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Il valore sociale dei colori

Today we talk about the power of colors and their social value, both personal and political.


Qual è il tuo colore preferito?

Quando ero piccola, piuttosto piccola, sapevo che il mio colore preferito era il verde. Ho usato il verbo all’indicativo (“era”) e non al congiuntivo (“fosse”) di proposito, perché io ne ero proprio convinta. Nessun dubbio.

Devi sapere che i miei genitori hanno scelto di non mandarmi all’asilo nido (se vuoi ripassare come funziona il sistema scolastico italiano, puoi riascoltare la newsletter precedente), infatti fino all’età di 3 anni c’era una babysitter che si prendeva cura di me mentre la mamma e il papà erano al lavoro.

Lei era una donna molto femminile: portava i capelli lunghi e se li tingeva sempre di nero, poi li arricciava con cura fino a ottenere dei perfetti boccoli che le scendevano lungo la schiena. Questa signora italiana era anche molto determinata a tirare fuori il meglio dai bambini che curava.

Per esempio, si era accorta che mi piaceva cantare e, così, trovava ogni occasione per farmi esprimere la mia personalità attraverso la voce. Inoltre, mi regalava oggetti verdi (come tessuti o piccoli giochi) e io ne ero davvero felice.

Quando poi ho iniziato il percorso scolastico, qualcosa è cambiato. Insieme a me c’erano altri bambini ma, piano piano, il gruppo ha iniziato a dividersi: i maschi (vestiti di azzurro) si radunavano attorno alle piste delle macchinine e le femmine (vestite di rosa) davanti alle cucine giocattolo.

Le “bambole Barbie” con cui giocavo, avevano sempre vestiti che coprivano tutte le sfumature del rosa (dal fucsia al rosa chiaro) e, quando ho chiesto a mia madre di comprarmi lo zaino di Barbie da usare alla scuola elementare, questo era ovviamente dello stesso colore.

Un giorno la nostra maestra ha chiesto a noi bambini quale fosse il nostro colore preferito e io non ho avuto dubbi: “rosa”.

Il valore sociale dei colori

Quotidianamente facciamo molte scelte legate ai colori: decidiamo cosa indossare al mattino per andare al lavoro o per partecipare a un evento, scegliamo la pittura per dipingere le pareti di una stanza della nostra casa, decidiamo se acquistare un’automobile bianca oppure rossa.

Se siamo una sposa di un Paese occidentale, nel giorno del nostro matrimonio indossiamo un abito bianco (che, non so se lo sai, rimanda alla purezza della verginità) ma se siamo uno sposo di un Paese orientale come il Giappone, non vestiamo di scuro, ma – anche noi – di bianco.

In Italia si tende a non portare il colore viola in eventi felici come il matrimonio, perché si dice che porti sfortuna. Tuttavia, questo colore ha assunto una valenza fortissima nel momento in cui Kamala Harris lo ha scelto per il vestito che ha indossato durante la cerimonia di insediamento della presidenza Biden: il viola rappresenta infatti l’unione di due colori, il rosso e il blu.

E qui non posso che farti notare qualcosa di curioso: mentre negli Stati Uniti il rosso è il colore politico associato ai Repubblicani, nella maggior parte dei Paesi europei il rosso è quello usato dai partiti di sinistra. In Italia, per esempio, Bologna e Livorno sono due città che storicamente sono sempre state “rosse”.

Se rimaniamo sul tema politico, scopriamo che esiste una ricchissima legenda di colori che assumono un certo significato in un certo Paese. In fondo a questo articolo*, ti lascio una serie di link per approfondire l’argomento e qui ti cito solo un caso. (*the links were contained in the email. Subscribe to receive the newsletter not to miss next ones)

Si tratta dei “Verdi” che in tutto il mondo sono identificati come quei gruppi politici che hanno a cuore il tema dell’ambiente, tranne che in Italia. Nel mio Paese c’è il rischio di fare confusione con la “Lega Nord”, un partito di estrema destra che per molti anni ha fatto del verde “Padania” proprio la sua bandiera (e le cravatte dei suoi rappresentanti politici!).

I colori sono una scelta libera?

Nonostante sembri che le nostre scelte in fatto di colori siano fortemente condizionate da valori sociali, sono stati fatti degli studi per dimostrare il contrario.

Il mondo animale è sempre un ottimo esempio di comportamenti naturali. Molti animali non riescono a vedere tutti i colori che vediamo noi, ma sembrano comunque avere delle preferenze legate alla luce.

Per esempio, esistono degli organismi primordiali che vivono nell’oceano più profondo ma che, per nutrirsi, devono esporsi alla luce del sole. Dato che troppa luce li ucciderebbe, hanno sviluppato un meccanismo per cui, quando fuori ci sono i colori tenui di alba o tramonto, loro si muovono; quando invece percepiscono l’azzurro del mezzogiorno, rimangono a riposo.

Il colore azzurro è, di fatto, spesso associato alla calma e al rilassamento. Pensa al marketing di aziende che si occupano di benessere o di vacanze: quante volte hai trovato un colore forte come il rosso nelle loro comunicazioni?

Il rosso è un colore che si usa per motivi molto specifici. Per i biglietti di San Valentino, per dipingere le labbra in occasione di una serata romantica, per la rosa che regalerai a una persona che ti piace molto.

Il rosso non mi è mai piaciuto. Mi ha sempre dato una sensazione di potere e, personalmente, faccio fatica a valutare il potere in modo positivo. Non mi sono mai spiegata il perché, ma forse è qualcosa che esiste dentro di me incondizionatamente. Non posso cambiarlo, così come non posso cambiare il colore del mio sangue o il fatto che, quando sono imbarazzata, le mie guance arrossiscono.

Infine, ti lascio l’ultima riflessione. Ci sono persone che il rosso non lo vedono proprio, così come non vedono altri colori. Le persone che soffrono di daltonismo, per esempio, possono fare fatica a distinguere il rosso o il verde e talvolta anche altri colori come il viola e il giallo. E poi ci sono le persone ipovedenti, per le quali il mondo è sfocato, i colori si confondono ma non per questo le cose perdono il loro significato o la loro importanza.

Io non lo so qual sia il tuo colore preferito e quale valore abbia per te. So solo che il mio è tornato a essere il verde. Però adesso so spiegare il perché 😉

Vocabolario


tingere = to dye
arricciare = to curl up
i boccoli = ringlets
le piste delle macchinine = the tracks of the toy cars
le cucine giocattolo = toy kitchens
lo zaino di Barbie = Barbie branded backpack


la purezza = purity
portare sfortuna = “to give bad luck”
una valenza = a meaning
la legenda = a caption
assumere = to take (in this context)
citare = to quote
avere a cuore = to care


dimostrare = to prove
nutrirsi = to feed
rimanere a riposo = to relax
il benessere = well-being
regalare = to offer
non spiegarsi il perché = to not understand
arrossire = to blush
proprio = at all (in this context)
ipovedenti = visually impaired


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Cosa significa studiare in Italia?

Today I’m showing you how the school system works in Italy: step by step you’ll understand which schools Italian can choose and how they are…


Cosa significa studiare in Italia?

Tutte le mattine passo davanti alla mia vecchia scuola, in sella alla mia bicicletta. Mi fa uno strano effetto ripercorrere quella strada dopo tanti anni e dopo tante esperienze – alcune delle quali lontane migliaia di chilometri. Ma alla fine eccomi di nuovo lì, solo che questa volta non ci entro ma passo oltre, per raggiungere il mio nuovo luogo di lavoro (te ne voglio parlare presto).

L’edificio che ospita il liceo che ho frequentato per cinque anni, durante la mia adolescenza, è di epoca fascista. Lo stile è inconfondibile e, semmai dovessi fare un viaggio in Italia, ti renderesti conto che la maggior parte delle scuole italiane è un perfetto esempio di architettura fascista: sono luoghi imponenti, lineari, grigi e con un’ inconfondibile aria austera.

Il sistema scolastico italiano è certamente molto diverso da quello del tuo Paese. Lo dico per esperienza, perché ogni volta che parlo con qualche straniero facciamo sempre fatica con i paragoni tra i nostri rispettivi percorsi scolastici.

Per questo motivo, oggi vorrei parlarti di cosa significa studiare in Italia.

Per farlo, partirò da una foto… che mi ha mandato un mio studente inglese! La foto raffigura la sua nipotina mentre indossa la sua uniform per fare lezione da casa. Lei è così dolce e la foto così commovente. Una conseguenza reale del lockdown in Inghilterra.

Prima di mostrarmi la sua nipotina, il mio studente mi ha chiesto: “Come si dice uniform in italiano?” e io, ammetto, che non ho saputo rispondere.

Esistono due traduzioni per questa parola: una è “divisa” e l’altra è “uniforme”. Per lo più, vengono considerate due sinonimi, ma non si riferiscono all’ambito scolastico.

Secondo l’enciclopedia Treccani, per “divisa” si intende un abito di foggia e colore particolare, indossato dagli appartenenti a una determinata categoria, in particolare militare o sportiva. (Per esempio, la divisa di una squadra di calcio).

Sempre secondo il noto dizionario enciclopedico italiano, l'”uniforme” è il vestito indossato da chi appartiene a un corpo militare oppure l’abito uguale indossato da tutti coloro che svolgono un particolare servizio per cui devono essere riconoscibili. Per esempio, l’uniforme da infermiera.

La verità è che i bambini italiani non indossano nessuna uniform.

Ma perché gli alunni italiani non indossano una divisa o un’uniforme?

Me lo sono chiesta molte volte. Il senso di avere tutti lo stesso abbigliamento mi è molto chiaro: serve per ridurre le differenze sociali e per mantenere un senso di uguaglianza tra i bambini.

In Italia i bambini più piccoli, in realtà, indossano una sorta di uniforme che si chiama “grembiule”. Si tratta di una grande camicia, molto semplice, da mettere sopra i vestiti. Di solito questa è bianca per le femmine e nera per i maschi (qualche volta blu scuro). Il grembiule si può comprare a basso prezzo in qualsiasi negozio specializzato, ma anche nei supermercati. Devo dire che la mia impressione è che il grembiule sia usato più che altro per proteggere i vestiti dalle macchie che i bambini rischiano di farsi mentre usano i colori o mentre giocano. Nulla di più.

Il grembiule è obbligatorio per i bambini che vanno all’asilo e alle elementari. Se non sai di cosa sto parlando, forse è meglio fare un passo indietro. Ti spiego bene quali sono le fasi della scuola in Italia.

Il sistema scolastico italiano

La “scuola dell’infanzia”, che non è obbligatoria:

– Età 0-3 anni: asilo nido
– Età 3-6 anni: scuola materna

La “scuola dell’obbligo”, che è appunto obbligatoria:

– Età 6-11 anni: scuola elementare (oggi si chiama “scuola primaria”)
– Età 11-14 anni: scuola media (oggi si chiama “scuola secondaria di primo grado”)
L’ultimo anno delle “medie” si fa un esame finale.

Poi, si comincia il secondo ciclo di istruzione:

– Età 14-19 anni: scuola superiore (oggi si chiama “scuola secondaria di secondo grado”) > istituto tecnico o liceo

A conclusione di questi ultimi 5 anni, c’è un esame molto molto importante, che si chiama “maturità”. Dopo, si può decidere di andare subito a lavorare oppure di fare l’università.

– Età 19-23 anni: laurea breve
– Età 23-25 anni: laurea specialistica
In realtà, alcune facoltà universitarie sono “a ciclo unico” come giurisprudenza, medicina, farmacia e architettura. Durano, cioè, cinque o più anni consecutivi.

Ok, ci sarebbero molte altre cose da dire per ciascun punto, ma in poco tempo non riesco a spiegarti tutto. Vediamo se riesco a intercettare alcune tue perplessità.

Un sistema strano?

Come forse avrai notato, quando gli studenti italiani devono cominciare il secondo ciclo di istruzione, si trovano di fronte a un dilemma: liceo oppure istituto tecnico?

In passato vigeva la convinzione che chi scegliesse il primo (il liceo) fosse destinato a fare l’università e chi scegliesse il secondo (l’istituto tecnico) “da grande” avrebbe fatto il professionista tecnico. Per semplificare, tutti i liceali sarebbero potuti diventare medici, avvocati, ingegneri, psicologi, architetti e giornalisti. Invece, gli altri sarebbero potuti diventare elettricisti, idraulici o magari geometri.

Inutile dire che questa netta distinzione oggi non è più valida, specialmente con l’avvento di nuovi lavori nel settore della tecnologia e dell’informatica: oggi gli istituti tecnici sono considerati un ottimo percorso anche per chi vuole diventare un ingegnere o un architetto, ad esempio.

Tuttavia, i ragazzini italiani all’età di 14 anni si trovano ad affrontare una scelta molto difficile, che ostacolerà o faciliterà il loro futuro. Devono già sapere cosa vorranno fare “da grandi”!

Ma cosa cambia tra una scuola e l’altra?

Moltissimo.

Al liceo, si dà molto spazio alle materie umanistiche. Si studia la filosofia, il latino e in certi casi persino il greco. La lingua e la letteratura italiana hanno un peso maggiore che la matematica e la fisica.

In un istituto tecnico, succede il contrario. Gli studenti imparano a capire i meccanismi che regolano il mondo intorno al loro, piuttosto che quelli della mente.

Gli universitari italiani

Un altro aspetto che vorrei farti notare riguarda gli anni dell’università. Hai notato che, alla fine di tutto il percorso, noi italiani siamo più “vecchi” dei nostri colleghi stranieri?

Se tutto va bene, finiamo l’università all’età di 25 anni. Così ho fatto io, anche se molti miei amici hanno impiegato più tempo (è molto comune in Italia).

Ricordo ancora il mio primo giorno di lavoro in una start-up spagnola, quando ho stretto la mano a Julia (anzi, ci siamo scambiate subito un bacio, perché in Spagna si fa così) e ho scoperto che lei aveva appena finito l’università, proprio come me… ma aveva solo 23 anni.

Infine, vorrei dirti un’ultima curiosità. Lo sapevi che gli italiani, quando si laureano, indossano una corona di alloro? È un simbolo che testimonia il raggiungimento di un obiettivo importante, dopo tanta fatica. Per questo motivo, i laureati si fanno fotografare con la corona d’alloro in testa e, solitamente, la usano come fotografia per il loro curriculum o la caricano sul loro profilo LinkedIn, senza sapere che questo potrebbe apparire piuttosto divertente agli occhi di un’azienda non italiana 😉

Vocabolario


in sella = riding

migliaia = thousands

non ci entro = I don’t get in

liceo = high school

imponenti = massive

inconfondibile = unmistakable, unique

uno straniero = a foreigner

commovente = moving

ambito = much desired

la foggia = the shape

appartenenti a = belonging to

il corpo militare = army corps

riconoscibili = recognizable, recognisable

ridurre = to reduce

uguaglianza = equality

le macchie = spots

intercettare = to intercept, to tap

le perplessità = concerns, perplexities, doubts

il secondo ciclo di istruzione = “the second cycle of education”

vigeva (imperfetto)= to rule

la convinzione = the belief

netta = radical, strong, very clear

piuttosto che = rather than

stranieri (aggettivo) = foreigner, not local

si laureano > laurearsi = to graduate

una corona di alloro = laurel wreath, laurel crown

si fanno fotografare = they like to be photographed


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Le parole che cerchiamo

Quali sono state le parole italiane più cercate su Google nel 2020? Scopriamolo insieme!


Un gioco per gennaio

E siamo già a gennaio, ormai da un po’ a dire il vero. Devi sapere che per me gennaio è un mese piuttosto deprimente, perché, finito l’entusiasmo delle feste, mi rendo conto che non è accaduta nessuna magia. Le cose sono esattamente rimaste uguali al giorno prima e i buoni propositi per l’anno nuovo non si sono realizzati con la bacchetta magica.

Per distrarmi un po’, tra una montagna di cose da fare e l’altra, c’è sempre un momento in cui apro Google Trends. Se non sai cos’è, te lo spiego brevemente. Si tratta di uno strumento gratuito messo a disposizione da Google, che ci fa scoprire qual è stato il nostro comportamento sul web nel periodo precedente. Io lo trovo estremamente interessante perché mi permette di fare molti confronti culturali e siccome nel 2020 siamo stati indubbiamente tutti molto più online, non potevo che accorrere a controllare le statistiche sulle tendenze dell’anno appena passato.

Ti faccio subito qualche esempio (non vedevo l’ora!). Cosa ne dici se guardiamo cosa è successo in Italia?

parole italiane cercate su google nel 2020

Ebbene, gli Italiani nel 2020 si sono domandati “Perché votare sì al referedum?” e anche “Perché votare no al referendum?”. Si sono anche chiesti come mai Covid-19 si chiamasse “Coronavirus” e anche “Perché l’Australia brucia?”.

Tra queste domande, forse non sai che cos’è il referendum che ho citato prima. Si tratta di un importante momento in cui gli italiani hanno dovuto votare riguardo a una legge costituzionale: in settembre abbiamo dovuto approvare o respingere la legge che voleva ridurre (diminuire) il numero dei nostri parlamentari. Alla fine ha vinto il sì: ora i parlamentari italiani sono stati ridotti del 36,5%! Prima del referendum l’Italia era il Paese europeo con il numero più alto di parlamentari direttamente eletti dal popolo (erano 945), ora invece ne ha solo 600. Per fare un confronto, la Germania ne ha circa 700, la Gran Bretagna 650 e la Francia poco meno di 600.

Ma passiamo a temi più divertenti. Un’altra domanda che si sono posti gli italiani nel 2020 è “Perché le scope stanno in piedi?”. Devi sapere che questo è il risultato dei contenuti che “girano” sui social e che, come dicevo prima, hanno coinvolto molte più persone del solito. Vuoi sapere a cosa mi riferisco? Ti lascio un video. Era il 10 febbraio 2020, quando ancora non sapevamo che cosa ci avrebbe riservato il futuro e potevamo concentrarci sui misteri della vita 😉
(Scherzi a parte, questo fatto per me è molto significativo perché mette in luce un tema molto grave nella nostra società: quello delle cosiddette fake news, le notizie false.)

Tra le altre parole ricercate dagli italiani nel 2020, ci sono quelle che si riferiscono alle cose che vogliamo imparare a fare. Sembra che noi italiani siamo piuttosto tradizionalisti, infatti la prima parola è… Indovina? Sì, “pizza”! Nella lista ci sono anche “pane”, “cornetti”, “lievito madre” e “gnocchi di patate”. A me questo non stupisce affatto, e a te?

Quello che mi stupisce è che sembra che la maggior parte degli italiani abbia cercato di fare un pollaio nella propria casa! Questo sì che mi sorprende, dal momento che ero convita che noi italiani vivessimo specialmente in appartamenti. E invece, evidentemente, ci sono tantissime persone che vivono in ville di campagna o che si sono spostate nella loro seconda casa durante il lockdown.

Ecco, infatti, che tra le parole più ricercate per coltivare qualcosa in casa spuntano: pomodori, fragole, patate, zucchine e melanzane.

Lo so, in questo momento stai pensando: chissà quali parole sono state cercate nel mio Paese? Ti invito assolutamente a controllare, ma devo avvisarti di una cosa curiosa: le categorie di ricerca variano di Paese in Paese.

Vocabolario


ormai = by now

deprimente = depressing

i buoni propositi = good resolutions

la bacchetta magica = magic wand

uno strumento = a tool

messo a disposizione = put at the disposal

confronti = comparisons

accorrere = to rush

brucia > bruciare = burns

una legge = a law

le scope = the brooms

stanno in piedi > stare in piedi = they stand

hanno coinvolto > coinvolgere = engaged

significativo = significant

cosiddette = so called

Indovina = Guess

mi stupisce = mi sorprende = It surprises me

un pollaio = a chicken coop

si sono spostate = they moved

coltivare = to grow


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Finestre sul mondo e tradizioni italiane

Iniziamo il 2021 con uno sguardo (a look) fuori dalle nostre finestre e poi parliamo di tue tradizioni italiane di questo periodo…


Finestre sul mondo

Per Natale ho ricevuto un regalo interessante. Si tratta di un libro molto particolare, che mi ha regalato Michele. Lui fa lo psicologo e penso che sia molto bravo, infatti capisce davvero le persone.

Ha capito che una delle cose che mi è mancata di più nel 2020 è stata viaggiare, ma non semplicemente il viaggiare per turismo, bensì il viaggiare per vedere come vivono le persone nei loro Paesi, nelle loro città e nelle loro case.

L’autore del libro è il professore e architetto italiano Matteo Pericoli, che ha raccolto (e disegnato!) 50 vedute dalle finestre di 50 scrittori di tutto il mondo. Si tratta, appunto, di brevi racconti scritti da autori internazionali che hanno descritto quello che vedono fuori dalla finestra. Inutile dire che per me è quanto di più affascinante, intimo e rivelatore ci possa essere.

Infatti, mi sono resa conto che il paesaggio che ognuno di noi ha guardato tutte le mattine durante lo scorso lungo anno è stato tanto banale quanto sorprendente.

Mi sono anche chiesta quello che tu hai visto e quale storia si nasconde dietro la tua finestra sul mondo.

Per esempio, una mia studentessa mi ha raccontato che nel palazzo di fronte al suo, nel cuore della city di Londra, c’è una giovane donna che tutte le mattine si mette al lavoro all’alba e non smette fino a notte fonda. Chissà che cosa fa davanti a quei due enormi monitor tutti i giorni…

Vorresti sapere che cosa vedo io fuori dalla mia finestra italiana? Non molto, a dire il vero, dato che vivo in un quartiere periferico piuttosto tranquillo. Tuttavia, la mattina del 28 dicembre, la mia piccola porzione di Italia si è tinta di bianco e mi ha fatto sentire un po’ fortunata per quella veduta speciale.

Due tradizioni italiane

Ora che ti ho portato in Italia, voglio raccontarti due cose che noi italiani facciamo in questo periodo. La prima è il modo in cui festeggiamo il Capodanno.

Al di là dei festeggiamenti con botti, petardi e fuochi d’artificio (quando si poteva) e dei concerti dal vivo nelle piazze delle città italiane (di nuovo, quando si poteva) sulle tavole dei miei connazionali non smettono di comparire prelibatezze di ogni tipo.

Devo confessarti che è molto difficile parlarti di “cosa mangiano gli italiani a Capodanno”, perché – come spesso accade – le tradizioni variano di regione in regione e di città in città, perciò come sempre ti parlerò di quello che accade a me, che vivo a Piacenza, in Emilia Romagna.

Prima però, devo farti una premessa importante: difficilmente gli italiani mescolano pietanze di carne a piatti di pesce, ma preferiscono scegliere tra una cena di carne oppure una cena di pesce.

(Pensa che esiste un detto che dice: “non è né carne né pesce”, indicando qualcosa di indefinito in modo piuttosto dispregiativo proprio per questo motivo.)

Ad ogni modo, chi opta per una cena di pesce di solito inizia con un antipasto di capesante gratinate in forno e prosegue con del salmone cucinato in diversi modi.

Chi invece rimane sulla carne, come ho fatto io, non può evitare di preparare il classico zampone (oppure il cotechino o la mariola o il salame cotto o lo stinco… Ed è meglio se mi fermo qui se no ti faccio confusione) accompagnato da purè di patate e da lenticchie in umido. Per concludere, immancabili sono il panettone o il pandoro con la crema al mascarpone e poi l’ananas e l’uva (che si dice che “porti soldi”).

Penserai forse che, con tutto questo “ben di Dio”, il Capodanno sia la conclusione del periodo di festa. E invece no!

In Italia manca ancora l’ultimo giorno: “L’Epifania, che tutte le feste porta via”. Il 6 gennaio, infatti, è tradizione attendere l’arrivo della Befana, una strega che porta i dolciumi ai bambini buoni e il carbone a quelli cattivi.

Questa giornata è solitamente un po’ malinconica per tutti: il 7 gennaio ricomincia la scuola per i più piccoli e il lavoro per i grandi. Forse, però, quest’anno tutti saranno un po’ più felici di ricominciare le loro vite con una rinnovata speranza nel domani.

Vocabolario


si tratta di = It’s about, It is…

davvero = truly, really

mi è mancata = I missed

ha raccolto = I collected

le vedute = the views

brevi racconti = short stories

Inutile dire che = It goes without saying that

il paesaggio = the landscape

tanto banale quanto sorprendente = as ordinary as it was extraordinary

si nasconde = hides behind

nel palazzo di fronte al suo = in the building opposite hers

l’alba = the sunrise

notte fonda = deep night

un quartiere periferico = a suburban district

si è tinta di bianco = it turned white

voglio raccontarti = I wanna tell you

il Capodanno = New Years’ Eve

non smettono di comparire prelibatezze di ogni tipo = delicacies of all kinds never stop appearing

come spesso accade = as always happens

quello che accade = what happens

una premessa = premise

mescolano = they mix

evitare = to avoid

ti faccio confusione = You got confused (by me)


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Chi è Santa Lucia per i bambini italiani

Che cosa ti ha portato Santa Lucia?
Se questa domanda è un po’ strana per te, continua a leggere… Perché sto per raccontarti una storia un po’ vera e un po’ magica, come promesso.


Il 13 dicembre

La sera del 12 dicembre, io e mio fratello andavamo a letto presto. Prima di metterci il pigiama e lavarci i denti, preparavamo un piattino con qualche biscotto e un frutto per Santa Lucia (non conoscevamo bene i suoi gusti) e una carota per il suo asinello. Poi, ci infilavamo sotto le coperte e stavamo attenti a tenere gli occhi ben chiusi fino al mattino. Sapevamo che Santa Lucia è cieca, perché non ha gli occhi! Per questo è anche molto riservata e se i bambini la guardano in faccia lei scappa via e non torna mai più.

Da quando ho memoria, ogni mattina del 13 dicembre mi sono sempre svegliata molto presto e non importava se fuori stesse piovendo o ci fosse il sole… L’unica cosa importante era vedere se Santa Lucia fosse “passata”.

Alla fine, “passava” sempre. Tra tutte le case dove dormivano i bambini in attesa dei regali, lei ha sempre trovato il tempo di passare anche per casa nostra! E così, non appena la luce del giorno filtrava dalla finestra, mi precipitavo in sala a vedere uno degli spettacoli più grandiosi di tutta la mia vita: sotto l’albero di Natale, lampeggiante di lucine colorate, erano comparsi moltissimi pacchetti! Prima di aprirli, correvo in camera di Matteo per svegliarlo. “Teo, vieni a vedere! É passata Santa Lucia!”. Lui, piccolino com’era, faceva fatica a capire esattamente di cosa stessi parlando, ma mi seguiva ugualmente, attirato dall’entusiasmo di quel giorno speciale.

Quel giorno, a scuola, le maestre ci concedevano di portare con noi un regalo per mostrarlo ai nostri compagni. “Cosa ti ha portato Santa Lucia?” era la domanda che echeggiava nei corridoi e nelle aule dell’edificio per tutto quel magico giorno.

La vera storia di Santa Lucia

Lucia era una ragazza ricca che è vissuta dal 283 al 304 d.C. a Siracusa (Sicilia). Nonostante fosse promessa sposa a un giovane nobile dell’epoca, ha deciso di dedicare la sua vita ai poveri. Quando aveva solo 21 anni è stata uccisa in modo brutale durante la persecuzione dei cristiani voluta dall’imperatore Diocleziano: le hanno cavato gli occhi e per questo è considerata una martire e una santa. Santa Lucia è ricordata dalla Chiesa cattolica e ortodossa il 13 dicembre ed è anche considerata la protettrice della vista. Il nome Lucia deriva dal latino lux, che significa luce.

La Sicilia non è l’unico luogo dove la tradizione di Santa Lucia è rimasta viva: questo accade anche in un quartiere di Napoli (in Campania), all’Aquila (Abruzzo) e a Siena (Toscana).

Inoltre, molti bambini del Nord Italia aspettano l’arrivo di Santa Lucia nella notte tra il 12 e il 13 dicembre: in Trentino, nel Friuli (provincia di Udine), in Lombardia (province di Bergamo, Brescia, Cremona, Lodi, Mantova, Pavia e Sondrio), in parte del Veneto (province di Verona e Vicenza) e in Emilia (province di Parma, Reggio Emilia, Modena e Piacenza – dove vivo io).

Il dilemma dei regali

In sella all’asinello, Santa Lucia porta i regali a tantissimi bambini italiani, durante la notte. E’ una gran fatica, ma perlomeno non ha il problema di COSA regalare: infatti, lei riceve una lettera con i desideri di ogni bambino, proprio come Babbo Natale.

Per me, invece, il dilemma dei regali sta diventando sempre più grande: cosa regalo ad amici e parenti per Natale? Ogni anno mi faccio la stessa domanda, ma in questo 2020 tutto è diventato più complicato.

Infatti, di solito mi piace regalare “esperienze” come biglietti per concerti o per viaggi. Come sai, la pandemia ha fermato tutti gli eventi e ha bloccato tutte le mie idee… Tranne una.

Ho deciso di creare un nuovo regalo per tutti quelli che, come me, sono rimasti senza idee. Si tratta di un regalo virtuale, che può diventare reale in qualsiasi momento: un pacchetto di 3 lezioni di italiano online, con me.

Vocabolario


piattino = small dish
gusti = taste
asinello = little donkey
riservata = discreet
scappa via = runs away
passare = to come by / to stop at
non appena = as soon as
precipitarsi = to rush into
sala = living room
spettacoli = shows
lampeggiante di lucine = with blinking Christmas lights
erano comparsi = appeared
camera = bedroom
piccolino = very small (a child)
faceva fatica = he was not completely able to
ugualmente = anyway
attirato da = attracted by
ci concedevano di = they allowed us to
mostrarlo = to show it
echeggiava = to be echoing
aule = classrooms


promessa sposa = betrothed
poveri = poor people
è stata uccisa = she was killed
voluta da = wanted by
cavare gli occhi = to rip the eyes
accade = It happens
l’arrivo = the arrival


In sella = Riding
fatica = effort
perlomeno = at least
regalare = to donate
ha fermato = stopped
ha bloccato = blocked


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Una storia d’amore (e di imprevisti)

Today I’ll show you what we use to eat for Christmas in Piacenza, my hometown. This year, as probably many of you experienced, we came through some unexpected events (imprevisti)…


Un piatto di anolini

(see the audio-cover above) Se ti stai chiedendo se ho cucinato io questo piatto, la risposta è no.
E se ti stai chiedendo che cos’è, la risposta è un piatto di anolini, il cibo che tutti i piacentini (gli abitanti di Piacenza) mangiano per Natale.
Si tratta di pasta fatta in casa e ripiena di stracotto, servita in un brodo casalingo gustosissimo e, per chi vuole, il piatto viene arricchito da una spolverata di formaggio (Grana Padano).
Solo i “veri piacentini”, quando hanno finito di mangiare l’ultimo anolino ma nel piatto è rimasto un po’ di brodo, fanno una cosa davvero fanatica: il “sorbì”.
Significa versare un po’ di vino rosso (tendenzialmente Gutturnio) dal bicchiere al piatto, per poi bere il mix rosaceo di brodo e vino con grande soddisfazione.
Ogni famiglia, a Piacenza, segue certe abitudini natalizie, che solitamente variano solo in termini di tempo.
Nella mia famiglia, ad esempio, gli anolini si fanno il primo fine settimana di dicembre (e poi si congelano, fino a Natale) e l’albero (di Natale) si fa il giorno dell’Immacolata (l’8 dicembre – che in Italia è un giorno festivo) così è pronto per accogliere Santa Lucia il 13 dicembre (se non sai cos’è la festa di Santa Lucia, pazienta un attimo, te lo spiego tra poco).
Ora che ho fatto tutte queste premesse, posso dirti che quest’anno ho già infranto due regole tra quelle seguite ossessivamente dalla mia famiglia ogni anno.
A causa di un imprevisto, questa mattina non ho potuto andare a casa dei miei genitori per preparare gli anolini insieme a mia madre e quindi ho utilizzato il tempo guadagnato per fare l’albero di Natale insieme a Massimo. Ora te lo mostro, ma non ridere per favore. Lo so che è piccolo e umile, però è vero! Il nostro primo albero vero.

Questo semplice episodio è solo l’ennesimo esempio di una serie di imprevisti che quest’anno, ne sono certa, hanno travolto tutti noi.
La pandemia (sempre lei!) ci ha fatto annullare viaggi, rinunciare a incontri, costretto a festeggiare i compleanni in casa (non importa se fosse il nostro trentesimo, cinquantesimo o settantesimo compleanno) e ci ha costretti a fare i conti con l’incertezza causata dagli imprevisti.

Una storia d’amore e d’imprevisti

A dire il vero, gli imprevisti sono parte della vita di tutti noi, ma non sono sempre così frequenti. Nella mia, hanno iniziato a esserlo a partire dal 2015, quando un bel giorno Massimo mi ha detto “vieni a Barcellona con me?”. Lui doveva fare un periodo di sei mesi all’estero durante il suo PhD (in Italia si chiama “Dottorato”) e io avevo da poco terminato il mio secondo internship in aziende italiane che non mi avevano dato grandi prospettive di carriera.
E così, siamo partiti per un’avventura non prevista in Spagna che è durata inaspettatamente dieci mesi, finché non ci siamo trovati davanti a un altro imprevisto… Massimo aveva trovato lavoro negli Stati Uniti!
Questa grande notizia per lui, per me si è rivelata una complicazione: va bene la Spagna, ma come avrei potuto raggiungerlo a San Francisco?
Le alternative per me erano due: o sarei rimasta a vivere da sola a Barcellona, in Spagna, con il mio nuovo lavoro e i miei nuovi amici, o sarei ritornata a Piacenza, in Italia, con i miei genitori e i miei vecchi amici.

Indovina che cosa ho scelto?
Ebbene, sì. Ho scelto la seconda opzione ed è così che la mia emozionante vita in salita ha iniziato il suo declino.
Mi sono ritrovata senza lavoro, senza autonomia e persino senza amici, dal momento che – giustamente – le loro vite erano andate avanti senza di me.

Che cosa mi era successo?
La verità è che non ero stata in grado di gestire un imprevisto.

In quei giorni bui, privi di una direzione, ho preso un treno per Bologna.
Bologna è la città principale della regione in cui vivo, l’Emilia Romagna, ma io non l’avevo mai visitata.
Non appena arrivata in stazione, mi sono ritrovata in una città accogliente, tranquilla e molto viva.
I colori caldi delle case, la bellezza architettonica degli archi, la gentilezza dei gestori di bar e ristoranti e l’allegro brusio degli studenti universitari mi hanno ridato speranza: la speranza che potessi ancora trovare il mio posto nel mondo.

Ora che ne è passata di acqua sotto i ponti, non so dirti quante volte sono ritornata a Bologna, sempre con persone speciali. Ero persino riuscita a convincere Massimo a trasferirci definitivamente lì, nel luogo che mi aveva salvata da un periodo difficile.
Ma la pandemia mi ha di nuovo rotto le uova nel paniere: un altro imprevisto.

Non fa niente, perché gli imprevisti, alla fine, sono piuttosto interessanti.

Ps. Lo so che devo ancora spiegarti la storia di Santa Lucia. Facciamo così: te la racconto direttamente il 13 dicembre… Tu devi solo ricordarti di controllare la mail.

Vocabolario 1


ripiena di stracotto = filled with stewed meat
gustosissimo = very tasty
viene arricchito da = is enriched with
una spolverata = a sprinkling
fanatica = fancy
tendenzialmente = mostly
si congelano = you freeze them
pazienta un attimo = please wait
le premesse = introduction
ho infranto = I broke
un imprevisto = the unexpected
guadagnato = gained, saved
ennesimo = umpteenth
annullare = to cancel

Vocabolario 2


estero = abroad
avevo terminato = I had ended
le prospettive = the outlook
raggiungerlo = to reach him
da sola = on m,y own
Ebbene = Well…
persino = even
dal momento che = because
giustamente = reasonably
Che cosa mi era successo? = What happened to me?
non ero stata in grado di = I was’t able to
gestire = to manage
bui = dark
privi di = without, with no
principale = main
mi sono ritrovata = I found myself
i gestori = the owners
l’allegro brusio = the happy chatter
ne è passata di acqua sotto i ponti = Now It’s been a while since that time
trasferirci = to move
rompere le uova nel paniere = literally “to break the eggs in the basket”, it means “to ruin a plan”
Non fa niente = It’s ok


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Hai mai fatto una figuraccia?

Do you know what “fare una figuraccia” means in Italian? I’m telling you just now, with some personal examples…


Una figuraccia in Italia

Oggi voglio raccontarti un fatto imbarazzante che mi è successo qualche anno fa. Beh, uno dei tanti, a dire il vero… Ma preferisco limitarmi a questo per ora.

Devi sapere che il mio primo lavoro è stato in un’azienda piuttosto famosa in Italia. Ho iniziato a lavorare per questa compagnia televisiva nazionale quando ancora facevo l’Università. Avevo solo 23 anni e non avevo mai pranzato in mensa insieme a dei colleghi di lavoro… Fino al mio primo giorno di tirocinio.

Quel giorno avevo scelto il pranzo piuttosto frettolosamente. Ero così nervosa per tutte le novità che stavo vivendo, che mi ero limitata a scegliere cibi semplici come pasta al pomodoro e – invece della frutta che è difficile da sbucciare – avevo optato per uno yogurt.

Finalmente, durante il pranzo, iniziavo a rilassarmi: ascoltavo i miei colleghi che raccontavano alcune divertenti vicende familiari e sorridevo sinceramente.

In quel momento aprii il vasetto di yogurt e, senza pensarci, leccai lo strato che rimane sempre attaccato alla pellicola protettiva, così come ero solita fare a casa mia. I miei genitori mi hanno insegnato, infatti, a non sprecare il cibo. Mai.

Per un momento tutto si fermò. La mia capa, seduta di fronte a me, sgranò gli occhi e per un tempo che a me sembrò interminabile smise di parlare. Io non capii subito cosa avesse suscitato quella reazione sconvolta, ma poi mi resi conto che forse tirare fuori la lingua “come un animale” durante un pranzo di lavoro in cui tutti vestivano piuttosto eleganti non fosse stata una mossa molto strategica per farmi accettare nell’ambiente.

Figuracce, brutte figure e figure di…

Avevo appena fatto una “figuraccia”, cioè mi ero resa ridicola agli occhi di un gruppo, perché non ne conoscevo ancora i codici. Sì, i codici, perché in tutti i gruppi esistono delle regole più o meno esplicite e, se non le conosci o se non le rispetti, i rischi sono di non essere accettato o accettata oppure di fare una “brutta figura”.

Se vogliamo usare un “francesismo” di dice… fare una figura di merda!

Gruppi culturali

Quando viaggiamo, il rischio di fare figuracce aumenta moltissimo proprio perché possiamo non conoscere i codici impliciti in un’altra cultura.

Ti faccio un esempio. Come forse saprai, ho vissuto per quasi un anno in Spagna, dove le persone si salutano sempre con due baci sulle guance. Per me all’inizio era un po’ strano: ero abituata a stringere la mano agli sconosciuti nel momento delle presentazioni… Darsi un bacio era un po’ troppo anche per noi italiani.

Gli spagnoli invece considerano la stretta di mano fin troppo fredda e formale, così alla fine mi sono abituata alle loro calorose consuetudini.

Ma c’è un problema. L’ordine dei baci è esattamente l’opposto di quello italiano. Non chiedermi se è prima destra e poi sinistra o viceversa…Non lo so. É qualcosa di talmente radicato nella cultura che viene naturale e non si riesce proprio a cambiare. In quella confusione di baci non so dirti quante volte ho centrato la bocca di sconosciuti e sconosciute senza volerlo.

Anche la lingua, intendo il linguaggio, può essere fonte di figuracce o perlomeno di episodi buffi.

L’altro giorno me ne è capitato uno: stavo facendo lezione con Olivia, una mia studentessa dagli Stati Uniti e, non so come, siamo finite a parlare delle convenzioni legate al matrimonio. A un certo punto lei mi ha detto: “Se si vuole sposare, l’uomo deve sempre regalare un agnello alla donna”.

Ti giuro che avevo le lacrime agli occhi dal ridere! E quando ha capito il suo errore… Anche Olivia 😉

E tu hai capito cosa è successo? Ti lascio la soluzione nel vocabolario qui sotto 👇🏻

PS. Voglio ringraziare Philippa per avermi dato l’idea di scrivere questa lettera sul tema delle figuracce.

Vocabolario


pranzare = to have lunch
la mensa = the canteen
il tirocinio = the stage, the internship
frettolosamente = hastily
sbucciare = to peel
la vicenda, le vicende = the fact(s), storie(s)
leccai (passato remoto) > leccare = to lick
la pellicola = the protective film (aluminium)
ero solita fare = I used to do
non sprecare = not to waste
sgranare gli occhi = eyes widening
smise (passato remoto) > smettere = to stop (to do something)
suscitare = to arouse
una reazione sconvolta = a shocking reaction
una mossa = a move


una figuraccia = una brutta figura = una figura di merda = a bad impression (literally “shity”, make a show of themselves
agli occhi = “to the eyes” (towards someone)


aumentare= to increase
le guance = cheeks
stringere la mano = to shake hands
le consuetudini = customs, habits
calorosa, calorose = warmy
centrare = to center, to hit
perlomeno = at least
buffo, buffi = funny
le convenzioni = conventions, agreements
legato a = linked to, related to


UN AGNELLO= A LAMB
(UN ANELLO= A RING)

avere le lacrime agli occhi = to cry
(dal ridere = because of fun)


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Le canzoni che (ci) fanno bene

The story of a new pandemic habit and powerful songs…


Le canzoni che (ci) fanno bene

Da quando è cominciata la seconda ondata e le limitazioni impediscono di viaggiare, ho iniziato una nuova abitudine. Tutte le domeniche mattina faccio una passeggiata nei campi dietro casa, con la nebbia o con il sole. Mi ritrovo insieme a un gruppetto di amici e familiari (piccolo, giuro) davanti al cosiddetto “baracchino del latte” (si tratta di un distributore automatico di prodotti caseari freschi, venduti direttamente dal produttore al consumatore).

Stamattina eravamo in cinque: io, Massimo, mio padre e due amiche. L’obiettivo comune è quello di fare attività fisica, ma in realtà ci riuniamo anche perché è bello stare un po’ in compagnia in questo periodo di isolamento forzato. Approfittiamo di un’oretta insieme per aggiornarci su come stanno andando le nostre vite e per scambiarci qualche consiglio, idea o anche solo un pensiero positivo.

Mentre Massimo, Martina e Sabrina chiacchieravano, io ho raccontato a mio padre una decisione difficile che ho preso riguardo al mio lavoro. La prima cosa che lui mi ha detto, dopo avermi ascoltata, è “io mi dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati”.

Quella frase mi è sembrata perfetta, anche se a te probabilmente non dice niente. Si tratta infatti della citazione di una canzone italiana cantata da Fabrizio De André, in cui il cantante racconta della fine di una relazione amorosa. Non ti racconterò i dettagli della fine della relazione lavorativa tra me e una certa azienda, ma posso assicurarti che è andata esattamente così.

Questo episodio mi riporta al tema di oggi: le canzoni. In particolare vorrei parlarti del potere che hanno le canzoni, anche se forse non ci pensiamo spesso. Io non sono certo un’esperta di musica, ma la musica mi piace molto. Mi piacciono soprattutto le canzoni italiane, quelle che sono come delle poesie cantate, perché il testo è scritto dallo stesso cantante. In italiano si chiamano cantautori. I miei cantautori italiani preferiti sono Fabrizio De André, Lucio Dalla, Franco Battiato, Max Gazzè, Cesare Cremonini, Antonello Venditti, Davide Van De Sfroos… Solo per citarne alcuni.

Ascoltare le loro canzoni, è come viaggiare in Italia. Con Lucio Dalla e Cesare Cremonini mi ritrovo subito a Bologna, la mia città italiana preferita. Con De André eccomi nei caruggi di Genova e con Venditti sono subito a Roma, sotto le stelle di una notte d’estate. E poi, mentre Davide Van de Sfroos canta di barche che navigano sul Lago di Como, mi sembra di essere lì.

Ma le canzoni mi aiutano anche a superare momenti difficili e a darmi la forza per prendere decisioni importanti. Nelle scorse settimane, mentre riflettevo su come risolvere un problema, ho ascoltato tutto il nuovo album di Bruce Springsteen (si chiama Letters to you), anche se non capivo proprio tutte le parole dei suoi testi. Non fa niente, la musica del Boss e della E-Street Band ha comunque sostenuto i miei pensieri.

Quando poi la decisione è stata presa, ho lasciato che fosse una canzone a dirmi “hai fatto bene”. Perché qualche volta, abbiamo bisogno di una voce nelle orecchie che continui a cantare finché non siamo noi a dirle: basta, va bene così. Ci risentiamo tra un po’.
PS. Dato che parliamo di canzoni, oggi te ne consiglio quattro, tutte italiane. Le trovi nella playlist di Spotify che ho creato per te. Oppure su YouTube:

1. Anna e Marco – Lucio Dalla
2. E ti vengo a cercare – Franco Battiato
3. Il Pescatore – Fabrizio De André
4. Lo Sciamano – Davide Van De Sfroos

Vocabolario


fare bene = “to make good” = to make feel good

farci bene = fare bene a noi = make us feel good

impediscono = they prevent
nei campi = in the fields
giuro = I swear, I assure
prodotti caseari freschi = fresh dairy products
dal produttore al consumatore = from farm to fork
Approfittiamo di = we take advantage / we make use of
un’oretta = above one hour
aggiornarci = to update / to catch up us
prendere una decisione = make a decision
a te non dice niente = it means nothing to you
una citazione = a quote
è andata così = it ended up like so
mi riporta = it brings me to
le canzoni = songs
stesso = himself
i cantautori = the song writers
caruggi = narrow streets, typical in the town of Genoa
riflettevo = I was thinking
proprio = exactly
finché = until
Dato che = As, Because


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I vestiti che indossiamo

Oggi voglio parlarti di un tema leggero, perché penso che in questo periodo ne abbiamo proprio bisogno… Di leggerezza. Parliamo quindi di vestiti!


I vestiti che indossiamo

Parliamo quindi di vestiti. Con questa parola, vestiti, in italiano si intende in generale la categoria “abbigliamento”. Un vestito non è solo quello lungo o corto che indossiamo noi donne quando vogliamo essere eleganti, ma può anche essere quello maschile, composto dalla giacca con i bottoni, dai pantaloni con la piega, dalla camicia e dalla cravatta. E non finisce qui. Nei vestiti ci stanno anche magliette, maglioni, tute, canottiere estive e impermeabili autunnali.

Gli italiani, si sa, sono famosi per i loro vestiti di qualità e sono famosi per il loro gusto. Insomma, per la moda italiana. Io ho sempre pensato di essere un’italiana anomala, perché a me non è mai fregato molto della moda.

Un giorno sono andata all’estero per un periodo abbastanza lungo e mi sono confrontata con ragazzi provenienti da culture diverse dalla mia. Alcuni di loro sceglievano cosa indossare semplicemente per una ragione pratica: volevano stare comodi e al caldo dato che era inverno, punto. Altri, si sforzavano di apparire classy oppure cool, ma secondo me facevano alcuni errori molto stupidi.

Ad esempio, tutti i bambini italiani imparano – volente o nolente – che non si accostano colori simili tra loro (come il rosa e il rosso) e che non si mettono vicini ad esempio il verde scuro e il verde chiaro (a meno che non si tratti di diverse tonalità dello stesso colore, che in questo caso si chiama “effetto tono-su-tono”). Oppure altre semplici regole sono “mai abbinare due fantasie diverse” o “mai superare il numero di 2 (massimo 3) colori nello stesso outfit”.

Senza che me ne fossi mai accorta, insomma, davo in realtà una certa importanza all’abbigliamento, soprattutto nel soppesare le nuove persone che conoscevo:

  • “Con quel maglione Elise avrà freddo, si vede che non è di buona fattura…”
  • “Ramzi dovrebbe proprio pulire le scarpe dal fango prima di uscire…”

Erano alcuni pensieri che mi passavano per la testa.

A proposito di scarpe, una mattina mi stavo preparando per andare a scuola e – prima di uscire dall’ostello – ho lucidato gli stivaletti di pelle che mi aveva comprato mia madre a Venezia.

This is so Italian.” mi ha detto la mia amica franco-tedesca Elise, molto molto divertita.

A me e a Elise piaceva molto passare i pomeriggi liberi nel quartiere ebraico di Cracovia, facendo shopping nei negozi di seconda mano. Io ne ero affascinata perché in Italia non avevo mai visto così tanti Second Hand Shops e pure con vestiti interessanti.

Un giorno, mentre curiosavo tra le grucce dove erano appesi vari capi di abbigliamento, Elise si è avvicinata e mi ha mostrato una maglietta che aveva appena scovato.

This is (so) you.” Mi ha detto. “This is yours“. E poi me l’ha regalata.

E tu? Dai importanza ai vestiti che indossiamo?

PS. Vorrei mostrarti la maglietta che mi ha regalato Elise, ma purtroppo l’ho messa in lavatrice (l’ho indossata questa settimana, in un giorno in cui ne avevo bisogno). Però se vuoi puoi vedere sul mio profilo Instagram la mia “maglietta della felicità”, quella che mi metto quando voglio far sapere al mondo che io la penso così. Si tratta di una maglietta con una scritta in inglese, che ho tradotto in italiano per te:

Le grandi cose hanno, spesso, piccoli inizi.

Vocabolario


i vestiti = the clothes
si intende = we mean
la piega = the fold
la cravatta = the tie
non finisce qui = this is not over
ci stanno = there are
la tuta, le tute = sweatshirt + sweatpants
la canottiera, le canottiere = the vest, the vests
di qualità = quality (adjective)
il gusto = the taste
anomala = unusual
non me ne frega (molto/niente) = I don’t care about
estero = abroad
al caldo = warm
punto = that’s all.
volente o nolente = like it or not
accostare = mettere vicino = abbinare = to match/to combine
fantasia = texture
accorgersi = to realize
soppesare = to ponder, to weigh up
di buona fattura = good quality
A proposito di = Speaking of
lucidare = to polish
fare shopping = to go buying clothes
la gruccia, le grucce = the hanger, the hangers
appendere = to hang
scovare = scoprire = to discover


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I lavori che gli italiani non vogliono fare

There are many old and new jobs that Italians don’t want to do. In this episode I tell you what I see every day around me, while living in a small city in the North of Italy. In the end, there are little but hopeful news about the riders…


Operai e fattorini (non) italiani

Sadik e Onyeka sono due ragazzi africani che vivono in Italia da alcuni anni. Li ho conosciuti poche settimane fa, quando ho iniziato a insegnare loro italiano nell’azienda in cui lavorano come operai.

Fanno un lavoro molto duro e, mentre io sistemo le sedie di plastica e accendo la stufetta, loro mi raggiungono nell’aula improvvisata sul soppalco di un capannone dell’azienda. Per due ore, con ancora addosso le tute da lavoro sporche di grasso, i due giovani smettono di fare fatica fisica e cominciano quella mentale, perché per loro scrivere una parola in una lingua straniera come l’italiano è come scalare una montagna. Nessuno ha mai insegnato loro come si fa, a scrivere.

L’altro giorno ho fatto loro la domanda più stupida che potessi fare.

  • Preferite studiare o lavorare?
    La risposta che mi ha dato Sadik mi ha spiazzata.
  • Io piace lavorare perché mandare soldi famiglia. No tempo studiare.
    Ma, inaspettatamente per me, non si è fermato lì. Ha proseguito.
  • Studiare bello perché se studiare lavoro in banca e in banca caldo. Qui freddo e sempre lavorare. Con pioggia, vento, sempre.

Quando prendo la macchina per ritornare a casa, al caldo della mia casa dove svolgo il resto del mio lavoro, noto tanti volti scuri, sotto la mascherina. Perché negli ultimi anni, in Italia, l’operaio è sempre più un lavoro da immigrati.

Un’altra nuova categoria di lavoratori che prima non esisteva è quella dei cosiddetti “riders” o, per dirlo in italiano, i fattorini contemporanei: quelli che, specialmente durante la pandemia, ci consegnano il cibo a casa a bordo delle loro biciclette o dei loro monopattini elettrici. Anche in questo caso, ho notato che ci sono ben pochi italiani a svolgere tale lavoro. Fa eccezione solo qualche studente universitario che vuole “arrotondare” la paghetta dei genitori prima di iniziare una carriera dopo la laurea.

Dopo aver letto diverse notizie riguardo alle numerose proteste che hanno animato le piazze italiane in questi ultimi mesi (puoi immaginare che, oltre a essere un lavoro faticoso, quello dei riders è anche un lavoro molto rischioso quando Covid-19 è ancora in circolo), beh… Mi sono informata.

Ho quindi scoperto che chi lavora per le multinazionali delle consegne a domicilio come JustEat, Uber Eats, Deliveroo, Glovo eccetera… viene pagato “a cottimo”. Questo significa che non riceve uno stipendio fisso mensile, ma un pagamento in base al numero di consegne effettuate.

Ma prenotare le consegne con è così semplice per loro: bisogna fare una gara di velocità contro gli altri riders e bisogna contemporaneamente tenere alta la qualità del servizio per cercare di guadagnarsi una valutazione positiva da parte dei clienti: insomma, più stelline = più lavoro in futuro.

Cosa ordinano gli italiani a domicilio?

Lo so che stai pensando che noi italiani amiamo cucinare in casa, fare la pasta ripiena, la pizza e tutti quegli altri fantastici piatti che si vedono nei video di YouTube. Beh, questo è vero, ma è vero anche che possiamo essere molto pigri, specialmente la sera, dopo una lunga giornata di lavoro.

Ecco allora che ci viene voglia di “giappo” e ordiniamo del sushi nel nostro ristorante giapponese preferito (il fatto che in realtà sia cinese, poco importa); oppure, nel fine settimana, ordiniamo la tipica pizza italiana rotonda e sottile, quella che in casa non riusciamo proprio a fare.

Pensa che ho delle amiche che ordinano persino una piadina, qualche volta. Non sai che cos’è una piadina? Ti metto qui una foto, così puoi capire anche tu che non è niente di particolarmente difficile da cucinare (PS. Questo in realtà è un “crescione”, ma l’impasto è lo stesso).

Questa tendenza a ordinare cibo da casa è stata amplificata dalla pandemia, come ho già detto. Succede allora che molti ristoranti italiani propongano interi menù da gustare direttamente a casa, completi di vino, dolce e persino di un cocktail come aperitivo.

Io non lo so come funziona nel tuo Paese, ma posso darti una buona notizia che viene dall’Italia: JustEat Italia ha annunciato che a partire dal 2021 metterà a contratto tutti i suoi riders che, oltre ad avere tutti i diritti dei lavoratori subordinati, finalmente verranno pagati a ora.

Ps. Da oggi anche qui in Emilia Romagna siamo diventati “zona arancione”. Questo significa che tutti i ristoranti sono chiusi. Speriamo che le consegne a domicilio aiutino a sostenere le attività commerciali di baristi, camerieri e ristoratori, in un modo sempre più GIUSTO.

Vocabolario


insegnare = to teach

azienda = company

operai = workers

io sistemo = I put in order

la stufetta = the small stove

mi raggiungono = they come after me

improvvisata = improvised

soppalco = mezzanine

un capannone = a warehouse

addosso = on the body

smettono di = they stop to

la macchina = the car

la mascherina = the face mask

i fattorini = riders

monopattini elettrici = electric schooters

svolgere = to do

“arrotondare” = to round up

la paghetta = pocket money

consegne a domicilio = deliveries

uno stipendio = a salary

una gara = a competition

pigri = lazy

da gustare = to taste

GIUSTO = RIGHT


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