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Una sola intelligenza? Meglio nove!

Today’s topic is intelligence. Well, no. Actually we’ll talk about many intelligences. In fact, there’s an American psychologist and professor who is famous for his theory of multiple intelligences. He thinks we can’t say that a person is more or less intelligent, but we can talk about the kind of intelligence that is more or less developed in a certain person. What does this have to do with our main topic? I mean, Italian language, Italians, Italy… Well, you’ll find out that this has a lot to do with you learning Italian 😉

Cosa significa essere intelligenti?

“Non esistono bambini stupidi, esistono bambini che non si applicano.”*

*“There are not stupid children, there are only not committed ones”.

Questa frase, nelle scuole italiane, veniva ripetuta spesso dalle mie maestre. La dicevano per incoraggiare noi bambini a studiare di più, quando prendevamo un brutto voto in una verifica. Ma la dicevano anche per incentivare i nostri genitori a farci studiare di più, a seguirci meglio con i nostri compiti a casa.

In apparenza quella può sembrare una frase positiva, ma in realtà nasconde una certa negatività. Un senso di colpa sbilanciato completamente verso lo studente: è lo studente ad avere tutta la responsabilità per i suoi successi… E per i suoi fallimenti.

Quella frase non tiene conto di un altro personaggio importante (importantissimo!) nella storia: l’insegnante.

La teoria delle intelligenze multiple

Quando studiavo per diventare insegnante di italiano per stranieri, mi sono imbattuta in una teoria che mi è piaciuta al primo colpo e che non vedevo l’ora di condividere con te.

Si tratta della “Teoria delle intelligenze multiple” di Howard Gardner, uno psicologo e docente statunitense nato nel 1943 e famoso per aver stravolto il modo di concepire l’intelligenza. Secondo Gardner, non ha senso parlare di Q.I., cioè di Quoziente Intellettivo o di Quoziente d’Intelligenza perché questa misura non tiene conto delle differenze.

Invece, ciascuno di noi è diverso e questa diversità è data dalla combinazione di diversi tipi di intelligenza che convivono nella stessa persona. Ogni persona può avere una certa intelligenza più sviluppata rispetto alle altre: questa “dominanza” di un tipo di intelligenza può essere causata da molti motivi, come la personalità, l’ambiente, la famiglia, la cultura…

Le sette (o nove) intelligenze di Gardner

Le intelligenze multiple studiate da Gardner sono sette, a cui poi se ne aggiungono altre due:

  1. L’intelligenza linguistica
  2. L’intelligenza logico-matematica
  3. L’intelligenza spaziale
  4. L’intelligenza corporeo-cinestesica
  5. L’intelligenza musicale
  6. L’intelligenza intrapersonale
  7. L’intelligenza extrapersonale
  8. L’intelligenza naturalistica
  9. L’intelligenza esistenziale

Ok, ora proviamo a spiegarle una per una. Pronti? Via!

L’intelligenza linguistica è la capacità di cogliere sfumature di significato e di scegliere le parole più opportune per esprimere un concetto. Anche se tu stai imparando l’italiano a livello principiante, puoi manifestare questa intelligenza. Ad esempio, quando cerchi una parola nel vocabolario e non ti accontenti di quelle che già conosci.

L’intelligenza logico-matematica è la capacità di schematizzare in modo logico quello che succede attorno a te. Si tratta della capacità di dedurre dei concetti semplici a partire da problemi complessi e di fare delle inferenze. Per esempio, proprio in questo momento stai leggendo o ascoltando un testo in una lingua straniera e sono sicura che non stai capendo tutte le parole, ma riesci a dedurre il senso generale aiutandoti con alcuni indizi e con il contesto.

L’intelligenza spaziale è quella che ti permette di disegnare. Sì, perché si tratta della capacità di riconoscere gli oggetti in base alla loro forma e quindi anche di riprodurli. Chi ha intelligenza spaziale, ha anche una grande sensibilità ai dettagli; inoltre, queste persone riescono molto bene a memorizzare le parole nuove attraverso le immagini. Guardare un film in italiano o leggere un fumetto in italiano è l’ideale per le persone che hanno l’intelligenza spaziale molto sviluppata (e vogliono imparare italiano, ovviamente!).

Chi possiede l’intelligenza corporeo-cinestesica ha una padronanza del corpo che gli permette di coordinare bene i movimenti, come i ginnasti e i ballerini. Ok, per lezioni tra adulti che si incontrano su Zoom questa intelligenza non è molto utile, ma per i bambini è fondamentale. Attraverso il gioco attivo, quello che permette di correre o di usare il corpo, i bambini possono imparare tantissimo!

L’intelligenza musicale è quella che permette di riconoscere i suoni, di memorizzarli e di riprodurli con la voce o con uno strumento musicale. Grazie a questa intelligenza, riesci a imparare nuove parole in italiano ascoltando una canzone di Lucio Battisti o di Diodato.

L’intelligenza intrapersonale è molto, molto importante per scelte di vita e di lavoro… E anche per essere studenti più consapevoli e coraggiosi. Si tratta della capacità di comprendere quali sono i propri punti di forza e di debolezza.

L’intelligenza interpersonale è quella che un buon insegnante dovrebbe sempre avere: la capacità di mettersi nei panni degli altri. A dire il vero, anche lo studente che sa mettersi nei panni dell’insegnante può avere questo tipo di intelligenza, magari intuendo che, se l’insegnante un giorno annulla la lezione all’ultimo momento, deve avere un buon motivo per farlo.

L’intelligenza naturalistica consiste nel saper individuare determinati oggetti naturali, classificarli in un ordine preciso e cogliere le relazioni tra loro. Si tratta di un’intelligenza molto importante oggi, mentre stiamo vivendo una grave crisi ambientale. Tra i miei studenti, molti vivono in campagna e io sono sempre felice quando mi parlano delle piante e della natura che li circonda, ricordandomi che esiste un mondo meraviglioso fuori da casa mia.

Infine, l’intelligenza esistenziale o teoretica è quella capacità di riflettere consapevolmente sui grandi temi della vita, come la natura dell’universo e della coscienza umana.

A questo punto devo confessarti una cosa: mentre scrivevo la spiegazione per ogni intelligenza, mi sono immaginata dei volti. Per ogni intelligenza avevo chiaramente in mente quale studente a cui pensare.

La verità è che penso che la mia intelligenza sia proprio quest’ultima: amo parlare di temi profondi, ma capisco anche che non è così per tutti. Non perché gli altri siano meno intelligenti, ma perché siamo tutti diversi e – ora farò una citazione da un libro molto interessante – “un bravo insegnante deve saper variare il tipo di attività per non premiare inconsapevolemente lo studente che gli assomiglia di più.” (Fare educazione linguistica – Paolo E. Balboni)

In conclusione, voglio lasciarti con la stessa frase con cui ho iniziato questa lunga lettera, ma leggermente cambiata:

“Non esistono bambini stupidi e nemmeno adulti stupidi. Esistono insegnanti (in)capaci di capire la loro intelligenza.”*

*“There are no stupid children, nor stupid adults. There are teachers (un)able to understand their intelligence.”

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Vocabolario

prendevamo un brutto voto in una verifica = (when) we took a bad mark in a test

incentivare = to boost

farci studiare di più = to make us study more

seguirci meglio = to better follow our studies

senso di colpa = the guilt (feeling)

sbilanciato = unbalanced, off balance

i fallimenti = failures

non tiene conto di > non tenere conto di = don’t take into consideration, not to consider

l’insegnante = the teacher

stranieri = foreigners

mi sono imbattuta (in) > imbattersi (in) = to come across

al primo colpo = on the first try

condividere = to share

aver stravolto > stravolgere = to overturn, to upset

convivono > convivere = to live together, to live wìth

se ne aggiungono > aggiungersi = to be added

spiegarle > spiegare loro (le intelligenze) = to explain

una per una = one by one

Pronti? Via! = Ready?Go!

cogliere sfumature di significato = to get (to understand) nuances of meaning

opportune = proper

esprimere = to express

non ti accontenti di > non accontentarsi di = don’t settle for /not to be satisfied with

attorno = around

dedurre = to deduce

gli indizi = the clues

ti permette di > permettere di = to be allowed to (that intelligence allows you to…)

riprodurli > riprodurre loro (gli oggetti) = to replicate

un fumetto = a comic

sviluppata = developed

la padronanza = the mastery

le scelte = choices

“mettersi nei panni degli altri” = put themselves in others’ shoes.

intuendo > intuire = to guess

annulla > annullare = to cancel

grave = serious

ambientale = environmental

coscienza = conscience

la spiegazione = the explanation

i volti = faces

variare = to vary

inconsapevolmente = unknowingly

gli assomiglia > assomiglia a lui > assomigliare a qualcuno = to resemble

leggermente = slightly



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Il Carnevale in Italia

Today’s topic is Carnival, a feast that belongs to the Catholic tradition and that is celebrated in Italy with some differences among the country. Italians have a saying: “during Carnival… every joke counts!” which is pretty true, actually. For example, in the Italian city of Ivrea (Piedmont) every year there’s an authentic battle of oranges! Yes, people throw oranges against each other! In the end I’ll tell you something about the typical Carnival food and I’ll offer you my mother’s recipe 😉

Il Carnevale in Italia

Il Carnevale è una festa di tradizione cattolica che non ha una data fissa nel calendario italiano: ogni anno cambia, proprio come la Pasqua, a cui è legata.

Infatti, la parola “Carnevale” deriva dal latino carnem levare, cioè “levarsi”, “allontanarsi”, “astenersi” dal mangiare la carne fino a Pasqua.

I giorni più importanti del Carnevale sono due: il “giovedì grasso” (il primo giorno) e il “martedì grasso” (l’ultimo giorno). Come puoi notare, in mezzo ci sta il weekend, cioè il fine settimana. Durante quei giorni, tutto è concesso: si mangia, si beve, si festeggia e soprattutto… si scherza.

C’è un detto molto famoso, ripetuto ogni anno in questo periodo:

A Carnevale, ogni scherzo vale!*

*during Carnival… every joke counts!

Mi ricordo ancora quando, da ragazzina, mi chiudevo in casa sperando che i festeggiamenti di Carnevale finissero presto. Non volevo uscire in strada e rischiare di incontrare altri ragazzini che mi avrebbero “presa di mira“… per non dire cose peggiori.

E poi, avevo paura dei petardi. Come a Capodanno, per Carnevale si sparano molti petardi nelle strade delle città italiane.

Il Carnevale, tuttavia, ha anche qualcosa di bello.

Per esempio, per un’intera settimana ci si può travestire come si vuole! E ci si può trasformare così in personaggi esuberanti senza paura di essere giudicati. Anzi, più il tuo costume di Carnevale è strano, più le persone ti ammireranno! (Proprio il contrario di ciò che accade normalmente, non è vero?)

Dal punto di vista sociale, il Carnevale è stato istituito come sfogo. In un unico giorno dell’anno, tutto è concesso e l’ordine sociale viene sovvertito. In passato, le differenze sociali venivano annullate: nobili e popolani si accalcavano nelle piazze cittadine per festeggiare insieme. I padroni non erano più padroni e i servi non erano più servi. Persino la giustizia “chiudeva un occhio” sulle malefatte dei cittadini.

Di fatto, si trattava di un modo per sfogare la violenza, prima di un periodo di sacrifici e penitenze (la Quaresima).

Il Carnevale è piuttosto violento. Pensa al Carnevale di Ivrea, un piccolo comune piemontese famoso proprio per il modo in cui festeggia il Carnevale. Ecco cosa succede: una vera e propria “battaglia delle arance” tra gli “aranceri a piedi” e i “tiratori di arance” che si trovano sopraelevati su carri trainati da cavalli e rappresentano i potenti. Tu sei mai stato colpito o colpita da un’arancia lanciata con forza? Secondo me, non dev’essere piacevole. Per fortuna, c’è un modo per sfuggirne, senza necessariamente chiudersi in casa: tutti coloro che indossano un berretto rosso, vengono risparmiati.

I carri del Carnevale sono famosi in tutte le città e solitamente ospitano enormi sculture di cartapesta che prendono in giro, appunto, i potenti. I politici, ovviamente, non possono mancare.

Altri “Carnevali” famosi in Italia sono quello di Venezia, con le sue maschere eleganti e raffinate, quello di Cento (in Emilia Romagna) che si chiama “delle arti e dei mestieri”, quello di Viareggio (in Toscana) che si svolge lungo il mare, quello di Fano (nelle Marche), che è il più antico d’Italia, quello di Mamoiada (in Sardegna) che ha per protagonisti misteriosi personaggi chiamati “Issohadores”, quello di Putignano (in Puglia) che si svolge ogni giovedì durante diverse settimane e dedica ogni giorno a una categoria di persone – come “I Pazzi” – e il Carnevale di Arcireale (in Sicilia) che è coloratissimo per via dei fiori che decorano alcuni carri.

Non dimentichiamoci del Carnevale Ambrosiano, che si festeggia a Milano e dura oltre il “martedì grasso”. Questo evento è legato a un episodio del passato: quando Sant’Ambrogio, che a quell’epoca era vescovo di Milano, fece richiesta alla popolazione di attendere il suo ritorno da un pellegrinaggio per poter dare inizio alla Quaresima.

Quando facevo l’Università a Milano ero felicissima: in occasione del Carnevale Ambrosiano le lezioni erano sospese per alcuni giorni!

Infine, veniamo al cibo. I piatti tipici di Carnevale sono dei dolci: le frittelle ricoperte di zucchero e le “chiacchiere”. Queste ultime possono essere fritte in una grande pentola piena di strutto oppure cotte al forno. La loro forma, così come il loro nome, cambia di luogo in luogo. A Piacenza si chiamano “sprelle” e sembrano dei fiocchi intrecciati con i bordi seghettati.

Ho chiesto a mia mamma la ricetta delle sue sprelle per condividerla con te. Ho scelto di scansionare* la versione scritta a mano su carta, perché ha un valore che nessuna ricetta digitale potrà mai avere.

(*alla fine ho preferito scattare un foto).

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Vocabolario

deriva > derivare da = to result from

astenersi = to refrain

scherza> scherzare = to joke

un detto = a saying

presa di mira > prendere di mira = to target (to being targeted)

travestirsi = to dress up

non è vero? = isn’t it?

uno sfogo = an outlet

tutto è concesso = all’s fair/everything is allowed

viene sovvertito = is overturned

venivano annullate = they were canceled

si accalcavano = they gathered

chiudere un occhio” = to pretend not to see

le malefatte = the misdeeds

la Quaresima = Lent

sopraelevati = raised, elevated

i potenti = power people

sfuggire = to escape (ne = from there)

chiudersi in casa = to lock in the house

vengono risparmiati = they are spared

prendono in giro > prendere in giro = to make fun of

non possono mancare = they are in

per via = because of (cause)

vescovo = bishop

attendere = to wait

lo strutto = lard, animal fat

i bordi seghettati = the jagged edges



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I linguaggi dell’amore

What’s you language of love? This week we’ll find out that love doesn’t go one way, but there are many ways to love (even in Italian!)


Amore e… condizionale!

Ti sto per raccontare una storia piuttosto personale che, in realtà, è una storia che non è mai accaduta… Ma che avrebbe potuto accadere.
Oh sì, utilizzerò molti condizionali in questa storia… Io ti ho avvisato, eh?

Avevo dieci anni e “una cotta” per un bambino della mia classe. Significa che mi piaceva e un giorno decisi che glielo avrei detto.

Beh, non esattamente. Diciamo che avrei voluto dirglielo ma… Mi vergognavo.

Per fortuna un’amica decise di aiutarmi. Lei prese un pezzo di carta e ci scrisse sopra una delle domande più imbarazzanti che si possano scrivere, specialmente quando si hanno 10 anni: “Vuoi metterti con me?”
Il significato è questo: “Vuoi stare con me?”, “Vuoi essere il mio fidanzato?” (Sì, quando si è bambini si pensa in grande).

Dopo la domanda, la mia amica aveva disegnato due piccoli quadrati. Sotto il primo aveva scritto “Sì” e sotto il secondo aveva scritto “No”. Lo scopo era chiaramente ottenere una risposta precisa.

Mentre quel bigliettino (cioè quel piccolo pezzo di carta) passava di mano in mano fino a raggiungere il destinatario, io tremavo di paura. Quando arrivò al banco in prima fila dove era seduto il bambino, lui lo aprì, lo lesse e poi si girò verso di me, che ero seduta in ultima fila. Naturalmente, la mia amica lo aveva firmato con il mio nome.

Il bambino scrisse la risposta e la mandò indietro al mittente (cioè me). Quando la aprii, rimasi senza parole. Ecco cosa c’era scritto:

“Cara Barbara,
tu mi piaci molto ma penso che siamo ancora piccoli per queste cose. Quando saremo grandi, sarò felice di rispondere SI.

L.

La campanella suonò in quel momento.


Questa storia non è finita, ma dobbiamo fare un salto nel tempo di dieci anni in avanti.

Era estate, faceva caldo e mi trovavo insieme a degli amici in un locale all’aperto nella mia città. L’atmosfera era allegra e io mi sforzavo di ridere, ma in realtà ero molto triste. La settimana prima il mio ragazzo mi aveva lasciata… Per un’altra (ragazza).

Avevo 20 anni, il cuore spezzato e l’autostima sotto i piedi.

In quel momento entrò lui, quel bambino (ora ragazzo) che aveva fatto la scuola con me e a cui io avevo mandato il “famoso” bigliettino.

Lo riconobbi, ma non ci feci molto caso. Sapevo che aveva vinto una borsa di studio per una prestigiosa Università degli Stati Uniti e poi… Non lo so, non mi ricordo. In quel momento riuscivo solo a pensare alle mie pene d’amore e a quel cocktail che avevo davanti a me.

Insieme a lui c’era una ragazza che conoscevo e, quando ci incrociammo nel bagno del locale, lei mi disse che lui avrebbe voluto uscire con me.

“Posso dargli il tuo numero di telefono?” mi chiese la mia amica, e io risposi che sì, non c’era problema.

Il giorno dopo lui mi diede un appuntamento e poi un altro e poi un altro ancora. In quelle poche settimane in cui rimase in Italia, uscimmo diverse volte. Mi veniva a prendere con la macchina e mi portava a vedere le colline illuminate dal sole in quell’estate così bella. Mi invitò anche nella sua bella casa nel centro di Piacenza e non disse mai di no quando io, invece, solamente gli dicevo se voleva uscire con me e i miei amici.

Un pomeriggio tra noi si creò un silenzio imbarazzante e io, quando tornai a casa, feci una cosa un po’ meschina…Anzi, un po’ codarda.

Gli scrissi un fiume di parole piuttosto stupide su Messenger di Facebook (all’ora WhatsApp non c’era ancora e i bigliettini erano un po’ passati di moda) in cui fondamentalmente gli chiedevo se saremmo potuti rimanere amici. Gli avevo scritto dei miei sentimenti in un modo piuttosto melodrammatico e decisamente egoistico, senza capire che non ce ne sarebbe stato bisogno perché lui…Li aveva già capiti.

L’estate finì, ma i miei malesseri no.

Intorno a Natale, il ragazzo che avevo “friend-zonato” tornò a Piacenza per le vacanze di Natale e trovò il tempo per offrirmi un aperitivo.

Fu una serata molto piacevole e…Non lo rividi mai più.

I linguaggi dell’amore

Ti ho raccontato questa storia perché si avvicina San Valentino e volevo parlarti di AMORE. O meglio…Di tutti i linguaggi dell’amore.

Secondo Gary Chapman i linguaggi dell’amore sono 5 e ognuno di noi li può utilizzare tutti, ma ce n’è uno che è il suo preferito.

  • C’è chi ama usare parole di affermazione, cioè è felice di ripetere al suo partner frasi come “sei speciale”, “ti amo”.
  • C’è chi esprime l’amore attraverso il contatto fisico: baci, abbracci, carezze…Senza tante parole.
  • C’è chi sceglie di usare il tempo per stare insieme, magari facendo un’attività come giardinaggio oppure una lezione di italiano di coppia.
  • C’è chi fa regali. Una cena nel tuo ristorante preferito o quella bicicletta che ti serviva così tanto.
  • E poi c’è chi semplicemente si mette al servizio dell’altro, ma senza sottomettersi: magari va a fare la spesa o…Aggiusta qualcosa!

Amore in Italiano

E poi c’è la lingua italiana, che l’amore lo divide in due categorie.

Da un lato c’è l’amore del “TI AMO” e dall’altro c’è quello del “TI VOGLIO BENE”. Hai mai sentito quest’ultima frase?

Devi sapere che noi italiani diciamo “ti voglio bene” ai nostri figli, ai nostri genitori, ai nostri fratelli e ai nostri amici. “Ti amo” lo riserviamo solo alle situazioni romantiche con il nostro partner.

Questo aspetto della lingua italiana mi ha sempre fatto pensare molto, perché, sinceramente, non sono convinta che si possano mettere dei limiti all’amore.

Penso, invece, che in una vita possiamo amare tante persone, in modo diverso e contemporaneamente.

Vocabolario

piuttosto = quite

non è mai accaduta = It never happened

una cotta (per qualcuno) = a crush (on someone)

Mi vergognavo = I wouldn’t dare

Vuoi metterti con me? = Would you like to stay with me?

un bigliettino = a piece of paper (in this context). Normally it means “a card”

il destinatario = the recipient

tremavo > (tremare = to shake) = I was shaking

prima fila = first line

ultima fila = last line

aveva firmato (firmare = to sign) = she signed it

la aprii = I opened it

il mittente = the sender

suonò (passato remoto) > suonare = to ring (in this context. Normally it means also “to play”).

allegra = cheerful

il mio ragazzo mi aveva lasciata = My boyfriend broke up with me

per un’altra = for another girl (He betrayed me)

avere il cuore spezzato = to be heartbroken

avere l’autostima sotto i piedi = to have very low self-esteem

non ci feci caso (non farci caso = to not pay attention) = I did not pay attention

le pene d’amore = evils of love

ci incrociammo (incrociarsi = to meet, “to cross into each other”) = we crossed into each other

Mi diede un appuntamento (dare un appuntamento a qualcuno = to ask for a date) = he asked for a date

Mi veniva a prendere (venire a prendere qualcuno = to pick someone up) = he picked someone up

meschina = mean

codarda = coward

fondamentalmente = basically

dei miei sentimenti = about my feelings

egoistico = selfish

i malesseri = sufferings

Non lo rividi mai più = I never met him again

ce n’è uno = there is one

lo riserviamo = we dedicate it (to…)

contemporaneamente = at the same time



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Il valore sociale dei colori

Today we talk about the power of colors and their social value, both personal and political.


Qual è il tuo colore preferito?

Quando ero piccola, piuttosto piccola, sapevo che il mio colore preferito era il verde. Ho usato il verbo all’indicativo (“era”) e non al congiuntivo (“fosse”) di proposito, perché io ne ero proprio convinta. Nessun dubbio.

Devi sapere che i miei genitori hanno scelto di non mandarmi all’asilo nido (se vuoi ripassare come funziona il sistema scolastico italiano, puoi riascoltare la newsletter precedente), infatti fino all’età di 3 anni c’era una babysitter che si prendeva cura di me mentre la mamma e il papà erano al lavoro.

Lei era una donna molto femminile: portava i capelli lunghi e se li tingeva sempre di nero, poi li arricciava con cura fino a ottenere dei perfetti boccoli che le scendevano lungo la schiena. Questa signora italiana era anche molto determinata a tirare fuori il meglio dai bambini che curava.

Per esempio, si era accorta che mi piaceva cantare e, così, trovava ogni occasione per farmi esprimere la mia personalità attraverso la voce. Inoltre, mi regalava oggetti verdi (come tessuti o piccoli giochi) e io ne ero davvero felice.

Quando poi ho iniziato il percorso scolastico, qualcosa è cambiato. Insieme a me c’erano altri bambini ma, piano piano, il gruppo ha iniziato a dividersi: i maschi (vestiti di azzurro) si radunavano attorno alle piste delle macchinine e le femmine (vestite di rosa) davanti alle cucine giocattolo.

Le “bambole Barbie” con cui giocavo, avevano sempre vestiti che coprivano tutte le sfumature del rosa (dal fucsia al rosa chiaro) e, quando ho chiesto a mia madre di comprarmi lo zaino di Barbie da usare alla scuola elementare, questo era ovviamente dello stesso colore.

Un giorno la nostra maestra ha chiesto a noi bambini quale fosse il nostro colore preferito e io non ho avuto dubbi: “rosa”.

Il valore sociale dei colori

Quotidianamente facciamo molte scelte legate ai colori: decidiamo cosa indossare al mattino per andare al lavoro o per partecipare a un evento, scegliamo la pittura per dipingere le pareti di una stanza della nostra casa, decidiamo se acquistare un’automobile bianca oppure rossa.

Se siamo una sposa di un Paese occidentale, nel giorno del nostro matrimonio indossiamo un abito bianco (che, non so se lo sai, rimanda alla purezza della verginità) ma se siamo uno sposo di un Paese orientale come il Giappone, non vestiamo di scuro, ma – anche noi – di bianco.

In Italia si tende a non portare il colore viola in eventi felici come il matrimonio, perché si dice che porti sfortuna. Tuttavia, questo colore ha assunto una valenza fortissima nel momento in cui Kamala Harris lo ha scelto per il vestito che ha indossato durante la cerimonia di insediamento della presidenza Biden: il viola rappresenta infatti l’unione di due colori, il rosso e il blu.

E qui non posso che farti notare qualcosa di curioso: mentre negli Stati Uniti il rosso è il colore politico associato ai Repubblicani, nella maggior parte dei Paesi europei il rosso è quello usato dai partiti di sinistra. In Italia, per esempio, Bologna e Livorno sono due città che storicamente sono sempre state “rosse”.

Se rimaniamo sul tema politico, scopriamo che esiste una ricchissima legenda di colori che assumono un certo significato in un certo Paese. In fondo a questo articolo*, ti lascio una serie di link per approfondire l’argomento e qui ti cito solo un caso. (*the links were contained in the email. Subscribe to receive the newsletter not to miss next ones)

Si tratta dei “Verdi” che in tutto il mondo sono identificati come quei gruppi politici che hanno a cuore il tema dell’ambiente, tranne che in Italia. Nel mio Paese c’è il rischio di fare confusione con la “Lega Nord”, un partito di estrema destra che per molti anni ha fatto del verde “Padania” proprio la sua bandiera (e le cravatte dei suoi rappresentanti politici!).

I colori sono una scelta libera?

Nonostante sembri che le nostre scelte in fatto di colori siano fortemente condizionate da valori sociali, sono stati fatti degli studi per dimostrare il contrario.

Il mondo animale è sempre un ottimo esempio di comportamenti naturali. Molti animali non riescono a vedere tutti i colori che vediamo noi, ma sembrano comunque avere delle preferenze legate alla luce.

Per esempio, esistono degli organismi primordiali che vivono nell’oceano più profondo ma che, per nutrirsi, devono esporsi alla luce del sole. Dato che troppa luce li ucciderebbe, hanno sviluppato un meccanismo per cui, quando fuori ci sono i colori tenui di alba o tramonto, loro si muovono; quando invece percepiscono l’azzurro del mezzogiorno, rimangono a riposo.

Il colore azzurro è, di fatto, spesso associato alla calma e al rilassamento. Pensa al marketing di aziende che si occupano di benessere o di vacanze: quante volte hai trovato un colore forte come il rosso nelle loro comunicazioni?

Il rosso è un colore che si usa per motivi molto specifici. Per i biglietti di San Valentino, per dipingere le labbra in occasione di una serata romantica, per la rosa che regalerai a una persona che ti piace molto.

Il rosso non mi è mai piaciuto. Mi ha sempre dato una sensazione di potere e, personalmente, faccio fatica a valutare il potere in modo positivo. Non mi sono mai spiegata il perché, ma forse è qualcosa che esiste dentro di me incondizionatamente. Non posso cambiarlo, così come non posso cambiare il colore del mio sangue o il fatto che, quando sono imbarazzata, le mie guance arrossiscono.

Infine, ti lascio l’ultima riflessione. Ci sono persone che il rosso non lo vedono proprio, così come non vedono altri colori. Le persone che soffrono di daltonismo, per esempio, possono fare fatica a distinguere il rosso o il verde e talvolta anche altri colori come il viola e il giallo. E poi ci sono le persone ipovedenti, per le quali il mondo è sfocato, i colori si confondono ma non per questo le cose perdono il loro significato o la loro importanza.

Io non lo so qual sia il tuo colore preferito e quale valore abbia per te. So solo che il mio è tornato a essere il verde. Però adesso so spiegare il perché 😉

Vocabolario


tingere = to dye
arricciare = to curl up
i boccoli = ringlets
le piste delle macchinine = the tracks of the toy cars
le cucine giocattolo = toy kitchens
lo zaino di Barbie = Barbie branded backpack


la purezza = purity
portare sfortuna = “to give bad luck”
una valenza = a meaning
la legenda = a caption
assumere = to take (in this context)
citare = to quote
avere a cuore = to care


dimostrare = to prove
nutrirsi = to feed
rimanere a riposo = to relax
il benessere = well-being
regalare = to offer
non spiegarsi il perché = to not understand
arrossire = to blush
proprio = at all (in this context)
ipovedenti = visually impaired


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Cosa significa studiare in Italia?

Today I’m showing you how the school system works in Italy: step by step you’ll understand which schools Italian can choose and how they are…


Cosa significa studiare in Italia?

Tutte le mattine passo davanti alla mia vecchia scuola, in sella alla mia bicicletta. Mi fa uno strano effetto ripercorrere quella strada dopo tanti anni e dopo tante esperienze – alcune delle quali lontane migliaia di chilometri. Ma alla fine eccomi di nuovo lì, solo che questa volta non ci entro ma passo oltre, per raggiungere il mio nuovo luogo di lavoro (te ne voglio parlare presto).

L’edificio che ospita il liceo che ho frequentato per cinque anni, durante la mia adolescenza, è di epoca fascista. Lo stile è inconfondibile e, semmai dovessi fare un viaggio in Italia, ti renderesti conto che la maggior parte delle scuole italiane è un perfetto esempio di architettura fascista: sono luoghi imponenti, lineari, grigi e con un’ inconfondibile aria austera.

Il sistema scolastico italiano è certamente molto diverso da quello del tuo Paese. Lo dico per esperienza, perché ogni volta che parlo con qualche straniero facciamo sempre fatica con i paragoni tra i nostri rispettivi percorsi scolastici.

Per questo motivo, oggi vorrei parlarti di cosa significa studiare in Italia.

Per farlo, partirò da una foto… che mi ha mandato un mio studente inglese! La foto raffigura la sua nipotina mentre indossa la sua uniform per fare lezione da casa. Lei è così dolce e la foto così commovente. Una conseguenza reale del lockdown in Inghilterra.

Prima di mostrarmi la sua nipotina, il mio studente mi ha chiesto: “Come si dice uniform in italiano?” e io, ammetto, che non ho saputo rispondere.

Esistono due traduzioni per questa parola: una è “divisa” e l’altra è “uniforme”. Per lo più, vengono considerate due sinonimi, ma non si riferiscono all’ambito scolastico.

Secondo l’enciclopedia Treccani, per “divisa” si intende un abito di foggia e colore particolare, indossato dagli appartenenti a una determinata categoria, in particolare militare o sportiva. (Per esempio, la divisa di una squadra di calcio).

Sempre secondo il noto dizionario enciclopedico italiano, l'”uniforme” è il vestito indossato da chi appartiene a un corpo militare oppure l’abito uguale indossato da tutti coloro che svolgono un particolare servizio per cui devono essere riconoscibili. Per esempio, l’uniforme da infermiera.

La verità è che i bambini italiani non indossano nessuna uniform.

Ma perché gli alunni italiani non indossano una divisa o un’uniforme?

Me lo sono chiesta molte volte. Il senso di avere tutti lo stesso abbigliamento mi è molto chiaro: serve per ridurre le differenze sociali e per mantenere un senso di uguaglianza tra i bambini.

In Italia i bambini più piccoli, in realtà, indossano una sorta di uniforme che si chiama “grembiule”. Si tratta di una grande camicia, molto semplice, da mettere sopra i vestiti. Di solito questa è bianca per le femmine e nera per i maschi (qualche volta blu scuro). Il grembiule si può comprare a basso prezzo in qualsiasi negozio specializzato, ma anche nei supermercati. Devo dire che la mia impressione è che il grembiule sia usato più che altro per proteggere i vestiti dalle macchie che i bambini rischiano di farsi mentre usano i colori o mentre giocano. Nulla di più.

Il grembiule è obbligatorio per i bambini che vanno all’asilo e alle elementari. Se non sai di cosa sto parlando, forse è meglio fare un passo indietro. Ti spiego bene quali sono le fasi della scuola in Italia.

Il sistema scolastico italiano

La “scuola dell’infanzia”, che non è obbligatoria:

– Età 0-3 anni: asilo nido
– Età 3-6 anni: scuola materna

La “scuola dell’obbligo”, che è appunto obbligatoria:

– Età 6-11 anni: scuola elementare (oggi si chiama “scuola primaria”)
– Età 11-14 anni: scuola media (oggi si chiama “scuola secondaria di primo grado”)
L’ultimo anno delle “medie” si fa un esame finale.

Poi, si comincia il secondo ciclo di istruzione:

– Età 14-19 anni: scuola superiore (oggi si chiama “scuola secondaria di secondo grado”) > istituto tecnico o liceo

A conclusione di questi ultimi 5 anni, c’è un esame molto molto importante, che si chiama “maturità”. Dopo, si può decidere di andare subito a lavorare oppure di fare l’università.

– Età 19-23 anni: laurea breve
– Età 23-25 anni: laurea specialistica
In realtà, alcune facoltà universitarie sono “a ciclo unico” come giurisprudenza, medicina, farmacia e architettura. Durano, cioè, cinque o più anni consecutivi.

Ok, ci sarebbero molte altre cose da dire per ciascun punto, ma in poco tempo non riesco a spiegarti tutto. Vediamo se riesco a intercettare alcune tue perplessità.

Un sistema strano?

Come forse avrai notato, quando gli studenti italiani devono cominciare il secondo ciclo di istruzione, si trovano di fronte a un dilemma: liceo oppure istituto tecnico?

In passato vigeva la convinzione che chi scegliesse il primo (il liceo) fosse destinato a fare l’università e chi scegliesse il secondo (l’istituto tecnico) “da grande” avrebbe fatto il professionista tecnico. Per semplificare, tutti i liceali sarebbero potuti diventare medici, avvocati, ingegneri, psicologi, architetti e giornalisti. Invece, gli altri sarebbero potuti diventare elettricisti, idraulici o magari geometri.

Inutile dire che questa netta distinzione oggi non è più valida, specialmente con l’avvento di nuovi lavori nel settore della tecnologia e dell’informatica: oggi gli istituti tecnici sono considerati un ottimo percorso anche per chi vuole diventare un ingegnere o un architetto, ad esempio.

Tuttavia, i ragazzini italiani all’età di 14 anni si trovano ad affrontare una scelta molto difficile, che ostacolerà o faciliterà il loro futuro. Devono già sapere cosa vorranno fare “da grandi”!

Ma cosa cambia tra una scuola e l’altra?

Moltissimo.

Al liceo, si dà molto spazio alle materie umanistiche. Si studia la filosofia, il latino e in certi casi persino il greco. La lingua e la letteratura italiana hanno un peso maggiore che la matematica e la fisica.

In un istituto tecnico, succede il contrario. Gli studenti imparano a capire i meccanismi che regolano il mondo intorno al loro, piuttosto che quelli della mente.

Gli universitari italiani

Un altro aspetto che vorrei farti notare riguarda gli anni dell’università. Hai notato che, alla fine di tutto il percorso, noi italiani siamo più “vecchi” dei nostri colleghi stranieri?

Se tutto va bene, finiamo l’università all’età di 25 anni. Così ho fatto io, anche se molti miei amici hanno impiegato più tempo (è molto comune in Italia).

Ricordo ancora il mio primo giorno di lavoro in una start-up spagnola, quando ho stretto la mano a Julia (anzi, ci siamo scambiate subito un bacio, perché in Spagna si fa così) e ho scoperto che lei aveva appena finito l’università, proprio come me… ma aveva solo 23 anni.

Infine, vorrei dirti un’ultima curiosità. Lo sapevi che gli italiani, quando si laureano, indossano una corona di alloro? È un simbolo che testimonia il raggiungimento di un obiettivo importante, dopo tanta fatica. Per questo motivo, i laureati si fanno fotografare con la corona d’alloro in testa e, solitamente, la usano come fotografia per il loro curriculum o la caricano sul loro profilo LinkedIn, senza sapere che questo potrebbe apparire piuttosto divertente agli occhi di un’azienda non italiana 😉

Vocabolario


in sella = riding

migliaia = thousands

non ci entro = I don’t get in

liceo = high school

imponenti = massive

inconfondibile = unmistakable, unique

uno straniero = a foreigner

commovente = moving

ambito = much desired

la foggia = the shape

appartenenti a = belonging to

il corpo militare = army corps

riconoscibili = recognizable, recognisable

ridurre = to reduce

uguaglianza = equality

le macchie = spots

intercettare = to intercept, to tap

le perplessità = concerns, perplexities, doubts

il secondo ciclo di istruzione = “the second cycle of education”

vigeva (imperfetto)= to rule

la convinzione = the belief

netta = radical, strong, very clear

piuttosto che = rather than

stranieri (aggettivo) = foreigner, not local

si laureano > laurearsi = to graduate

una corona di alloro = laurel wreath, laurel crown

si fanno fotografare = they like to be photographed


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Le parole che cerchiamo

Quali sono state le parole italiane più cercate su Google nel 2020? Scopriamolo insieme!


Un gioco per gennaio

E siamo già a gennaio, ormai da un po’ a dire il vero. Devi sapere che per me gennaio è un mese piuttosto deprimente, perché, finito l’entusiasmo delle feste, mi rendo conto che non è accaduta nessuna magia. Le cose sono esattamente rimaste uguali al giorno prima e i buoni propositi per l’anno nuovo non si sono realizzati con la bacchetta magica.

Per distrarmi un po’, tra una montagna di cose da fare e l’altra, c’è sempre un momento in cui apro Google Trends. Se non sai cos’è, te lo spiego brevemente. Si tratta di uno strumento gratuito messo a disposizione da Google, che ci fa scoprire qual è stato il nostro comportamento sul web nel periodo precedente. Io lo trovo estremamente interessante perché mi permette di fare molti confronti culturali e siccome nel 2020 siamo stati indubbiamente tutti molto più online, non potevo che accorrere a controllare le statistiche sulle tendenze dell’anno appena passato.

Ti faccio subito qualche esempio (non vedevo l’ora!). Cosa ne dici se guardiamo cosa è successo in Italia?

parole italiane cercate su google nel 2020

Ebbene, gli Italiani nel 2020 si sono domandati “Perché votare sì al referedum?” e anche “Perché votare no al referendum?”. Si sono anche chiesti come mai Covid-19 si chiamasse “Coronavirus” e anche “Perché l’Australia brucia?”.

Tra queste domande, forse non sai che cos’è il referendum che ho citato prima. Si tratta di un importante momento in cui gli italiani hanno dovuto votare riguardo a una legge costituzionale: in settembre abbiamo dovuto approvare o respingere la legge che voleva ridurre (diminuire) il numero dei nostri parlamentari. Alla fine ha vinto il sì: ora i parlamentari italiani sono stati ridotti del 36,5%! Prima del referendum l’Italia era il Paese europeo con il numero più alto di parlamentari direttamente eletti dal popolo (erano 945), ora invece ne ha solo 600. Per fare un confronto, la Germania ne ha circa 700, la Gran Bretagna 650 e la Francia poco meno di 600.

Ma passiamo a temi più divertenti. Un’altra domanda che si sono posti gli italiani nel 2020 è “Perché le scope stanno in piedi?”. Devi sapere che questo è il risultato dei contenuti che “girano” sui social e che, come dicevo prima, hanno coinvolto molte più persone del solito. Vuoi sapere a cosa mi riferisco? Ti lascio un video. Era il 10 febbraio 2020, quando ancora non sapevamo che cosa ci avrebbe riservato il futuro e potevamo concentrarci sui misteri della vita 😉
(Scherzi a parte, questo fatto per me è molto significativo perché mette in luce un tema molto grave nella nostra società: quello delle cosiddette fake news, le notizie false.)

Tra le altre parole ricercate dagli italiani nel 2020, ci sono quelle che si riferiscono alle cose che vogliamo imparare a fare. Sembra che noi italiani siamo piuttosto tradizionalisti, infatti la prima parola è… Indovina? Sì, “pizza”! Nella lista ci sono anche “pane”, “cornetti”, “lievito madre” e “gnocchi di patate”. A me questo non stupisce affatto, e a te?

Quello che mi stupisce è che sembra che la maggior parte degli italiani abbia cercato di fare un pollaio nella propria casa! Questo sì che mi sorprende, dal momento che ero convita che noi italiani vivessimo specialmente in appartamenti. E invece, evidentemente, ci sono tantissime persone che vivono in ville di campagna o che si sono spostate nella loro seconda casa durante il lockdown.

Ecco, infatti, che tra le parole più ricercate per coltivare qualcosa in casa spuntano: pomodori, fragole, patate, zucchine e melanzane.

Lo so, in questo momento stai pensando: chissà quali parole sono state cercate nel mio Paese? Ti invito assolutamente a controllare, ma devo avvisarti di una cosa curiosa: le categorie di ricerca variano di Paese in Paese.

Vocabolario


ormai = by now

deprimente = depressing

i buoni propositi = good resolutions

la bacchetta magica = magic wand

uno strumento = a tool

messo a disposizione = put at the disposal

confronti = comparisons

accorrere = to rush

brucia > bruciare = burns

una legge = a law

le scope = the brooms

stanno in piedi > stare in piedi = they stand

hanno coinvolto > coinvolgere = engaged

significativo = significant

cosiddette = so called

Indovina = Guess

mi stupisce = mi sorprende = It surprises me

un pollaio = a chicken coop

si sono spostate = they moved

coltivare = to grow


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Finestre sul mondo e tradizioni italiane

Iniziamo il 2021 con uno sguardo (a look) fuori dalle nostre finestre e poi parliamo di tue tradizioni italiane di questo periodo…


Finestre sul mondo

Per Natale ho ricevuto un regalo interessante. Si tratta di un libro molto particolare, che mi ha regalato Michele. Lui fa lo psicologo e penso che sia molto bravo, infatti capisce davvero le persone.

Ha capito che una delle cose che mi è mancata di più nel 2020 è stata viaggiare, ma non semplicemente il viaggiare per turismo, bensì il viaggiare per vedere come vivono le persone nei loro Paesi, nelle loro città e nelle loro case.

L’autore del libro è il professore e architetto italiano Matteo Pericoli, che ha raccolto (e disegnato!) 50 vedute dalle finestre di 50 scrittori di tutto il mondo. Si tratta, appunto, di brevi racconti scritti da autori internazionali che hanno descritto quello che vedono fuori dalla finestra. Inutile dire che per me è quanto di più affascinante, intimo e rivelatore ci possa essere.

Infatti, mi sono resa conto che il paesaggio che ognuno di noi ha guardato tutte le mattine durante lo scorso lungo anno è stato tanto banale quanto sorprendente.

Mi sono anche chiesta quello che tu hai visto e quale storia si nasconde dietro la tua finestra sul mondo.

Per esempio, una mia studentessa mi ha raccontato che nel palazzo di fronte al suo, nel cuore della city di Londra, c’è una giovane donna che tutte le mattine si mette al lavoro all’alba e non smette fino a notte fonda. Chissà che cosa fa davanti a quei due enormi monitor tutti i giorni…

Vorresti sapere che cosa vedo io fuori dalla mia finestra italiana? Non molto, a dire il vero, dato che vivo in un quartiere periferico piuttosto tranquillo. Tuttavia, la mattina del 28 dicembre, la mia piccola porzione di Italia si è tinta di bianco e mi ha fatto sentire un po’ fortunata per quella veduta speciale.

Due tradizioni italiane

Ora che ti ho portato in Italia, voglio raccontarti due cose che noi italiani facciamo in questo periodo. La prima è il modo in cui festeggiamo il Capodanno.

Al di là dei festeggiamenti con botti, petardi e fuochi d’artificio (quando si poteva) e dei concerti dal vivo nelle piazze delle città italiane (di nuovo, quando si poteva) sulle tavole dei miei connazionali non smettono di comparire prelibatezze di ogni tipo.

Devo confessarti che è molto difficile parlarti di “cosa mangiano gli italiani a Capodanno”, perché – come spesso accade – le tradizioni variano di regione in regione e di città in città, perciò come sempre ti parlerò di quello che accade a me, che vivo a Piacenza, in Emilia Romagna.

Prima però, devo farti una premessa importante: difficilmente gli italiani mescolano pietanze di carne a piatti di pesce, ma preferiscono scegliere tra una cena di carne oppure una cena di pesce.

(Pensa che esiste un detto che dice: “non è né carne né pesce”, indicando qualcosa di indefinito in modo piuttosto dispregiativo proprio per questo motivo.)

Ad ogni modo, chi opta per una cena di pesce di solito inizia con un antipasto di capesante gratinate in forno e prosegue con del salmone cucinato in diversi modi.

Chi invece rimane sulla carne, come ho fatto io, non può evitare di preparare il classico zampone (oppure il cotechino o la mariola o il salame cotto o lo stinco… Ed è meglio se mi fermo qui se no ti faccio confusione) accompagnato da purè di patate e da lenticchie in umido. Per concludere, immancabili sono il panettone o il pandoro con la crema al mascarpone e poi l’ananas e l’uva (che si dice che “porti soldi”).

Penserai forse che, con tutto questo “ben di Dio”, il Capodanno sia la conclusione del periodo di festa. E invece no!

In Italia manca ancora l’ultimo giorno: “L’Epifania, che tutte le feste porta via”. Il 6 gennaio, infatti, è tradizione attendere l’arrivo della Befana, una strega che porta i dolciumi ai bambini buoni e il carbone a quelli cattivi.

Questa giornata è solitamente un po’ malinconica per tutti: il 7 gennaio ricomincia la scuola per i più piccoli e il lavoro per i grandi. Forse, però, quest’anno tutti saranno un po’ più felici di ricominciare le loro vite con una rinnovata speranza nel domani.

Vocabolario


si tratta di = It’s about, It is…

davvero = truly, really

mi è mancata = I missed

ha raccolto = I collected

le vedute = the views

brevi racconti = short stories

Inutile dire che = It goes without saying that

il paesaggio = the landscape

tanto banale quanto sorprendente = as ordinary as it was extraordinary

si nasconde = hides behind

nel palazzo di fronte al suo = in the building opposite hers

l’alba = the sunrise

notte fonda = deep night

un quartiere periferico = a suburban district

si è tinta di bianco = it turned white

voglio raccontarti = I wanna tell you

il Capodanno = New Years’ Eve

non smettono di comparire prelibatezze di ogni tipo = delicacies of all kinds never stop appearing

come spesso accade = as always happens

quello che accade = what happens

una premessa = premise

mescolano = they mix

evitare = to avoid

ti faccio confusione = You got confused (by me)


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Chi è Santa Lucia per i bambini italiani

Che cosa ti ha portato Santa Lucia?
Se questa domanda è un po’ strana per te, continua a leggere… Perché sto per raccontarti una storia un po’ vera e un po’ magica, come promesso.


Il 13 dicembre

La sera del 12 dicembre, io e mio fratello andavamo a letto presto. Prima di metterci il pigiama e lavarci i denti, preparavamo un piattino con qualche biscotto e un frutto per Santa Lucia (non conoscevamo bene i suoi gusti) e una carota per il suo asinello. Poi, ci infilavamo sotto le coperte e stavamo attenti a tenere gli occhi ben chiusi fino al mattino. Sapevamo che Santa Lucia è cieca, perché non ha gli occhi! Per questo è anche molto riservata e se i bambini la guardano in faccia lei scappa via e non torna mai più.

Da quando ho memoria, ogni mattina del 13 dicembre mi sono sempre svegliata molto presto e non importava se fuori stesse piovendo o ci fosse il sole… L’unica cosa importante era vedere se Santa Lucia fosse “passata”.

Alla fine, “passava” sempre. Tra tutte le case dove dormivano i bambini in attesa dei regali, lei ha sempre trovato il tempo di passare anche per casa nostra! E così, non appena la luce del giorno filtrava dalla finestra, mi precipitavo in sala a vedere uno degli spettacoli più grandiosi di tutta la mia vita: sotto l’albero di Natale, lampeggiante di lucine colorate, erano comparsi moltissimi pacchetti! Prima di aprirli, correvo in camera di Matteo per svegliarlo. “Teo, vieni a vedere! É passata Santa Lucia!”. Lui, piccolino com’era, faceva fatica a capire esattamente di cosa stessi parlando, ma mi seguiva ugualmente, attirato dall’entusiasmo di quel giorno speciale.

Quel giorno, a scuola, le maestre ci concedevano di portare con noi un regalo per mostrarlo ai nostri compagni. “Cosa ti ha portato Santa Lucia?” era la domanda che echeggiava nei corridoi e nelle aule dell’edificio per tutto quel magico giorno.

La vera storia di Santa Lucia

Lucia era una ragazza ricca che è vissuta dal 283 al 304 d.C. a Siracusa (Sicilia). Nonostante fosse promessa sposa a un giovane nobile dell’epoca, ha deciso di dedicare la sua vita ai poveri. Quando aveva solo 21 anni è stata uccisa in modo brutale durante la persecuzione dei cristiani voluta dall’imperatore Diocleziano: le hanno cavato gli occhi e per questo è considerata una martire e una santa. Santa Lucia è ricordata dalla Chiesa cattolica e ortodossa il 13 dicembre ed è anche considerata la protettrice della vista. Il nome Lucia deriva dal latino lux, che significa luce.

La Sicilia non è l’unico luogo dove la tradizione di Santa Lucia è rimasta viva: questo accade anche in un quartiere di Napoli (in Campania), all’Aquila (Abruzzo) e a Siena (Toscana).

Inoltre, molti bambini del Nord Italia aspettano l’arrivo di Santa Lucia nella notte tra il 12 e il 13 dicembre: in Trentino, nel Friuli (provincia di Udine), in Lombardia (province di Bergamo, Brescia, Cremona, Lodi, Mantova, Pavia e Sondrio), in parte del Veneto (province di Verona e Vicenza) e in Emilia (province di Parma, Reggio Emilia, Modena e Piacenza – dove vivo io).

Il dilemma dei regali

In sella all’asinello, Santa Lucia porta i regali a tantissimi bambini italiani, durante la notte. E’ una gran fatica, ma perlomeno non ha il problema di COSA regalare: infatti, lei riceve una lettera con i desideri di ogni bambino, proprio come Babbo Natale.

Per me, invece, il dilemma dei regali sta diventando sempre più grande: cosa regalo ad amici e parenti per Natale? Ogni anno mi faccio la stessa domanda, ma in questo 2020 tutto è diventato più complicato.

Infatti, di solito mi piace regalare “esperienze” come biglietti per concerti o per viaggi. Come sai, la pandemia ha fermato tutti gli eventi e ha bloccato tutte le mie idee… Tranne una.

Ho deciso di creare un nuovo regalo per tutti quelli che, come me, sono rimasti senza idee. Si tratta di un regalo virtuale, che può diventare reale in qualsiasi momento: un pacchetto di 3 lezioni di italiano online, con me.

Vocabolario


piattino = small dish
gusti = taste
asinello = little donkey
riservata = discreet
scappa via = runs away
passare = to come by / to stop at
non appena = as soon as
precipitarsi = to rush into
sala = living room
spettacoli = shows
lampeggiante di lucine = with blinking Christmas lights
erano comparsi = appeared
camera = bedroom
piccolino = very small (a child)
faceva fatica = he was not completely able to
ugualmente = anyway
attirato da = attracted by
ci concedevano di = they allowed us to
mostrarlo = to show it
echeggiava = to be echoing
aule = classrooms


promessa sposa = betrothed
poveri = poor people
è stata uccisa = she was killed
voluta da = wanted by
cavare gli occhi = to rip the eyes
accade = It happens
l’arrivo = the arrival


In sella = Riding
fatica = effort
perlomeno = at least
regalare = to donate
ha fermato = stopped
ha bloccato = blocked


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Una storia d’amore (e di imprevisti)

Today I’ll show you what we use to eat for Christmas in Piacenza, my hometown. This year, as probably many of you experienced, we came through some unexpected events (imprevisti)…


Un piatto di anolini

(see the audio-cover above) Se ti stai chiedendo se ho cucinato io questo piatto, la risposta è no.
E se ti stai chiedendo che cos’è, la risposta è un piatto di anolini, il cibo che tutti i piacentini (gli abitanti di Piacenza) mangiano per Natale.
Si tratta di pasta fatta in casa e ripiena di stracotto, servita in un brodo casalingo gustosissimo e, per chi vuole, il piatto viene arricchito da una spolverata di formaggio (Grana Padano).
Solo i “veri piacentini”, quando hanno finito di mangiare l’ultimo anolino ma nel piatto è rimasto un po’ di brodo, fanno una cosa davvero fanatica: il “sorbì”.
Significa versare un po’ di vino rosso (tendenzialmente Gutturnio) dal bicchiere al piatto, per poi bere il mix rosaceo di brodo e vino con grande soddisfazione.
Ogni famiglia, a Piacenza, segue certe abitudini natalizie, che solitamente variano solo in termini di tempo.
Nella mia famiglia, ad esempio, gli anolini si fanno il primo fine settimana di dicembre (e poi si congelano, fino a Natale) e l’albero (di Natale) si fa il giorno dell’Immacolata (l’8 dicembre – che in Italia è un giorno festivo) così è pronto per accogliere Santa Lucia il 13 dicembre (se non sai cos’è la festa di Santa Lucia, pazienta un attimo, te lo spiego tra poco).
Ora che ho fatto tutte queste premesse, posso dirti che quest’anno ho già infranto due regole tra quelle seguite ossessivamente dalla mia famiglia ogni anno.
A causa di un imprevisto, questa mattina non ho potuto andare a casa dei miei genitori per preparare gli anolini insieme a mia madre e quindi ho utilizzato il tempo guadagnato per fare l’albero di Natale insieme a Massimo. Ora te lo mostro, ma non ridere per favore. Lo so che è piccolo e umile, però è vero! Il nostro primo albero vero.

Questo semplice episodio è solo l’ennesimo esempio di una serie di imprevisti che quest’anno, ne sono certa, hanno travolto tutti noi.
La pandemia (sempre lei!) ci ha fatto annullare viaggi, rinunciare a incontri, costretto a festeggiare i compleanni in casa (non importa se fosse il nostro trentesimo, cinquantesimo o settantesimo compleanno) e ci ha costretti a fare i conti con l’incertezza causata dagli imprevisti.

Una storia d’amore e d’imprevisti

A dire il vero, gli imprevisti sono parte della vita di tutti noi, ma non sono sempre così frequenti. Nella mia, hanno iniziato a esserlo a partire dal 2015, quando un bel giorno Massimo mi ha detto “vieni a Barcellona con me?”. Lui doveva fare un periodo di sei mesi all’estero durante il suo PhD (in Italia si chiama “Dottorato”) e io avevo da poco terminato il mio secondo internship in aziende italiane che non mi avevano dato grandi prospettive di carriera.
E così, siamo partiti per un’avventura non prevista in Spagna che è durata inaspettatamente dieci mesi, finché non ci siamo trovati davanti a un altro imprevisto… Massimo aveva trovato lavoro negli Stati Uniti!
Questa grande notizia per lui, per me si è rivelata una complicazione: va bene la Spagna, ma come avrei potuto raggiungerlo a San Francisco?
Le alternative per me erano due: o sarei rimasta a vivere da sola a Barcellona, in Spagna, con il mio nuovo lavoro e i miei nuovi amici, o sarei ritornata a Piacenza, in Italia, con i miei genitori e i miei vecchi amici.

Indovina che cosa ho scelto?
Ebbene, sì. Ho scelto la seconda opzione ed è così che la mia emozionante vita in salita ha iniziato il suo declino.
Mi sono ritrovata senza lavoro, senza autonomia e persino senza amici, dal momento che – giustamente – le loro vite erano andate avanti senza di me.

Che cosa mi era successo?
La verità è che non ero stata in grado di gestire un imprevisto.

In quei giorni bui, privi di una direzione, ho preso un treno per Bologna.
Bologna è la città principale della regione in cui vivo, l’Emilia Romagna, ma io non l’avevo mai visitata.
Non appena arrivata in stazione, mi sono ritrovata in una città accogliente, tranquilla e molto viva.
I colori caldi delle case, la bellezza architettonica degli archi, la gentilezza dei gestori di bar e ristoranti e l’allegro brusio degli studenti universitari mi hanno ridato speranza: la speranza che potessi ancora trovare il mio posto nel mondo.

Ora che ne è passata di acqua sotto i ponti, non so dirti quante volte sono ritornata a Bologna, sempre con persone speciali. Ero persino riuscita a convincere Massimo a trasferirci definitivamente lì, nel luogo che mi aveva salvata da un periodo difficile.
Ma la pandemia mi ha di nuovo rotto le uova nel paniere: un altro imprevisto.

Non fa niente, perché gli imprevisti, alla fine, sono piuttosto interessanti.

Ps. Lo so che devo ancora spiegarti la storia di Santa Lucia. Facciamo così: te la racconto direttamente il 13 dicembre… Tu devi solo ricordarti di controllare la mail.

Vocabolario 1


ripiena di stracotto = filled with stewed meat
gustosissimo = very tasty
viene arricchito da = is enriched with
una spolverata = a sprinkling
fanatica = fancy
tendenzialmente = mostly
si congelano = you freeze them
pazienta un attimo = please wait
le premesse = introduction
ho infranto = I broke
un imprevisto = the unexpected
guadagnato = gained, saved
ennesimo = umpteenth
annullare = to cancel

Vocabolario 2


estero = abroad
avevo terminato = I had ended
le prospettive = the outlook
raggiungerlo = to reach him
da sola = on m,y own
Ebbene = Well…
persino = even
dal momento che = because
giustamente = reasonably
Che cosa mi era successo? = What happened to me?
non ero stata in grado di = I was’t able to
gestire = to manage
bui = dark
privi di = without, with no
principale = main
mi sono ritrovata = I found myself
i gestori = the owners
l’allegro brusio = the happy chatter
ne è passata di acqua sotto i ponti = Now It’s been a while since that time
trasferirci = to move
rompere le uova nel paniere = literally “to break the eggs in the basket”, it means “to ruin a plan”
Non fa niente = It’s ok


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Hai mai fatto una figuraccia?

Do you know what “fare una figuraccia” means in Italian? I’m telling you just now, with some personal examples…


Una figuraccia in Italia

Oggi voglio raccontarti un fatto imbarazzante che mi è successo qualche anno fa. Beh, uno dei tanti, a dire il vero… Ma preferisco limitarmi a questo per ora.

Devi sapere che il mio primo lavoro è stato in un’azienda piuttosto famosa in Italia. Ho iniziato a lavorare per questa compagnia televisiva nazionale quando ancora facevo l’Università. Avevo solo 23 anni e non avevo mai pranzato in mensa insieme a dei colleghi di lavoro… Fino al mio primo giorno di tirocinio.

Quel giorno avevo scelto il pranzo piuttosto frettolosamente. Ero così nervosa per tutte le novità che stavo vivendo, che mi ero limitata a scegliere cibi semplici come pasta al pomodoro e – invece della frutta che è difficile da sbucciare – avevo optato per uno yogurt.

Finalmente, durante il pranzo, iniziavo a rilassarmi: ascoltavo i miei colleghi che raccontavano alcune divertenti vicende familiari e sorridevo sinceramente.

In quel momento aprii il vasetto di yogurt e, senza pensarci, leccai lo strato che rimane sempre attaccato alla pellicola protettiva, così come ero solita fare a casa mia. I miei genitori mi hanno insegnato, infatti, a non sprecare il cibo. Mai.

Per un momento tutto si fermò. La mia capa, seduta di fronte a me, sgranò gli occhi e per un tempo che a me sembrò interminabile smise di parlare. Io non capii subito cosa avesse suscitato quella reazione sconvolta, ma poi mi resi conto che forse tirare fuori la lingua “come un animale” durante un pranzo di lavoro in cui tutti vestivano piuttosto eleganti non fosse stata una mossa molto strategica per farmi accettare nell’ambiente.

Figuracce, brutte figure e figure di…

Avevo appena fatto una “figuraccia”, cioè mi ero resa ridicola agli occhi di un gruppo, perché non ne conoscevo ancora i codici. Sì, i codici, perché in tutti i gruppi esistono delle regole più o meno esplicite e, se non le conosci o se non le rispetti, i rischi sono di non essere accettato o accettata oppure di fare una “brutta figura”.

Se vogliamo usare un “francesismo” di dice… fare una figura di merda!

Gruppi culturali

Quando viaggiamo, il rischio di fare figuracce aumenta moltissimo proprio perché possiamo non conoscere i codici impliciti in un’altra cultura.

Ti faccio un esempio. Come forse saprai, ho vissuto per quasi un anno in Spagna, dove le persone si salutano sempre con due baci sulle guance. Per me all’inizio era un po’ strano: ero abituata a stringere la mano agli sconosciuti nel momento delle presentazioni… Darsi un bacio era un po’ troppo anche per noi italiani.

Gli spagnoli invece considerano la stretta di mano fin troppo fredda e formale, così alla fine mi sono abituata alle loro calorose consuetudini.

Ma c’è un problema. L’ordine dei baci è esattamente l’opposto di quello italiano. Non chiedermi se è prima destra e poi sinistra o viceversa…Non lo so. É qualcosa di talmente radicato nella cultura che viene naturale e non si riesce proprio a cambiare. In quella confusione di baci non so dirti quante volte ho centrato la bocca di sconosciuti e sconosciute senza volerlo.

Anche la lingua, intendo il linguaggio, può essere fonte di figuracce o perlomeno di episodi buffi.

L’altro giorno me ne è capitato uno: stavo facendo lezione con Olivia, una mia studentessa dagli Stati Uniti e, non so come, siamo finite a parlare delle convenzioni legate al matrimonio. A un certo punto lei mi ha detto: “Se si vuole sposare, l’uomo deve sempre regalare un agnello alla donna”.

Ti giuro che avevo le lacrime agli occhi dal ridere! E quando ha capito il suo errore… Anche Olivia 😉

E tu hai capito cosa è successo? Ti lascio la soluzione nel vocabolario qui sotto 👇🏻

PS. Voglio ringraziare Philippa per avermi dato l’idea di scrivere questa lettera sul tema delle figuracce.

Vocabolario


pranzare = to have lunch
la mensa = the canteen
il tirocinio = the stage, the internship
frettolosamente = hastily
sbucciare = to peel
la vicenda, le vicende = the fact(s), storie(s)
leccai (passato remoto) > leccare = to lick
la pellicola = the protective film (aluminium)
ero solita fare = I used to do
non sprecare = not to waste
sgranare gli occhi = eyes widening
smise (passato remoto) > smettere = to stop (to do something)
suscitare = to arouse
una reazione sconvolta = a shocking reaction
una mossa = a move


una figuraccia = una brutta figura = una figura di merda = a bad impression (literally “shity”, make a show of themselves
agli occhi = “to the eyes” (towards someone)


aumentare= to increase
le guance = cheeks
stringere la mano = to shake hands
le consuetudini = customs, habits
calorosa, calorose = warmy
centrare = to center, to hit
perlomeno = at least
buffo, buffi = funny
le convenzioni = conventions, agreements
legato a = linked to, related to


UN AGNELLO= A LAMB
(UN ANELLO= A RING)

avere le lacrime agli occhi = to cry
(dal ridere = because of fun)


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