di lasagne, risotto al pesto, caponata. Delizioso!

E poi il silenzio cadde nella stanza quando l’ambasciatore si alzò per parlare. Ma le sue prime parole furono smorzate mentre ingoiava un boccone del delizioso dessert che gli era appena stato servito. Potevamo solo sentire «mmm… Questo tiramisù è buono da morire!»

E poi si rivolse a una coppia elegantemente vestita che era in piedi accanto a lui e disse: «È con mio grande piacere dare il benvenuto alla signora Ingegnere Samantha Cristoforetti e al signor Chef Stefano Polato al nostro ricevimento di gala questa sera».

L’ambasciatore chiese: «Sapete qual è il legame tra queste due persone?»

Ero perplessa: quale poteva essere il legame tra un ingegnere e uno chef?

Poi l’ambasciatore proseguì:

«Sono lieto di darvi il benvenuto alla celebrazione della Giornata Nazionale dello Spazio 2023.

Siamo stati molto lieti di offrirvi assaggi di piatti consumati in orbita dagli astronauti. Avete assaggiato esempi dei primi “piatti” – cubetti e tubetti – che vengono mangiati dagli astronauti. Interessanti ma forse non appetitosi!

Ma quando nel 2014 Samantha è andata nello spazio – la prima donna astronauta italiana – ha chiesto a Stefano di sviluppare alcuni piatti sani e accattivanti da poter preparare mentre era in orbita. Ed è stato allora che gastronomia, scienza e nutrizione si sono incontrate!

Più recentemente, con più innovazione e sviluppo, gli astronauti italiani sono stati in grado di gustare cibo italiano autentico e di buon gusto – anche il tiramisù!»

L’ambasciatore dichiarò:

«Siamo qui per celebrare i nostri astronauti che viaggiano nello spazio ma anche la nostra cultura enogastronomica. Per favore, godetevi la serata!»

Mi fermai per un attimo a riflettere su quanto fosse stata speciale per me questa serata, unendo due dei miei grandi amori: il viaggio e il cibo!

Alla fine della serata, presi il mio cappotto e, con una folla di altri, iniziai a pensare all’esperienza di mangiare in orbita cibo preparato sulla terra, guardando la terra da lontano.

Poi il grande portone di ingresso venne aperto, e uscimmo a riveder le stelle.


Un figlio nascosto di Despoina Xenikaki da Londra

Il cielo era chiaro la sera di domenica. C’erano miliardi di stelle che, se solo si guardasse in alto, si potrebbero vedere.

Con mia moglie, avevamo già finito la cena e abbiamo deciso di rilassarci nella veranda della nostra casa. Ho preso la bottiglia di vino e l’ho portata fuori. Lei era andata nella camera per prendere una camicia perché faceva un po’ freddo.

Mentre l’aspettavo, il telefono suonò.

«Ciao Giorgio» una voce disse.

«Ciao, chi è?» ho detto.

«Ho deciso di telefonarti ma non so se ho fatto bene. Perché devo dirti una verità che so da tanti anni».

Ero sorpreso ma anche curioso: «Scusi, mi dica chi è lei!», ho detto.

«Sono tuo fratello» lui ha risposto con una voce calma.

Non avevo un fratello, neanche una sorella, ero un figlio unico. Ma non ho detto niente, sono rimasto silenzioso.

«Ho deciso di telefonarti perché volevo che tu sapessi. Nostra madre me l’ha detto molti anni fa ma mi ha fatto promettere di non dirti la verità. Era un po’ imbarazzata».

«Ma come è possibile?»

«Nostra madre aveva una storia d’amore durante la guerra, prima di incontrare tuo padre. Ha conosciuto un ragazzo giovane ma purtroppo lui morì dopo la loro conoscenza. Era andata a vivere con sua zia, Emilia, che sapeva tutto. La zia l’ha aiutata con la mia nascita e poi ha trovato una famiglia che voleva dei figli però non poteva averne. E quelli erano i miei genitori. Quando avevo 30 anni, ho trovato una lettera scritta per me che era da parte sua. Ho parlato con i miei genitori che mi hanno confermato che non ero il loro figlio biologico. E un giorno ho deciso di andare a conoscerla. Era molto felice vedermi e mi ha parlato di te. Voleva che dopo la sua morte noi ci incontrassimo. Avevo paura di fare questa telefonata ma se vuoi, possiamo incontrarci quando tu vuoi. Ti do il mio numero.»

«Grazie» ho detto e ho messo il telefono nel suo posto. Mi sentivo che forse avrei perduto la mia voce, il mio respiro.
Non potevo credere alle cose che lui ha detto. Volevo da sempre avere un fratello o una sorella e ora ne avevo uno. La mia testa era piena di domande, perché nostra madre non mi ha detto niente? Perché non mi ha parlato di lui?

Ero perduto nei miei pensieri quando mia moglie era arrivata. «Ma che è successo, chi era? Sei un po’ pallido» lei disse.

«Era mio fratello».

«Ma che fratello, non hai un fratello!»

«Infatti, stasera ho scoperto di averne uno da sempre ma non lo sapevo.»

«E ti ha telefonato per dirtelo? Forse si tratta di una bugia.»

«No, sembrava onesto.»

Mentre eravamo nella veranda, non parlavamo. Era come se avessimo bisogno di tempo per accettare che il mondo che conoscevamo era cambiato. Una nuova persona era entrata in questo mondo senza il nostro permesso. Il nostro mondo era cambiato con forza.

«Forse vado un po’ dentro per riposarmi».

«Va bene. Andiamo».

Mi sono messo a letto accanto a mia moglie. Ho chiuso gli occhi e alla fine mi ero addormentato. Non so quanto tempo era passato da quel momento. Quando ho aperto gli occhi, ho trovato mia moglie che stava leggendo un libro.

«Ti sei addormentato.»

«Si, ma non so per quando tempo. Che ora è?»

«Sono le 21.00, è ancora presto. Andiamo nella veranda? E una bella notte. Forse troverai risposte alle tue domande guardando le stelle.»

«Sì, andiamo.»

E quindi uscimmo a riveder le stelle.


Come l’Italia è veramente entrata nella mia vita? di Valmir Fernandes dal Brasile

Io ho 63 anni e lavoro per un’azienda di cinema. Abito a Dallas, Texas, negli Stati Uniti da diciotto anni. Durante tutti questi anni ho visitato più di venticinque Paesi, ma per una ragione sconosciuta non ero mai riuscito a conoscere l’Italia.

Questo fatto potrebbe essere considerato normale se non si fosse saputo della mia origine italiana.

Sono cresciuto insieme a miei nonni, entrambi di Treviso e immigrati in Brasile nel 1927. Di domenica andavamo tutti a casa della nonna. Ho vissuto con una cugina che mi ha insegnato ad amare la musica Italiana di Sergio Endrigo e Peppino di Capri.

Tutta la mia famiglia era tifosa della squadra di calcio “Palestra Italia”, una società fondata a inizio Novecento che aveva come tifosi tutti gli immigrati italiani in Brasile. Persino essere cresciuto in questo ambiente bianco-verde-rosso, io non avevo mai deciso di visitare l’Italia. Onestamente, nemmeno io capisco il perché.

Questa situazione è cambiata quando la mia mamma, una vera mamma italiana anche se nata in Brasile, ha raggiunto gli 85 anni, e dopo la pandemia ha cominciato a perdere la memoria a breve termine. Come una parte di questo processo, lei ha ricominciato a parlare un po’ in Italiano come faceva con i suoi genitori quando era giovane.

Di fronte a questo fatto irreversibile, ho deciso di imparare l’italiano per provare qualche chiacchierata con la mia mamma. Ho notato che questo la faceva molto felice, anche se all’inizio io non parlavo quasi niente.

Per accelerare il processo, io ho deciso di cercare una scuola di italiano on line, e fortunatamente ho incontrato Barbara, dopo Federica e Laura.

La mia passione e il mio interesse per l’Italia sono cresciuti senza controllo. Negli ultimi dodici mesi ho visitato l’Italia quattro volte, e già non vedo l’ora di ritornarci ancora una volta.

Ho anche deciso di ricercare le origini della nostra famiglia e mentre facevo ricerca del mio albero genealogico ho incontrato Lorenzo, un cugino di terzo grado che abita vicino a Venezia. Nel mio ultimo viaggio, ho visitato le città di Mogliano Veneto e Casale sul Sile dove abitano Lorenzo e la sua moglie. Lui mi ha portato a visitare anche le case dove hanno vissuto i miei nonni prima di emigrare in Brasile.

Io credo che la mia connessione con l’Italia sia appena cominciata, credo che sia anche possibile pensare di vivere in Italia quando andrò in pensione.

Il mese scorso ho visitato mia mamma un’altra volta, e come sempre chiacchieravamo in italiano dopo la cena sul balcone della casa. Io raccontavo della visita a nostro cugino e delle case dove vivevano i suoi genitori. All’improvviso lei è tornata alla sua infanzia ricordando momenti vissuti insieme ai suoi genitori: «E quindi uscimmo a rivedere le stelle.»


Una vacanza in Sicilia… con figli

Siamo “scesi” in Sicilia per una vacanza, hip hip urrà! Che emozione, isola magica, storia, cibo, natura, e… niente da fare con dei bambini piccoli nel periodo invernale.

Ho chiesto a mia moglie «Ma abbiamo scelto bene? È la destinazione giusta per noi? I bambini si divertiranno?»

Sì, mi ha detto, loro amano i paesi, andare in giro, vedere le finestre dei negozi… «Boh, non lo so» ho pensato io, spero che vada bene, e che non passino tutto il tempo con i loro giochi preferiti: urlare POZZO CACCAAA! nei vicoli pittoreschi, cantare ad alta voce HAI FATTO UNA SCOREGGIONAA! nelle piazze storiche (patrimonio Unesco), correre e saltare sulle rampe davanti alle chiese.

Poi mi sono ricordato: è il periodo di Natale, tutto deve essere decorato e illuminato, spero che si divertano. E poi…c’è l’Etna! Il famoso vulcano attivo, raggiungibile con la funivia e un pullman 4×4. Che esperienza magica, quello sarà il top della nostra vacanza!

Arrivati a Messina, vediamo il famoso orologio della cattedrale, alle 12:00 escono i pupazzi che si muovono… i miei bambini erano più affascinati da una lattina di spazzatura che rotolava con il vento qua e là.

Taormina era così calda che sono riusciti anche a immergere i piedi nel mare. A Catania con il suo street food si sono innamorati delll’arancino: da quel giorno vedono arancini ovunque, emoji sul telefono, disegni animati, o pupazzi strani nel supermercato. A Siracusa i pompieri hanno fatto uno spettacolo con la befana, e a Noto abbiamo trovato la miglior granita.

È arrivato il giorno che aspettavamo – salire sull’Etna! Guardando il vulcano da valle sembrava tutto pieno di neve. Sapevamo che era alto, abbiamo portato i guanti, i cappelli e vestiti caldi, ma non proprio la tuta per la neve: aiuto! Però in teoria saremo protetti sia sulla funivia che sul pullman 4×4 – dovremmo fare solo una salita a piedi, massì anche senza tuta ce la facciamo!

Partiamo con la navetta, la montagna è sempre là all’orizzonte: alta, nera, non c’è nient’altro di simile intorno. Il paesaggio è unico. La visibilità di questo giorno era fantastica, tutto chiaro. La strada ha iniziato a curvare, qui e lì, la terra è nera, tutto spoglio, non ci sono alberi e quasi neanche una pianta.

Ho pensato a Frodo Baggins nel suo viaggio per Mordor ne “Il Signore degli Anelli”, a quanto difficile era. Arriviamo al parcheggio: hop sulla funivia, bellissimo! Hop sul pullman 4×4, incredibile! Iniziamo a camminare. “Sono stanca!” dice mia figlia. «Non voglio camminare!» dice mio figlio. Tutto intorno è nero come il carbone, rocce vulcaniche… sono sicuro che Mordor era così! Dobbiamo resistere come ha fatto Frodo! Dobbiamo essere forti per sopravvivere a questo viaggio!

«Ho freddo!» dice mia figlia, «ho fame!» dice mio figlio, camminando sulla neve e le rocce. La topografia è così unica… ci sentiamo sulla luna. «Il vento mi da fastidio» dice mia figlia, «io non cammino più!» dice mio figlio.
Il picco era là, davanti a noi, si poteva quasi toccarlo, e del fumo continuava a uscire. Siamo quasi arrivati al cratere, il punto più alto di questa visita, la guida si ferma.

Mio figlio dice che il sole gli brucia gli occhi, mia figlia dice «l’odore mi da fastidio». Il cielo è chiarissimo; come in una foto si vedono la Calabria, Siracusa, il golfo di Catania… che spettacolo.

NON VOGLIO CAMMINARE PIÙ!!! Urlano i miei due coraggiosi Frodo Baggins. Io e mia moglie ci guardiamo «Andiamo via» e in un attimo arriviamo giù, nella sicurezza della civiltà.

E così uscimmo a riveder le stelle.


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Il contest di scrittura: l’incipit e le storie dei partecipanti 🖊

Incipit: “L. e L. non si conoscevano finché, in una notte di metà settembre, si ritrovarono l’uno nella vita dell’altro.”

Quello che leggi sopra è l’inizio delle storie che i partecipanti al contest di scrittura 2022 hanno scritto, lavorando con la loro insegnante per tutto il mese di settembre 2022. Le loro storie sono pubblicate qui sotto. Anche tu puoi votare la tua preferita con un commento (c’è tempo fino a domenica 23 ottobre 2022)!

Come si vota

  1. Controlla le regole del contest
  2. Leggi tutte le storie pubblicate in questa pagina
  3. Scegli la tua preferita (una sola!)
  4. Attenzione: gli autori non hanno tutti lo stesso livello di italiano. Alcuni sono principianti, altri più esperti. Per favore concentrati sull’originalità dell’idea e sulle emozioni che ti suscita.
  5. Lascia un commento in fondo a questa pagina con il titolo della storia che hai scelto

Aggiornamento

  • Il contest si è concluso in data 24.10.2022 e i commenti sono stati chiusi
  • Puoi leggere qui tutti i commenti ricevuti
  • La storia che ha vinto è questa
  • I titoli delle storie sono stai aggiornati con i nomi degli autori, secondo le loro preferenze

Le storie dei partecipanti al contest di scrittura

Un incontro imprevisto

Il primo ballo

Il suo primo incontro

Un’esperienza scioccante

Il potere di un’idea

Le avventure dei due amici blu

Le fuggitive di Starbucks

Lui e Lei

Il musicista


Leggi tutte le storie

Un incontro imprevisto di Gill

Luigi e Livia non si conoscevano finché, in una notte di metà settembre, si ritrovarono l’uno nella vita dell’altra.

Fuori era buio e pioveva a dirotto, ma dentro il treno della metropolitana, nonostante fosse affollato, almeno era asciutto e caldo. Luigi si agitava nel suo posto, cercava di mettersi comodo. Per fortuna quella sera era seduto, anche se alla sua destra c’era un uomo che leggeva un quotidiano (uno grande che aveva bisogno di spazio per sfogliare le pagine e che occupava anche lo spazio che Luigi considerava di essere il suo) e alla sinistra c’era una donna dagli occhi stanchi che aveva così tante borse in grembo che ogni tanto una scivolava e si appoggiava su di lui.   

Luigi sentiva gli occhi diventare pesanti e la stanchezza crescere e, cullato dal movimento del treno, quasi si addormentò quando, all’improvviso, con uno stridio di freni, il treno si fermò, le luci si spensero e una cappa di silenzio avvolse il vagone prima che fosse rotto dalle voci dei pendolari. 
  
“Ma, che cazz…?”, 

“Noo, non stasera! Sarò nei guai! Ho promesso di tornare a casa presto…”. 

Nel buio, Luigi si accorse di un movimento vicino, era la donna al suo fianco che provava a raccogliere il contenuto delle sue borse che erano cadute per terra a causa della fermata imprevista.  

“Posso esserle utile?” 

“Sì, per favore, ho perso i regali per i miei nipoti. Avevo promesso a mia sorella che li avrei comprati e non posso permettermi di comprarne altri anche se avessi tempo di farlo.”

Desideroso di aiutarla, Luigi si inginocchiò e combatté contro i piedi degli altri passeggeri per trovare i giocattoli, riuscì finalmente a tornare trionfalmente con il suo tesoro e con la ferita di battaglia che non era altro che una mano pestata sotto una scarpa. La donna, adesso sollevata, si rilassò un po’ e mentre aspettavano che il treno riprendesse il suo viaggio, passarono il tempo a chiacchierare tra loro. A Luigi di solito non piaceva parlare della sua vita personale, ma parlare con una sconosciuta… quanto era facile raccontarle di come aveva traslocato a Londra per lavoro e di come, nonostante quanto interessante e affascinante trovasse quel lavoro, la vita al di fuori non andasse così bene!
  
Dopo una trentina di minuti, le luci si accesero, e lentamente, rumorosamente, come se richiedesse un gran sforzo, il treno cominciò a muoversi di nuovo. La prossima fermata era quella della donna e anche per caso quella di Luigi, che quando se ne rese conto, si offrì di aiutarla con le sue borse.  Stavano chiacchierando come se fossero vecchi amici mentre uscivano dalla stazione, poi la donna salutò qualcuno che la stava aspettando. Era una donna dell’età di Luigi, con i capelli rossi e gli occhi ridenti, il cui sorriso le illuminava il viso.

“Luigi,” disse la donna dal treno, “lascia che ti presenti mi figlia, Livia.”


Il primo ballo di Caroline R. dagli Stati Uniti

Carolina e Pasquale non si conoscevano finché, in una notte di metà settembre, si ritrovarono l’uno nella vita dell’altro.

Carolina è venuta al matrimonio da sola, la sua amica Erika, con cui lei ha studiato in Italia molti anni prima, era la sposa. Le ragazze non si sono viste per molto tempo, ma Carolina ha voluto vedere la sua amica sposarsi. Quindi, Carolina non conosceva molte persone al matrimonio. Il matrimonio era sulle colline del Vermont, un posto bellissimo, ma un po’ solitario per Carolina.

Dopo la cerimonia e la cena, il gruppo ha cominciato a suonare. Carolina era seduta da sola quando uno straniero le ha chiesto di ballare.

Carolina lo ha seguito sulla pista da ballo e rapidamente ha realizzato che lui non era un buon ballerino. Fortunatamente, lei ha notato qualcun altro che si stava muovendo a ritmo di musica guardando verso di lei. Lei lo ricordava dai discorsi, lui era il testimone, si chiamava Pasquale. Loro si sorrisero l’un l’altro dall’altra parte della pista da ballo. Quando la canzone è finita, lo straniero ha continuato a tenere la mano di Carolina, ma il testimone stava già camminando verso di lei. Carolina ha lasciato la mano dello straniero, e senza parole, Pasquale l’ha presa.

Loro hanno ballato insieme per tutta la notte, e ancora dopo che la festa era finita. Pasquale e Carolina non hanno dormito niente, loro hanno passeggiato sulle colline e hanno fatto un fuoco vicino al quale si sono seduti e hanno parlato per tutta la notte. Hanno imparato che abitavano lontani l’uno dall’altra circa quattro ore in macchina. Inoltre, Carolina stava progettando di partire per un viaggio per i prossimi mesi. Nonostante le circostanze, sapevano che avrebbero trovato un modo per incontrarsi di nuovo.

All’alba, con la magia della notte insieme nelle loro menti, hanno cercato per un posto per dormire per un po’. Molti degli ospiti si erano accampati in tende. Presumendo che ogni tenda fosse già occupata, Carolina e Pasquale hanno guardato attentamente in ciascuna. Carolina era sicura che non avrebbero avuto fortuna, ma Pasquale insisteva che avrebbero trovato un posto. Arrivando all’ultima tenda, hanno scoperto che era in realtà vuota! Si stesero a riposare mentre il sole sorgeva quieto sulle colline. Presto si sarebbero risvegliati al resto della loro vita e avrebbero trovato un modo per stare insieme.


Il suo primo incontro di John Shortall dall’Inghilterra

L. e L. non si conoscevano finché, in una notte di metà settembre, si ritrovarono l’uno nella vita dell’altro.

“Una retta è la distanza più breve tra due punti. Chi l’ha detto?” mormorò Leonora, fissando cupamente attraverso il finestrino del treno regionale che andava da Firenze a Roma. “Perché esiste una stazione chiamata Montepulciano se non è lì che il treno arriva?”.

Doveva arrivare a Montepulciano oggi, di domenica, per non essere in ritardo per la scuola di musica che si tiene ogni estate per giovani studenti tedeschi di talento. Ma tutto quello che riusciva a pensare, ora, era quando il suo treno sarebbe arrivato a Chiusi. Da lì, ci sarebbe stato ancora un viaggio in autobus.

“Permesso?” disse una voce maschile dietro di lei, chiara e sicura di sé. Qualcuno stava cercando di entrare nella carrozza, ma Leonora non riuscì a voltarsi perché i fili delle sue cuffie si erano impigliati al sedile. Per qualche motivo Leonora iniziò a respirare più velocemente, sentendo un momento di panico in arrivo. Ridicolo! Comportarsi come una bambina nervosa quando aveva quasi 18 anni!

“Mi dispiace davvero disturbarti, ma…” Una piccola risata. “Non posso passare”.

Leonora vide che il suo violoncello era scivolato in mezzo al corridoio e stava bloccando completamente il passaggio.

“Per favore, signorina, mi permetta” disse l’uomo, mentre afferrava il manico della custodia dello strumento e lo spostava sui sedili dall’altra parte del corridoio. Tutto ciò che Leonora poteva vedere era la sua schiena. Poi l’uomo si girò sorridendo. Un giovane, a prima vista. Capelli scuri, un viso abbronzato e occhi azzurri incredibilmente vividi. Ma qualcosa in lui tradiva una certa maturità.

“Meglio qui, signorina. Vero?” disse, mentre Leonora meditava sul suo uso della parola “signorina”. Non le piaceva.

“Grazie…grazie mille…
“Di niente” la interruppe. “Se mi siedo qui posso tenerlo d’occhio” aggiunse, sedendosi di fronte a Leonora.

Leonora non sapeva cosa dire. C’erano molti altri posti liberi, perché si era seduto proprio lì? Si guardò intorno, la carrozza era vuota. Guardò di nuovo attraverso il finestrino, la luce stava ormai iniziando a svanire. Leonora prese una rivista, fece finta di leggerla. Ogni volta che guardava l’uomo, temeva che lui avrebbe alzato lo sguardo e incontrato i suoi occhi nello stesso momento. Decise di rimanere tranquilla e di prendere nota di ciò che poteva vedere. Era vestito in modo casual ma ‘trendy’: pantaloni bianchi, una giacca da baseball in stile americano e una maglia con un logo universitario. Tutto era molto pulito e in ordine. L’uomo sorrideva, ma era un sorriso che non si estendeva ai suoi occhi, che erano freddi e ora saldamente fissi su Leonora.

“Sei una studentessa di musica?”
“Sì.”
“So qualcosa di musica. Stai andando a Montepulciano per il workshop?”
“Sì… Sì… Io…”
“Da quanto tempo studi il violoncello, Leonora?”
Lei rimase senza fiato. “Come fai a sapere il mio nome?
“È sull’etichetta della tua custodia.” Sorrise. Lei lo fissò sospettosa.

Dopo quella che sembrava un’eternità, il treno rallentò fino a fermarsi.

“Eccoci a Chiusi. Anche io scendo qui.” disse l’uomo.
La aiutò a scendere, e Leonora gli rivolse un rapido “grazie e arrivederci” lasciando il binario. Ma presto si rese conto che la stazione era deserta.
L’uomo – non sapeva ancora il suo nome – era dietro di lei.

“Nessun autobus per Montepulciano di domenica, purtroppo” Fece una pausa. “Vado anch’io al workshop, sarò il tuo insegnante di composizione, mi chiamo Luigi Arragone.”

Leonora era molto stupita. Solo ora glielo diceva?

Lui continuò “Si sta facendo notte, posso darti un passaggio. La mia macchina è proprio qui” e si avviò bruscamente.

Molte volte nel futuro Leonora immaginò quanto sarebbe stata diversa la sua vita se non lo avesse seguito.


Un’esperienza scioccante di Wendelyn Piquette dagli Stati Uniti

Luigi e Leonardo non si conoscevano finché, in una notte di metà settembre, si ritrovarono l’uno nella vita dell’altro.

Era una notte buia e tempestosa. Leonardo da Vinci smise di dipingere il murale della chiesa per mancanza di luce. Ritornò a un’altra sua invenzione: una macchina del tempo le cui parti erano già a posto, mancava solo come alimentarla. Purtroppo non poteva utilizzare i cavalli perché non sarebbero stati abbastanza veloci… 

Quasi trecento anni dopo, un altro scienziato, di nome Luigi Galvani, stava sperimentando con sua moglie Lucia gli effetti dell’elettricità sugli animali: rane per l’esattezza. “Succederà la stessa cosa sui corpi umani?” si chiedevano.

Decisero quindi di provare ad applicare una scarica elettrica ad un cadavere che Luigi e i suoi assistenti avevano dissotterrato dalla tomba.

Boom! 

“È una tempesta fortissima!” pensò Luigi. Verificò che le sue bottiglie di Leida tenessero la carica e raccolse gli elettrodi per dare la scossa al cadavere. 

Boom!
  
Un gigantesco fulmine colpì gli elettrodi mentre li stava tenendo: una scarica fortissima lo gettò a terra!
 
In un’altra dimensione spazio-temporale, Leonardo stava toccando la macchina del tempo.
 
Boom!  

Una scossa forte lo stese.

Luigi aveva un enorme mal di testa. Si ritrovò davanti al murale di Leonardo. Si chiese: “Ma dove mi trovo?! Sto sognando? Forse ho colpito la testa troppo forte!”. 
 
Anche Leonardo aveva un bernoccolo in testa e le orecchie gli fischiavano. Peggio, un odoraccio proveniva dal tavolo. Vide il cadavere— “Oh mio Dio!” Fece il segno della croce.  
 
“Luigi, stai bene? Il fulmine ti ha colpito!” una donna di mezza età gli corse incontro.

“Signora, chi è Lei? Non mi chiamo Luigi!!” scattò all’indietro Leonardo.   

“Ma come?! Ma sono io, Lucia! Non mi riconosci?!” 

Tre secoli prima, Luigi si ritrovava invece nel corpo di Leonardo. Incuriosito, esaminò la stanza con occhio indagatore.
“Questo posto è bello e pieno di ispirazioni. Cosa sto facendo io con la mia vita? Il mio lavoro è terribile!” pensò Luigi invidioso della bellezza in cui viveva Leonardo.
 
Nel futuro, Leonardo stava lottando con la nuova realtà. Non era nel suo corpo, nella sua chiesa, neanche nella sua città e una strana donna continuava a chiamarlo con un altro nome. E quel posto, con il cadavere… “Dio salvami, per piacere!” 

La tempesta fuori continuava, più forte che mai.

“Che bravata è mai questa? Perché questo cadavere è qui sul tavolo?” chiese. 
Sorpresa, Lucia rispose: “Ma come?! Era tua l’idea di trovare l’elettricità negli umani!”

Leonardo era sbalordito. “Io?! Non è possibile! Lascia riposare in pace i morti!”. Però, incuriosito dall’esperimento, iniziò a interrogare Lucia la quale rispose a tutte le sue domande.

Nel tempo di Leonardo, Luigi stava male da quanto gli mancava Lucia! Forse sarebbe riuscito a sopravvivere in un altro tempo e in un altro corpo, ma come avrebbe fatto senza di lei? ‘Se mai tornerò a casa, non lavorerò più con i cadaveri e tornerò al mio lavoro con le rane!’ si ripromise. 

Kraaak! 

Un lampo illuminò tutto e Luigi fu catapultato attraverso la stanza e il tempo.

Intanto, nel futuro, Leonardo, oramai entusiasta dell’esperimento, stava raccogliendo gli elettrodi quando…

Boom! 

Leonardo fu buttato a terra! Aprì gli occhi, intontito: era a casa! 

Anche Luigi aprì gli occhi: Lucia era lì davanti a lui. La tirò a sé e la baciò. “Non abbandonarmi mai! La tua mancanza mi ucciderebbe! Gettiamo questo cadavere, torniamo alle rane!” esclamò Luigi. Lucia sorrise felice.

Nel passato, Leonardo si guardò intorno. Era tornato nella sua chiesa. Quella macchina del tempo era maledetta! Con molta cura, la smontò e ne distrusse tutti i disegni. Finalmente tranquillo, a casa, si mise a pensare e a bramare l’elettricità: l’idea che l’energia naturale potesse alimentare una macchina del tempo lo aveva galvanizzato!


Il potere di un’idea di Stefan Kszak dalla Svezia

Leo e Lee non si conoscevano finché, in una notte di metà settembre del 1984, si ritrovarono l’uno nella vita dell’altro…

È un sabato pomeriggio di inizio settembre 2022, il sole è basso nel cielo sereno e azzurro: il tempo è davvero bello quest’autunno. “Posso ancora guidare la mia Lambo senza tettuccio. A settembre! In Svezia!” pensa tra sé e sé Leo.

Ci sono solo 16 gradi ma Leo è sudato, dopo l’allenamento; la vista è così bella che decide di fermare l’auto e godersi il panorama, con il sole che luccica tra le onde del lago Vetter. Gli piace molto questo posto, dall’alto la vista gli ricorda il lungomare dell’autostrada adriatica, in Italia, dove guidava soltanto un mese prima.

Ripensa al suo passato, ed è grato e felice per essere stato benedetto dalla vita, anche se ha dovuto lavorare duramente e prendere decisioni difficili.
Ha sempre saputo, infatti, che “ciò che non ti distrugge, ti rende più forte”.

Leo era nato in ottobre, nel 1970, a Cracovia, un’antica e bella città, fondata all’inizio dell’anno Mille. Purtroppo il regime comunista l’aveva trasformata in una città grigia e fatiscente, abitata da gente infelice, senza speranza negli occhi – così Leo ricorda la sua infanzia. Era cresciuto in un sobborgo della città, dove suo padre aveva un’officina. Non aveva più i nonni: quelli paterni uccisi dal regime comunista prima che lui nascesse, quelli materni morti anche loro, prima della sua nascita. Leo ricorda la sua gioventù come una vita divisa tra i sogni e la realtà crudele del comunismo.

La serie televisiva Miami Vice, con l’attore Don Johnson e la sua Lamborghini bianca rappresentava la vita libera e felice a cui aspirava.

Dall’altro lato la grigia realtà; il padre che lavorava duramente per riuscire a sfamare la famiglia; gli inaspettati controlli in casa della milizia comunista, per verificare la fedeltà al regime, solo perché il papà, imprenditore, non aveva mai voluto iscriversi al partito e questo bastava per essere considerato quasi un criminale.

A quel tempo Leo non aveva nient’altro che i suoi sogni, ma dentro di sé non si arrendeva. Frequentava la scuola, come gli altri, ma aspirava a realizzare qualcosa di grande valore nella vita. Guardava in TV i film dell’Ovest e sognava…

Finché, una sera di settembre, al cinema vide “il grande maestro”; era così forte, veloce come un gatto, ma allo stesso tempo calmo, dotato di un grande autocontrollo e tutto ciò che faceva era così importante e significativo! Fu improvvisamente colpito, come da un fulmine. L’impatto emozionale fu enorme.

Quella sera la vita di Leo cambiò; lui riguardò il film diciotto volte in quel mese e ogni volta desiderava essere sempre più simile a lui – Bruce Lee.

Così, deciso a diventare cintura nera ma soprattutto una persona di grande valore, visse solo per i suoi allenamenti e per raggiungere il suo obiettivo.
Dopo sei anni ottenne la sua prima cintura nera in taekwondo e successivamente ne ottenne altre

Lavorare su se stesso divenne la sua filosofia di vita. Bruce Lee aveva rappresentato un’idea, un simbolo, a cui Leo è tuttora fedele, che gli aveva dato il coraggio di fare passi avanti, uscire dalla zona di conforto. “Grandi cose hanno spesso piccoli inizi” pensa Leo, tra sé e sé, e il suo piccolo inizio era stato proprio il film, “Enter the dragon”.

In Svezia, che ora è la sua casa e dove vive la vita dei suoi sogni, Leo ha dato vita a due aziende. “Inspire people to fullfill their life”, il suo motto, oggi è diventato anche un lavoro: come Lee ha ispirato e motivato Leo a trovare il senso della vita, ora Leo fa lo stesso per gli altri.

È il tramonto e Leo riparte verso casa.


Le avventure dei due amici blu di James Elliott

Un piccolo cavallo e un maialino non si conoscevano finché, in una notte di metà settembre, si ritrovarono l’uno nella vita dell’altro.

Era una notte buia e tempestosa quando il contadino portò i due animali nella sua casa a Capri, in Italia; i due erano ancora molto piccoli e avevano tanta paura, ma si fecero coraggio a vicenda e fu così che diventarono anime gemelle. E i due animali erano blu, sì, davvero blu!

La casa del contadino era accanto ad uno stretto sentiero che correva tra muretti e scogliere a picco sul mare. Di tanto in tanto i due amici giocavano a bloccare il passaggio e si divertivano molto nel vedere le persone che si stupivano e spaventavano nel trovarseli davanti.

Un giorno d’estate, era il primo di luglio, una vecchietta arrivò sul sentiero. I due amici, che erano impulsivi e immaturi come adolescenti, decisero di bloccare il sentiero e fare paura alla vecchia donna. Ma la donna non si spaventò e disse: “Che cosa fate, stupidi animali? Non sapete che sono una strega buona? Pensate di essere così intelligenti e furbi?”. Allora la vecchia saltò sopra gli animali e fu lei, così, a bloccargli il cammino.

“Che pensate adesso?”
“Eh, ci dispiace molto per quello che abbiamo fatto”
“Io vi do una possibilità per redimervi: dovete andarvene dall’Italia”
Il maialino disse: “Forse la Francia va bene?”
“Ma mangiano i maialini in Francia!”
“Non vi consiglio la Francia”
“Considerate gli Stati Uniti, allora: negli Stati Uniti alla gente piacciono gli animali”
“Sì, d’accordo!”
“Bene è deciso”
“Ma, buona strega, cosa mangeremo e che lavoro faremo?”
“Non preoccupatevi. Ho pensato a tutto.”
“Ciao. Bon voyage”

*

All’aeroporto Dulles una voce disse “Dove sono gli amici blu?”

Un uomo rispose: “Eccoli là nelle gabbie”.

Una persona aprì le gabbie e mise i due amici sul camion. Dopo quarantacinque minuti circa, arrivarono a Mt. Vernon. Era il primo luglio e c’era un caldo afoso.

“Non siamo più a Capri!”
Qualcuno spiegò: “Questi sono la vostra nuova casa e il vostro nuovo lavoro. Voi siete gli animali da esposizione”.
“In bocca al lupo”.
“Crepi il lupo” – pensarono i due amici.

C’erano molti altri animali: capre, pecore, vacche, asini, oche, cavalli, maiali e persino un cammello. Ma neppure un cavallo o un maialino blu.

Qualche giorno dopo il loro arrivo, i due amici stavano dormendo nel loro recinto quando ci furono molte esplosioni e vampate di luce.

“È la fine del mondo”, strillarono i due.

“No, idioti, è il quattro luglio!” – rivelarono gli altri animali.

E così, piano piano, i due si abituarono alla loro nuova casa e al loro nuovo lavoro. Il clima sembrava quello di Capri, ma più umido. Poi venne l’autunno.

“Wow guarda che colori!” esclamò il maialino. “Niente di simile è mai accaduto a Capri.”
“Si è bellissimo, ma le sere sono un po’ fredde”, precisò il maialino.
“E ora che cosa succede? Guarda queste decorazioni strane: le streghe, gli scheletri, le mummie, le lanterne fatte di zucca con i visi strani”. Gli altri animali spiegarono che era Halloween e che i bambini avrebbero indossato strani costumi e domandato caramelle.

“Che cos’altro avverrà in autunno?”, domandarono i due amici.
“Allora… ci saranno le World Series”
“Che cosa sono?”
“Le finali della stagione del baseball. Cade sempre alla fine di ottobre e quest’anno giocheranno i Nationals, la squadra locale: è veramente eccitante, ci sarà molta confusione e forse i fuochi d’artificio.”

“E poi c’è il ‘Thanksgiving’, un giorno festivo in cui si sacrifica un animale e lo si mangia per ringraziare.”
“Quale animale? Maiale? Cavallo?”
“No, no: un tacchino!”
“Il tacchino non ha niente da ringraziare” sussurrò il maialino.
“Barbarico!” gridò il cavallo.


IL VINCITORE DEL CONTEST:

Le fuggitive di Starbucks di Zach dagli Stati Uniti

Ludovica e Lulu non si conoscevano finché, in una notte di metà settembre, si ritrovarono l’una nella vita dell’altra.

Ludovica, sfinita, era da poco entrata nello Starbucks Riserva di Milano. Nonostante fosse ormai notte, il locale era ancora pieno di gente in quel caldo sabato di fine estate.

La donna prese il suo “frappuccino” e si sedette sull’ultima sedia libera nel grande Caffè. Mentre si guardava intorno con sospetto, dietro i suoi occhiali da sole, mise sul tavolo, bene in vista, il suo libro inglese “A Guide to Milan”. Fu in quel momento che sentì una voce tranquilla provenire dalla donna dietro di lei.

“So bene che non sei una turista”, affermò la donna. 
“Ma tu chi sei?! E come fai a saperlo?” reagì Ludovica.
“Perché hai rabbrividito dopo aver bevuto il tuo frappuccino. Non sei un’americana convincente”, esclamò Lulu. “Sei una spia? Sei qui per arrestarmi?” 
“Va bene, hai ragione, lo ammetto, sono italiana. Ma non sono una spia. Mi sto semplicemente nascondendo da alcune persone.”
“Anch’io”, confessò Lulu. “Dalla polizia”.
Ludovica si tolse gli occhiali da sole e guardò Lulu dritto negli occhi.
“Anch’io”.

Passarono due minuti prima che una delle donne proferisse un’altra parola. Fu Lulu a rompere il silenzio. 

“Non volevo farlo”, raccontò Lulu, “ma non ho avuto scelta. È stato più forte di me.”
“Ma cosa hai fatto? Hai ucciso qualcuno?” chiese Ludovica. 
“Dio mio no, no,” Lulu ribattè immediatamente. “Ma ho fatto di peggio: ho chiesto l’ananas sulla mia pizza.”
“Ma caspita!” urlò Ludovica e le sue mani gesticolarono selvaggiamente nell’aria.
“Shhh, shhh!” rispose Lulu. “Non parlare in italiano così ad alta voce! Si accorgerebbero tutti che ci stiamo nascondendo. Pensa che io sono rimasta dentro questo Starbucks per sei giorni e tu sei la prima italiana che ho visto!” 
 â€œHai ragione, scusami. Ma l’ananas sulla pizza?! Non ci posso credere. Che schifo! E io che pensavo fosse brutto il mio crimine: ho ordinato un cappuccino dopo pranzo!” 

Ma prima che Lulu potesse replicare, si udirono forti urla dall’ingresso di Starbucks.

“Polizia! Nessuno si muova! Mani in alto!” Le voci furiose di cinque poliziotti crearono il panico tra i tanti turisti di questo Starbucks italiano. Uno dei poliziotti, con in mano una lattina di ananas semivuota, saltò sul tavolo e iniziò a scrutare attentamente tutt’intorno, alla ricerca di italiani sospetti all’interno del locale.

Ludovica e Lulu si guardarono e nello stesso momento esclamarono: “Corriamo!” E da quel momento le vite delle due fuggitive di Starbucks sarebbero state per sempre indissolubilmente legate.


Lui e Lei di Margot Miller

Lui e Lei non si conoscevano finché, in una notte di metà settembre, si ritrovarono l’uno nella vita dell’altro.

Lui e Lei si incontrarono mentre, in fila, aspettavano di entrare alla scuola San Salvatore, per un incontro dei genitori con gli insegnanti. C’erano infatti misure eccezionali per l’ingresso nell’edificio a causa del Covid.

Lei notò che Lui aveva una macchia scura sul collo e gli disse “Scusi, ma sono un’infermiera e ho visto questa macchia sul suo collo. Dovrebbe farsi vedere da un medico”.

Lui la ringraziò attraverso la sua mascherina, trovando strano che un’infermiera non indossasse la mascherina a sua volta; poi entrarono a scuola.

Tre settimane più tardi Lui, dopo essere stato da un medico che gli aveva diagnosticato e rimosso un melanoma dal collo, domandò all’insegnante di suo figlio se conoscesse il nome della donna senza mascherina. Non sapeva nulla di lei tranne il fatto che fosse infermiera. L’insegnante tuttavia non seppe dirgli niente; non aveva nessun genitore che facesse l’infermiere.

Lui desiderava ringraziare la sconosciuta e sarebbe stato felice di invitarla a cena. Cercò allora maggiori informazioni sulla donna rivolgendosi al preside della scuola, ma neppure lui aveva conoscenza di genitori che fossero infermieri. “Inoltre” – disse il preside – “tutti portano la mascherina in questo periodo”.

Così Lui decise di osservare i genitori all’uscita da scuola in attesa dei loro figli, fino a quando non l’avesse vista.

Finalmente, un giorno in cui pioveva a dirotto – erano passate altre tre settimane – la vide, ancora senza mascherina. Sola, stava passando davanti a scuola in bicicletta, nonostante la forte pioggia. Lui la seguì in città, finché Lei lasciò la bici fuori da un bar. Lui parcheggiò ed entrò.

Nessuna donna.

Chiese al barista dove fosse la donna appena entrata.

Il barista scrollò le spalle. “Nessuna donna oggi. Non siamo nemmeno aperti!”.

“Ma l’ho vista entrare!”

Il barman scrollò nuovamente le spalle. “Non c’è nessun cliente donna. Sono solo qui, a parte il cuoco, che è un uomo”.

Allora il poveretto uscì. Era confuso.

Non pioveva più ed accanto alla sua macchina vide la figura di una donna. Lei!

Ma quando arrivò vicino all’auto Lei non c’era più. Non solo perplesso ma anche arrabbiato, tornò a casa.

Nella notte sognò l’infermiera che non esisteva. La presenza di Lei sembrava circondarlo. Sentì la sua voce che lo rassicurava: “Stai bene, adesso”. Si svegliò sudato, cercandola, ma Lei non c’era più.

Suo figlio, che aveva solo 10 anni, avendolo sentito gridare, corse in camera e chiese che cosa fosse successo. Allora lui raccontò tutto al bambino.

Quando terminò la sua storia, il figlio esclamò: “Ma quello che descrivi è il fantasma della scuola! Conosciamo tutti l’Angelo di San Salvatore!”.

E così Lui comprese che non avrebbe mai avuto la possibilità di conoscere la donna che gli aveva salvato la vita.


Il musicista di Tarik O.

L. e L. non si conoscevano finché, in una notte di metà settembre, si ritrovarono l’uno nella vita dell’altro.

Ma partiamo dall’inizio…

Leona si era trasferita in questa città perché voleva iniziare una vita diversa. Diversa da quella che aveva conosciuto, con le delusioni e le lotte infinite, nonostante tutti i suoi sforzi.

“Ora o mai più!” si disse e così, a 40 anni, fece un cambiamento drastico e si trasferì dall’altra parte del mondo.

Tuttavia la nuova vita era più difficile di quanto si aspettasse. Non si aspettava l’isolamento e la solitudine causati dal trovarsi in un paese straniero dove, nonostante ne parlasse la lingua, non capiva davvero la gente del posto. Trovava le loro abitudini sconcertanti, per esempio il fatto di bere alcolici in piedi al bar prima di cena (e le ragazze addirittura con quei tacchi alti!) o ancora il loro atteggiamento così “flessibile” nei confronti degli orari. E perché mai c’erano gatti randagi ovunque?

Un giorno d’estate, tornando come al solito dal lavoro in bicicletta, Leona sentì una musica celestiale provenire da una piccola piazza che le ricordò quel tempo più felice quando, ancora così giovane, sua nonna la portava nelle sale da concerto. Curiosa, si diresse verso la piazza e vide un giovane che suonava un violoncello. I biondi capelli lunghi gli ricadevano sul viso e i suoi occhi erano chiusi come in trance. Alcune persone si erano fermate ad ascoltare ma la maggior parte dei passanti, impegnata solo a tornare a casa dopo un’intensa giornata di lavoro, non prestava molta attenzione al musicista.

Leona fu come trafitta da quel suono meraviglioso. Rimase paralizzata sulla sua bicicletta e non si accorse nemmeno dei pedoni arrabbiati a cui stava bloccando il passaggio. Non avrebbe saputo dire per quanto tempo fosse rimasta lì, ma alla fine il giovane musicista, dopo aver suonato le note morbide finali del pezzo, aveva aperto gli occhi, aveva messo velocemente il violoncello nella custodia e se n’era andato, come se fosse in ritardo per un appuntamento. 

Dopo quel giorno, Leona lo vide suonare regolarmente nella piazzetta. Il momento clou della sua giornata divenne il tempo passato ad ascoltarlo. Non gli parlava mai e non era sicura che l’avesse mai notata, ma le andava bene così. Tutto ciò che voleva era ascoltare le squisite melodie e guardare il movimento sensuale dell’archetto attraverso l’elegante corpo dello strumento.

Una sera piovosa di metà settembre stava tornando a casa in bicicletta per le strade di ciottoli della città; sperava di ascoltare il giovane musicista, ma sapeva che era improbabile, a causa della pioggia. Nella sua mente stava immaginando la bella, ossessiva melodia di Saint-Saëns, Il Cigno, quando all’improvviso un gatto randagio saltò davanti alla sua bicicletta. Leona cercò di sterzare ma le pietre bagnate erano scivolose, la sua bicicletta perse aderenza e finì per terra. L’ultimo pensiero che aveva avuto mentre cadeva dalla bici era stato “grazie a Dio indosso sempre il casco!”

Quando si svegliò era confusa. Le faceva male la testa e non riusciva a girare il collo ma poteva vedere il soffitto e le inconfondibili piastrelle bianche tipiche di tutti gli ospedali del mondo. Poi si ricordò del ritorno a casa in bici sotto la pioggia e del gatto rosso.

“Ciao, stai bene?” sentì qualcuno chiedere. Lentamente si voltò verso la voce e subito riconobbe i lunghi capelli biondi del musicista.


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Il contest di scrittura: le regole ✔️✖️

Requisiti per partecipare al contest di scrittura 2022 ☑️ :

  • Essere studenti di Online Italian Classes entro il 4 settembre 2022 (per diventarlo, si può acquistare un pack di 5 lezioni qui)

Le regole del contest di scrittura per i partecipanti (autori) ✍️

  • Il testo deve avere tra le 300 e le 600 parole, incipit escluso.
  • Il testo deve essere scritto direttamente in italiano.
  • Il testo deve essere utilizzato durante le lezioni con l’insegnante (es. per la correzione della grammatica).
  • Il testo finale può essere consegnato all’insegnante a partire dal 30 settembre 2022 ed entro la fine della prima settimana di ottobre 2022.

NB. I testi dei partecipanti verranno pubblicati in forma anonima su questa sezione del blog: a ciascuna storia sarà assegnato un colore.

Le regole del contest di scrittura per i valutatori 📝

  • Chiunque sappia leggere e comprendere l’italiano può partecipare come valutatore, gratuitamente, senza iscrizione previa.
  • Le valutazioni avvengono tramite commento sotto l’articolo dove saranno pubblicate le storie: QUI.
  • Ogni valutatore, prima di commentare, deve inserire il proprio nome e, possibilmente, cognome.
  • Il commento deve contenere il titolo della storia scelta e, possibilmente, una breve motivazione.
  • Ogni utente può lasciare un unico commento con una sola scelta.
  • Le insegnanti non possono partecipare come valutatori.
  • Gli autori delle storie possono votare solo una storia diversa dalla propria.
  • Le votazioni iniziano nel momento della pubblicazione di tutte le storie (10 ottobre 2022) e si chiudono in data 23 ottobre 2022, a mezzanotte (orario italiano).

Chi vince e cosa vince ️🏆

  • Tutti i partecipanti (autori delle storie) riceveranno in regalo un incontro di gruppo gratuito con le insegnanti in cui avranno la possibilità di conoscersi e di parlare italiano.
  • L’autore della storia più votata riceverà un ulteriore premio: un Coupon del valore di 60 GBP per partecipare a un corso di gruppo tematico nel 2022/2023.