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L’acqua di San Giovanni

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INDICE:
FOMO e FAI
Sai cos’è “l’acqua di San Giovanni?”
Ma perché si chiama “acqua di San Giovanni?”
Un rito per tutti

FOMO e FAI

Ho una certa tendenza a lasciarmi sopraffare dalla FOMO, the fear of missing out. Forse è a causa di questo che sono in possesso di numerose membership. Divento member, cioè associata, a musei, biblioteche, giornali online e così via. E mi iscrivo a un numero di newsletter nettamente superiore alla mia capacità di leggerle con costanza, anzi… di aprirle in primo luogo. Capita però che alcune arrivino in un “momento morto”, in cui la casella di posta è incredibilmente silenziosa e quindi il loro oggetto in neretto (in grassetto, in bold) esercita subito un’attrattiva irresistibile. Devo aprirla e andare a leggerla.

È capitato con l’ultima newsletter che ho ricevuto dal FAI, il Fondo Ambiente Italiano di cui ero membro (in questo caso non posso declinare il nome al femminile, perché ne cambierebbe il significato. “Membra”, infatti, sono l’insieme delle parti del corpo umano). Dicevo, ero associata al FAI quando vivevo in Italia e devo dire che ho davvero sfruttato tanto quell’iscrizione. Ho visitato diversi luoghi del FAI sparsi nel territorio italiano e ho partecipato a qualche iniziativa organizzata localmente. Il FAI, infatti, si occupa della tutela e promozione di attrazioni come case nobiliari, palazzi, rocche, castelli, e soprattutto luoghi naturali come parchi e giardini… in Italia. Si tratta di luoghi meno conosciuti delle classiche attrazioni turistiche che si possono leggere su ogni guida, e proprio per questo hanno un fascino speciale, più autentico. Il FAI può contare su delle delegazioni che organizzano in modo autonomo degli eventi sul territorio locale, vicino a casa insomma.

L’email che ho ricevuto è stata inviata dalla delegazione FAI di Piacenza, la mia città di origine. L’oggetto dell’email era: “Gli appuntamenti di giugno 2024”. Io già sapevo che a giugno non sarei andata in Italia, ma perché non farmi del male e scoprire che cosa mi sarei persa?

Detto, fatto. Ho scoperto così che mi sarei persa la tradizionale raccolta di fiori ed erbe spontanee per la preparazione dell’acqua di San Giovanni organizzata in un paese non distante dalla città.


Vocabolario 1

sopraffare = overwhelm/overcome

mi iscrivo = I enroll

nettamente superiore = clearly superior

È capitato = it happened

ho sfruttato = I exploited

sparsi = scattered

la tutela = the protection

le rocche = the fortresses

la raccolta = the harvest


Sai cos’è “l’acqua di San Giovanni?”

L’acqua di San Giovanni. Mi è subito suonata una campanella in testa. Avevo visto qualcosa a riguardo su Instagram l’anno scorso e mi ero incuriosita. Erano foto molto belle. Ricordo che c’entrava dell’acqua e dei petali colorati. Però alla fine non avevo approfondito. Avevo pensato che si trattasse di una di quelle nuove tendenze che nascono sui social media e a cui io sinceramente, non riesco a stare dietro.

Così, ho chiesto alle insegnanti del team della scuola: “Ragazze, ma voi sapete cos’è l’acqua di San Giovanni?”

Ecco cosa mi hanno risposto.

  • “Intendi la barca con l’albume?”
  • (La barca con l’albume? Mmm… oddio pure questa mi manca!)
  • “Mmmm… No, mai sentita.”
  • “Siii, nelle Marche si fa!”
  • “Anche delle mie amiche la fanno…”

Come forse puoi immaginare se hai ascoltato lo scorso episodio del podcast, la persona che ha menzionato le Marche è Valentina. Mi sono quindi fatta raccontare da lei cosa sapesse dell’acqua di San Giovanni.

Ciao Barbara. L’acqua di San Giovanni è una tradizione diffusa nel centro e nel sud d’Italia, soprattutto nelle zone di campagna. Io la conosco perché si fa anche dalle mie parti, nell’entroterra di Ancona.

Mi piace tanto perché è una tradizione antichissima. È di origine pagana, legata al solstizio d’estate, che vuol dire che viene tramandata a livello popolare da millenni. È considerato un rito purificatorio e propiziatorio.

Questo perché si pensava che la notte tra il 23 e il 24 giugno fosse una notte magica. E si fa così. La sera del 23 di giugno, subito dopo il tramonto, si va per i campi a raccogliere piante e fiori selvatici.

Nella scelta ci si può far guidare dall’istinto. Di solito si scelgono, diciamo, le piante della zona. Per esempio, quelle più diffuse da me, per questo tre virgolette rito, sono l’iberico, il papavero, la camomilla, la menta, la salvia e anche altre.

Una volta raccolti questi fiori e queste piante, si portano a casa. Si taglia la corolla o qualche fogliolina e si mettono a bagno in un pochino d’acqua, in una ciotola che può essere di vetro o di rame. Poi bisogna lasciare la ciotola tutta la notte all’aperto e la mattina dopo si può usare quest’acqua per lavarsi la faccia, il corpo.

Poi se ne avanza un po’, la si può regalare alle persone care, alle amiche, agli amici. Oppure la si può usare per annaffiare le piante. L’importante è non conservarla e anche non buttarla via.

Si può fare questo rito per chiedere qualcosa che riguardi la salute, il benessere, oppure la fortuna o ancora l’amore. Io la trovo una tradizione bellissima.

Valentina Cottini

Quindi, ricapitolando, l’acqua di San Giovanni si prepara la sera del 23 giugno con fiori ed erbe di campo, oppure casalinghe, da immergere in una bacinella d’acqua. Si lascia riposare la miscela per tutta la notte e, la mattina del 24 giugno, la si usa per sciacquarsi il viso come rito di buon auspicio, per portare fortuna, insomma.

Abbiamo intuito anche che le tradizioni non sono seguite da tutti allo stesso modo. In un paese eterogeneo come l’Italia, capita di imbattersi in differenze molto nette anche tra persone che vivono nello stesso territorio. Ad esempio, l’insegnante Sara, che vive in Piemonte, diceva che le sue amiche di solito preparano l’acqua di San Giovanni ma lei no.

Anch’io ho chiesto alle mie amiche e in particolare mi ha colpito la risposta che mi ha dato Clarissa, che è sempre molto attenta alle tendenze dei social media.

Ho scoperto l’acqua di San Giovanni dai social, su Instagram per la precisione. Mi pare di aver visto questa tradizione nelle storie di Michela Morgia, ma non ricordo bene. Credo fosse un anno, addirittura due anni fa.

Di questa tradizione so solo che si mettono i fiori di campo nell’acqua, in una ciotola, nella notte tra il 23 e il 24 giugno, ma non ne conosco né l’origine e nel motivo.

Non penso che farò questa tradizione anche se mi incuriosisce molto l’idea, soprattutto sapere il perché si fa. Forse appunto dovrei documentarmi di più e capire il motivo e magari farlo una volta.

Clarissa

Vocabolario 2

non riesco a starci dietro = I can’t keep up with it

ricapitolando = summarizing

una bacinella = a basin

la miscela = the mixture

sciacquarsi = to rinse

Abbiamo intuito = We intuited

imbattersi = to come across


Ma perché si chiama “acqua di San Giovanni”?

In questo caso ho fatto una ricerca.

Nella Bibbia, che è il testo sacro dei cristiani, ci sono due Giovanni famosi. Uno è Giovanni l’evangelista e l’altro è Giovanni Battista.

Nel calendario cristiano ogni giorno si ricorda un certo santo o una certa santa in occasione della loro morte. Quello che non sapevo, è che San Giovanni Battista è l’unico santo, oltre alla Madonna e a Gesù Cristo, di cui si ricorda la nascita – il 24 giugno – oltre che la morte – il 29 agosto.

Questa informazione è importante perché ci dà già un indizio sul legame tra la celebrazione del santo e il rito dell’acqua di cui stiamo parlando. La nascita è l’indizio, perché la nascita è un simbolo potente. Nascere non è infatti solo un atto fisico, ma anche simbolico. Quando c’è un cambiamento o un nuovo inizio, infatti, si può parlare di nascita. Il 24 giugno è, di fatto, la data che dà l’avvio a una nuova stagione: comincia l’estate!

Si, è vero, il solstizio d’estate è ufficialmente il 21 giugno, ma la notte tra il 23 e il 24 giugno è la notte più corta dell’anno, il trionfo della luce sul buio.

Ok, ma cosa c’entra l’acqua?

Quando si parla di nascita, l’acqua richiama il momento del battesimo. I neonati vengono infatti talvolta immersi nell’acqua di San Giovanni, in questo rituale casalingo che ricorda l’immersione nell’acqua battesimale. Ai tempi di Gesù, tuttavia, il battesimo non avveniva da neonati come oggi, ma da adulti. Lo stesso Gesù si fece battezzare da Giovanni Battista nell’acqua del fiume Giordano.

Quindi ecco che abbiamo spiegato il legame di questa tradizione con la religione cristiana, come accade per tantissime altre feste italiane. In realtà queste tradizioni sono spesso un’evoluzione di usanze pagane, poi fatte proprie dalla religione cristiana. Lo spiega molto bene Laura nel suo corso online Italian Folklore, che piace sempre molto.

Quindi insomma, abbiamo capito che mi sbagliavo. Questa pratica di fare l’acqua di San Giovanni non è una nuova tendenza dei social ma una tradizione italiana che ha ripreso popolarità grazie ai social. Secondo te, perché?

Io mi sono risposta perché può essere re-interpretata a piacimento da chiunque, non importa dove si viva. Non è infatti necessario vivere in Italia per poter trovare dei fiori di campo e non è nemmeno necessario vivere in campagna. Chi infatti abita in città, potrebbe attingere alle proprie piante da appartamento.


Vocabolario 3

un indizio = a clue

richiama = recalls

casalingo = homemade

neonati = newborns

si fece battezzare = he had himself baptized

usanze pagane = pagan customs

fatte proprie (da) = adopted (by)

attingere = to draw, to tap


Un rito per tutti

Abbiamo detto che ci troviamo in un periodo dell’anno in cui la natura è al culmine, quando i prati sono rigogliosi, i fiori variegati e le persone rimangono sveglie più a lungo, specialmente se la notte è l’unico momento in cui si può avere un po’ di sollievo dal calore estivo.

Quindi immaginati la scena. Sono le 21, le 9 di sera, e la luce è dolce. Il sole non picchia più come ha fatto per tutto il giorno. Indossi abiti leggeri e stai bevendo qualcosa sul portico di una villa di campagna. Osservi il giardino. In cielo, alcune rondini stanno facendo l’ultimo giro in volo. Senti le cicale frinire dai campi vicini, è il loro canto festoso per l’arrivo della notte finalmente fresca. Decidi di fare una passeggiata, mentre inali con respiri lenti quell’aria rilassata e pensi che vorresti che quel momento non finisse mai. Raccogli qualche fiore, quelli che ancora non si sono addormentati. Scegli le foglie più verdi da aggiungere alla tua composizione. Ti prendi tutto il tempo necessario, assapori ogni istante, non c’è fretta. Una volta in casa, scegli con cura il recipiente e lo riempi d’acqua. Poi, ci immergi il tuo piccolo raccolto. Ci vediamo domani mattina, prometti.

Se vuoi preparare anche tu l’acqua di San Giovanni, basta quello che hai a disposizione. Se puoi, cerca di prediligere erbe profumate come il rosmarino, la menta, la salvia, la lavanda. L’ideale, sarebbe procurarti l’iberico, una pianta dai fiori gialli che, non a caso, in Italia si chiama anche “erba di San Giovanni”. Per quanto riguarda i fiori, più sono colorati e meglio è. Per esempio le rose, i papaveri, la camomilla, le violette. In questo modo il colpo d’occhio sarà pazzesco, instagrammabile direbbe qualcuno.

“Si vabbè, Barbara, io vivo in Australia, dove li trovo i fiori estivi quando sta per cominciare l’inverno qui?”

E va beh, dai, (hai ragione) un po’ di creatività! Magari puoi fare la stessa cosa con delle erbe che sono di stagione. Stupiscimi e poi, se ti va, mandami una foto della tua creazione. Anzi, facciamo tutti questo gioco. Sarebbe bellissimo ricevere fotografie di come questa tradizione italiana è stata recepita da persone come te che vivono in diverse parti del mondo.

Io stessa penso proprio che quest’anno per la prima volta farò l’acqua di San Giovanni insieme al mio bambino, sperando che non si metta a strappare i fiori dei vicini. Gli inglesi sono troppo orgogliosi e protettivi verso il loro giardino… Non me lo perdonerebbero mai.

E la barca con l’albume?

Lo so, ti messo la pulce nell’orecchio. La barca con l’albume è un’altra tradizione italiana forse ancora più di nicchia dell’acqua di San Giovanni. Ma… Questa è un’altra storia.

In occasione della ricorrenza di San Giovanni, ho deciso di attivare uno sconto estivo per comprare lezioni di italiano online. Il codice è ESTATE24 e permette di ottenere uno sconto del 15% su qualsiasi pacchetto di lezioni sullo shop di OnlineItalianClasses.com. ESTATE24 è attivo dal 24 giugno fino alla fine del mese.


Vocabolario 4

al culmine = at the peak

il sollievo = relief

il sole non picchia più = the sun isn’t beating down anymore

sul portico = on the porch

le cicale friniscono = the cicadas chirp

(tu) inali = (you) inhale

non c’è fretta = there’s no rush

il recipiente = the container

basta (quello che hai a disposizione) = just (what you have available)

di stagione = seasonal

strappare = to tear

ti ho messo la pulce nell’orecchio = I’ve planted a seed in your mind

di nicchia = niche


Fonti:

  1. Natività di San Giovanni Battista, https://www.vaticannews.va/it/festivita-liturgiche/nativita-di-san-giovanni-battista.html
  2. Giada Bellegotti, Acqua di San Giovanni: cos’è, come si prepara e a cosa serve, 19 giugno 2023, LaCucinaItaliana.it, https://www.lacucinaitaliana.it/article/acqua-san-giovanni-come-si-prepara-cosa-serve/

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L’identità degli italiani e il campanilismo

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INDICE:
Fratelli d’Italia
Cosa significa essere italiani
Diverse italianità
Il campanilismo
Centralizzazione e passaparola

Fratelli d’Italia

All’inizio dell’anno ho guardato una fiction della Rai, che è la televisione italiana, intitolata “Mameli – il ragazzo che sognò l’Italia”. Non sono stata l’unica, evidentemente. Il primo episodio di questa serie sulla vita di Goffredo Mameli è stato il programma più visto del prime time.

Per darti un po’ di contesto, questa serie è ambientata in Italia, in particolare a Genova, Milano e Roma. Comincia raccontando la vita di questo ragazzo di buona famiglia che nel 1846 ha diciannove anni e fa cose che possono fare i ragazzi di diciannove anni, come per esempio innamorarsi ed esprimere i propri sentimenti in qualche forma artistica che nel suo caso è la scrittura. E finisce, attenzione sto per fare uno spoiler, con la sua prematura morte avvenuta quando aveva solo ventuno anni.

Sullo sfondo ci sono le vicende che hanno caratterizzato il Risorgimento italiano come i moti del 1848, le Cinque Giornate di Milano, la prima Guerra d’Indipendenza. Si tratta di un periodo storico molto turbolento per il mio Paese che è stato fondamentale per arrivare all’unificazione d’Italia ufficialmente avvenuta nel 1861.

Quello che ho apprezzato di questa fiction e che mi ha anche fatta commuovere alla fine (e premetto che si tratta di una fiction fatta per il grande pubblico quindi il livello di complessità e di profondità è quello di un prodotto di finzione volutamente romanzato), dicevo quello che mi è piaciuto è stato focalizzare l’attenzione sul fervore di questi giovani che con pochissime risorse hanno deciso di mettere a rischio la propria vita in nome di un ideale. In questo caso in nome della patria.

Goffredo Mameli, questo ragazzo che viene dipinto come molto coraggioso, sensibile e appassionato, purtroppo non vedrà mai il risultato dei suoi sforzi. Come ti accennavo, lui morirà in seguito a una ferita di battaglia anni prima dell’unificazione d’Italia, ma diventerà famosissimo per aver composto una poesia che poi è diventata l’inno nazionale italiano: Fratelli d’Italia. Tutti gli italiani infatti lo conoscono come “l’inno di Mameli”.

È una canzone che sicuramente hai sentito anche tu diverse volte in occasione di competizioni sportive. Devo dire però che nell’epoca in cui scrivo mi vengono in mente poche altre circostanze in cui noi italiani ci riuniamo intorno a questo sentimento di appartenenza. Forse solo in occasione della Festa della Repubblica che si festeggia il 2 giugno e, appunto, quando ci sono le partite di calcio.

Mi sono quindi chiesta: Qual è oggi la percezione degli italiani rispetto alla loro identità italiana? In altre parole, quanto si sentono italiani, gli italiani?

In realtà non l’ho chiesto solo a me stessa, ma l’ho chiesto anche ad alcuni amici e colleghi. Ecco che cosa mi hanno risposto.

Sentiamo prima le parole di Clara, che è italiana, è nata nella città toscana di Livorno, ma da qualche tempo non vive più in Italia.


Vocabolario 1

la fiction = the tv series (anglicismo)

di buona famiglia = of a good family / well-born

innamorarsi = to fall in love

le vicende = the events / the happenings

i moti = the movements / the uprisings

commuovere = to move / to touch (emotionally)

il fervore = the fervor / the enthusiasm

la patria = the homeland / the fatherland

viene dipinto = is depicted

gli sforzi = the efforts

mi vengono in mente = come. to mind / come to my mind

il sentimento di appartenenza = the feeling of belonging


Cosa significa essere italiani?

Paradossalmente la mia identità legata al posto da cui provengo si è creata e si è evoluta mano a mano che mi allontanavo sempre di più da Livorno. La prima esperienza che ho avuto fuori da Livorno è stata durante l’università a Pisa e è in quel contesto che mi sono resa conto che il mio background culturale o il modo in cui parlavo era comunque diverso da quello delle persone che mi circondavano, nonostante fossi a 15 km da casa. Quando poi mi sono spostata a Milano la mia identità si è allargata e non ero più percepita come la ragazza livornese, ma magari ero percepita semplicemente come la ragazza toscana e ora che vivo a Londra, se mi chiedono da dove vieni, io rispondo semplicemente “dall’Italia” e se chiedono più dettagli paradossalmente dico “da vicino Pisa”.
Tutto questo discorso può sembrare molto ovvio ma la verità è che questo viaggio mi ha aiutato sia ad avere un amore più consapevole rispetto alla mia terra di origine sia ad aprirmi tanto a tutte le culture e le usanze diverse dei posti in cui ho vissuto.

Clara Borrelli

Questo elemento del viaggio nella costruzione della propria identità ritorna anche nelle parole di Valentina. Anche lei è italiana, vive attualmente in Italia e in passato ha fatto un’esperienza all’estero piuttosto importante.

La percezione della mia identità culturale è cambiata molto negli anni e penso che sia in continua evoluzione. Forse anche perché ho avuto la possibilità di vivere in tanti posti del mondo diversi e anche in età diverse. Sicuramente la prima volta che mi sono fatta delle domande su quale fosse la mia identità culturale è stata durante il mio primo viaggio in Argentina.

Infatti mi sono trasferita in un paesino nella provincia di Buenos Aires che avevo appena compiuto 17 anni ed era la prima volta che mi trovavo a vivere per così tanto tempo in un posto così lontano da casa mia e per di più da sola. Penso che l’Argentina sia un luogo davvero interessante in cui farsi domande sulla propria identità culturale. Infatti in generale tra gli argentini rimane questa percezione molto forte dell’Italia come nazione sorella perché ricordano appunto i flussi migratori dell’ottocento e del novecento degli italiani verso l’Argentina e di fatto moltissimi tra i miei amici avevano ricordi di nonni o bisnonni italiani, conoscevano alcune parole italiane e alcune, soprattutto nell’alimentazione, sono proprio rimaste nell’uso linguistico.

Valentina Cottini

Quello che emerge dalle testimonianze che abbiamo ascoltato è che l’identità sia qualcosa che possa cambiare nel tempo. Nel caso di Clara e Valentina è evidente come l’aver viaggiato dentro e fuori l’Italia sia stato cruciale nel plasmare la propria identità culturale.

Sentiamo ora le parole di Massimo, che racconta un aspetto interessante di quella che possiamo chiamare italianità e cioè l’attaccamento alle tradizioni.

Cosa significa per me essere italiano? È una bella domanda. Devo ammettere di non averci mai pensato, o perlomeno di non averci mai pensato a fondo. Per me essere italiano significa avere una grande capacità di adattarsi, ma al contempo di saper apprezzare le cose che hanno molto tempo, non so come dire.

È un po’ come una tensione tra tradizioni, anche se non sono un grande amante delle tradizioni, e non so, la flessibilità di spostarsi in luoghi nuovi e sapersi adattare, creare nuove piccole tradizioni o costumi o abitudini nei posti in cui mi sposto. In Italia vieni abituato naturalmente a una marea di tradizioni che sono principalmente legate o alla religione o alla storia del luogo in cui sei cresciuto, ma poi per quanto mi riguarda, queste tradizioni da essere una cosa che comunque ti dà un senso di appartenenza e sono anche utili per darti un’idea di come si vive in comunità, come cresce una comunità, poi possono diventare come una specie di gabbia oppure semplicemente ti stufano, perché in quanto tradizioni tendono a essere naturalmente molto ripetitive e prevedibili.

Al contempo, in quanto italiani, noi siamo… negli ultimi secoli siamo sempre stati un popolo in viaggio, un popolo emigrante, che quindi si è spostato, e dove si è spostato si è radicato. A volte importando le tradizioni che c’erano nel proprio luogo nativo e creandone dei nuovi. E avendo viaggiato, essendomi spostato diverse volte, devo ammettere che cambiare il luogo ti permette naturalmente, o ti invita naturalmente, a confrontarti con altre persone e quindi anche con altre persone di paesi diversi, ma anche altri italiani, che vengono da luoghi diversi da quelli dove tu sei nato. E quindi diciamo che ti confronti e quindi la tua idea di cos’è l’Italia cambia di conseguenza.

Col tempo la mia concezione di cos’è l’Italia è evoluta, va di pari passo alle persone che ho incontrato. Quella che avevo 15-20 anni fa era completamente parziale e molto influenzata ancora dalle tradizioni.

Massimo Quadrana

Vocabolario 2

mano a mano = gradually / little by little

attualmente = currently

plasmare = to shape / to mold

sapersi adattare = to know how to adapt / to be able to adapt

i costumi = the customs / the traditions

un marea = a tide / a flood (with the meaning of “a lot”)

il senso di appartenenza = the sense of belonging

la gabbia = the cage

prevedibili = predictable

si è radicato = has taken root / has become entrenched

di pari passo = in parallel / in step / alongside


Diverse italianità

L’elemento del viaggio ritorna. Non tutti gli italiani però fanno questo tipo di esperienza e quindi, forse, non tutti hanno l’opportunità di porsi la questione, di chiedersi cosa significhi essere italiani.

Nel 2018 la società di ricerca Ipsos ha realizzato una ricerca in Italia, commissionata dall’iniziativa internazionale More In Common con l’obiettivo di “fare il punto sull’opinione che gli italiani hanno del proprio paese e del suo posto nel mondo”. Il 2018 è un anno in cui in Italia si comincia a vedere quella deriva populista che ha caratterizzato e tuttora caratterizza diversi Paesi europei. Sono tempi, questi, in cui le persone cercano un cambiamento proprio come lo cercavano oltre un secolo e mezzo fa, al tempo di Mameli, ma purtroppo oggi la direzione sembra essere più la difesa dei confini piuttosto che la ricerca di unione o integrazione. Tra i risultati emerge per esempio che: “L’identità culturale tradizionale è importante per gli italiani, la maggior parte dei quali teme la sua scomparsa.”

È come se ci fosse, tra gli italiani una dicotomia tra il chiudersi per proteggersi e l’aprirsi per farsi conoscere. Sentiamo ancora Valentina.

All’inizio, quando mi sono trasferita a Carabelas, avevo la percezione di dover scegliere tra due possibilità. Da una parte volevo calcare sulle differenze culturali per farmi conoscere in tutta la mia diversità. Dall’altra volevo simulare il più possibile le somiglianze per integrarmi al meglio fra i miei amici argentini.
Poi però il modo caloroso, affettuoso con cui sono stata accolta dalla mia famiglia ospitante, dai miei amici, dalle mie amiche, mi ha fatto sentire che le due cose potevano coesistere. E hanno effettivamente cominciato a coesistere in qualsiasi parte del mondo io mi sia poi trasferita. Per questo è stata un’esperienza che mi ha fatto davvero riflettere.
E penso che abbia sinceramente plasmato il mio concetto di identità culturale, così come le esperienze successive. Oggi sento che la mia identità culturale non prevede un’italianità che divida chi è italiano da chi non, ma piuttosto una sorta di costante riflessione sulla pluralità dei modi in cui possiamo esistere come italiane, italiane, e in cui possiamo incontrarci all’interno della stessa nazione. Quindi penso che la mia percezione dell’identità culturale, della mia identità culturale, sia abbastanza vicina a una prospettiva transculturale.

Valentina Cottini

Le parole di Valentina, ma anche quelle di Clara e di Massimo, sono parole di persone che hanno a che fare quotidianamente con la diversità. Clara e Massimo vivono nella città cosmopolita di Londra e lavorano in un ambiente multiculturale. Valentina, che come hai sentito ha fatto un’esperienza di vita in Argentina, oggi vive in Italia dove lavora come insegnante di italiano come lingua straniera. Valentina da poco fa parte del team di Online Italian Classes.

Ciao Barbara, come stai? Questa mattina ho fatto la terza lezione con **, già registrato e tutto quanto, è andato tutto bene. Lei mi ha detto che è molto contenta, perché le piace la struttura con cui organizzo le lezioni e mi sento molto grata. Tra l’altro, ti giuro, mi sta piacendo troppo questo lavoro, quindi sono super contenta.

Valentina Cottini

Insegnare italiano a chi vive all’estero è un lavoro meraviglioso, ma è anche complesso perché ogni insegnante attinge inevitabilmente dal proprio vissuto personale, che è appunto particolare. Può accadere quindi che le aspettative degli studenti non vengano sempre soddisfatte. Faccio un esempio molto banale: uno studente americano che va in vacanza in Puglia, diciamo a Lecce, dove beve tutti i giorni il caffè leccese (quello con il ghiaccio e il latte di mandorla), si stupirà di scoprire poi che la sua insegnante online che si collega da Milano non sia abituata a bere quotidianamente quella bevanda. O pensiamo alla lingua. Una studentessa una volta mi ha confessato che, dopo aver fatto una vacanza proprio a Lecce, era un po’ frustrata perché, nonostante stesse studiando italiano già da un po’ di anni, non era abituata ad ascoltare e quindi a capire il tempo passato remoto che gli abitanti del Centro e Sud Italia usano regolarmente nella lingua parlata. “Andai, mangiai, bevvi” invece di “Sono andato, ho mangiato, ho bevuto” – ma anche “Andammo, mangiammo, bevemmo” invece di “Siamo andati, abbiamo mangiato, abbiamo bevuto”.

Quello che sto cercando di dirti è che è difficile parlare di un’unica italianità, perché l’Italia rimane un Paese molto frammentato, eterogeneo. Questa frammentazione non è necessariamente negativa, ma può anche essere vista come una ricchezza, perché offre un’ incredibile diversità linguistica, culinaria, architettonica… tutto all’interno dello stesso Paese.

Ho chiesto a Massimo di raccontarmi un episodio che è accaduto qualche anno fa e che secondo me è un altro buon esempio di questa diversità di cui spesso gli stessi italiani sono inconsapevoli.

Allora, sì, ricordo bene quell’occasione. In realtà, questi miei amici erano venuti a Piacenza per la mia laurea e in quell’occasione era venuta anche questa mia amica di Venezia e quindi ci eravamo trovati tutti insieme in un ristorante appena poco fuori dalla città. Ah sì, ecco, com’era stata la questione. Alla fine del pranzo, come è usuale dalle nostre parti, si chiede un caffè, no? E la nostra usanza, nel senso, in quanto italiani, sappiamo bene che dopo pranzo il caffè o è un caffè espresso o tutt’al più macchiato, ma chiaramente gli spagnoli non hanno questa usanza, questa tradizione, questo limite, non lo so, e quindi volevano un cappuccino o dei cappuccini. Al che, la questione è stata sollevata dagli italiani presenti a tavola, del tipo: “ma no dai ragazzi, non potete prendere un cappuccino dopo pranzo”. Al che, la mia amica Paola fa: “ma ragazzi, ma voi qua a Piacenza non lo fate il macchiatone?”. Al che, sorpresi: “cos’è il macchiatone?”. E alla fine è stato spiegato che a Venezia, o penso generalmente in Veneto, però non sono sicuro, esiste questa via di mezzo tra il macchiato e il cappuccino, che è per l’appunto il macchiatone, quindi è un macchiato con un po’ più di latte ma non troppo. Quindi abbiamo spiegato questa cosa ai miei amici e quindi tutti quanti sono d’accordo che il macchiatone si può fare. Visto che lo prendono a Venezia, dopo pranzo è accettato, possiamo prenderlo anche qua. Quindi abbiamo chiamato il cameriere e gli italiani presenti hanno chiesto un espresso macchiato e poi gli spagnoli hanno chiesto questo famoso macchiatone e il cameriere però non aveva assolutamente idea di cosa fosse, quindi si è creata questa simpatica scenetta dove i ragazzi spagnoli e Paola, questa mia amica che in realtà non è di Venezia ma abita… ma ha studiato e vissuto per molto tempo a Venezia, hanno dovuto spiegare al cameriere come fare questo macchiatone. E poi ce l’ha portato a tavola. Una gran bella scena che ci ha permesso anche a noi di Piacenza di scoprire un’usanza italiana che non conoscevamo.

Massimo Quadrana

Vocabolario 3

la deriva populista = the populist drift

la difesa dei confini = the defense of borders

la maggior parte dei quali teme la sua scomparsa = most of whom fear its disappearance

calcare = to stress

le somiglianze = the similarities

hanno a che fare con = have to do with / are related to

attinge = draws from / draws upon

il proprio vissuto personale = one’s own personal experience

la mia laurea = my degree dissertation / my graduation

la questione è stata sollevata = the issue was raised

una scenetta = a skit / a short scene

un’usanza = a custom / a tradition


Il campanilismo

Queste piccole differenze tra luoghi anche molto vicini tra loro, talvolta fanno sorridere, altre volte sono prese fin troppo seriamente. Sto parlando del fenomeno del campanilismo. Hai mai sentito questa parola? Secondo il dizionario Treccani, il campanilismo è un “attaccamento esagerato e gretto alle tradizioni e agli usi della propria città”. 

Il riferimento qui è alla campana, quella che, quando suona, riunisce intorno a sé gli abitanti del villaggio. Il campanilismo è qualcosa che in Italia viene quasi dato per scontato. Diciamo che difficilmente ammettiamo in modo esplicito di essere campanilisti, ma siamo tutti un po’ campanilisti.

Livorno è una città molto campanilista. Nonostante sia circondata da tante altre città molto più famose, turistiche e forse anche belle, come Firenze, Lucca, Pisa, Siena, i livornesi sono molto orgogliosi della loro città e pensano di vivere nel posto più bello del mondo. Per quanto riguarda le inimicizie, all’interno della Toscana ci sono tanti scontri, ma sicuramente quello fra Pisa e Livorno è uno dei più famosi, nonostante siano vicinissime perché distano appena 10-15 km. Questa inimicizia probabilmente deriva da un fattore storico, infatti dopo il Medioevo, durante il quale Pisa era una gloriosa repubblica marinara, progressivamente il porto pisano andò sempre più in rovina e i Medici decisero di investire in un villaggio dei pescatori, che era appunto Livorno, e di farlo diventare il nuovo porto della Toscana. E quindi sicuramente quello è stato un fattore di inimicizia e competizione tra livornesi e pisani. Al giorno d’oggi ormai lo scontro si limita solo all’ambito calcistico.

Clara Borrelli

Il campanilismo a Piacenza secondo me è un concetto un po’ anomalo, nel senso che la mia percezione è che i piacentini sono sia orgogliosi che in qualche maniera stanchi della propria città, o perlomeno se ne lamentano molto frequentemente. Internamente sono sempre disposti ad attaccare le mancanze della propria città e a dire “da una parte c’è questa cosa che non abbiamo, dall’altra c’è quest’altra”, quindi sono molto orgogliosi probabilmente. Al contempo su certe cose, specialmente su magari il cibo, allora sì che il campanilismo viene fuori specialmente nei confronti delle città vicine come Parma o Cremona. Sono città che hanno delle culture, tradizioni comunque simili perché sono città vicine e quindi ci contendiamo un po’ l’origine, no?

Massimo Quadrana

Ciao Barbara! In effetti anche tra le città marchigiane ci sono tante rivalità, forse anche perché siamo l’unica regione al plurale, cioè si dice le Marche, non la Marca. E poi nella nostra regione si incontrano tre famiglie di dialetti diverse. Infatti, nella parte settentrionale delle Marche, cioè nella provincia di Pesaro-Urbino e anche un po’ scendendo, si parlano dialetti della famiglia del nord, cioè che assomigliano di più a quelli parlati in Emilia-Romagna e Lombardia.

Mentre nel centro, cioè nella provincia di Ancona, si parlano dei dialetti che fanno parte della famiglia dei dialetti centrali, quindi che assomigliano di più a quelli parlati in Umbria, in Lazio, in Toscana. Scendendo, cioè nella parte meridionale delle Marche, quindi già Macerata, Ascoli, si parlano invece dei dialetti che fanno parte della famiglia del sud e quindi che assomigliano di più a quelli abruzzesi, pugliesi e via dicendo. Insomma, è un po’ come se ci fossero tre microculture diverse nella stessa regione, e infatti ce ne diciamo di tutti i colori.

Per esempio, per motivi calcistici, tutti nelle Marche ce l’hanno con gli ascolani. Io non seguo il calcio, ma so che ad Ancona, per esempio, a scuola si cantava per scherzare: “Chi non salta un ascolano è… è…”. E poi c’è la famosa rivalità tra Pesaro e Urbino, che compongono una provincia insieme, ma sono molto diverse.

Infatti Pesaro è più balneare, costiera e quindi festaiola d’estate, mentre Urbino è la città d’arte, è universitaria, tra le montagne. C’è una rivalità simile anche tra Macerata e Civitanova, che infatti si insultano dicendo: “Maceratesi pistacoppi e Civitanovesi pesciaroli”. A Macerata i pistacoppi sono i piccioni e quindi dicono che sono più gente di campagna e anche a Macerata c’è l’università, mentre a Civitanova sono dei pescatori, quindi pesciaroli, perché c’è il mare ed è tutta quanta più festaiola, più costiera, un po’ come Pesaro.

Valentina Cottini

Ok, abbiamo sentito tre testimonianze sempre da parte di Clara, Massimo e Valentina che raccontano delle ostilità che ci sono all’interno delle loro regioni italiane. Rispettivamente Toscana, Emilia Romagna e Marche.

Ma perché tutta questa ostilità tra città che appartengono alla stessa regione italiana?
Per rispondere andiamo indietro nel tempo, ma non così tanto, solo di 163 anni. Perché l’Unità d’Italia è avvenuta 163 anni fa. Non è così tanto, alla fine. E ora pensiamo alle 20 regioni italiane, che per la verità sono molto, molto più recenti. Ce lo spiega la nostra insegnante Laura, che tiene regolarmente un corso di gruppo sul folclore italiano. Proprio dalla registrazione di uno di questi corsi prendo in prestito le sue parole.

E con la Repubblica, con la decisione di fare dell’Italia una Repubblica, è cambiata anche l’amministrazione delle regioni italiane e si è iniziato a pensare di unire l’Emilia e la Romagna che ufficialmente sono diventate un’unica regione il 7 giugno 1970. Quindi in realtà è molto recente e infatti è molto sentita, Barbara poi vi dirà anche a lezione, è molto sentita la parte dell’essere Emiliano e dell’essere Romagnolo.

Laura Mafizzoli – Corso online di gruppo Italian Folklore

Vocabolario 4

talvolta = sometimes

gretto = narrow-minded / petty

gli usi = the customs / the practices

viene quasi dato per scontato = is almost taken for granted

orgogliosi = proud

gli scontri = the clashes / the conflicts

inimicizia = enmity

in rovina = in ruins

l’ambito calcistico = the football (or soccer) field / the football (or soccer) sector

anomalo = anomalous

le rivalità = the rivalries

settentrionale = northern

scendendo = descending / going down

e via dicendo = and so on / and so forth

ce ne diciamo di tutti i colori = we say all sorts of things to each other / we exchange all sorts of insults

per motivi calcistici = for football (or soccer) reasons

balneare, costiera, festaiola = seaside, coastal, festive

la città d’arte = the art city / the city of art


Centralizzazione e passaparola

Nella vita quotidiana questa mancanza di appartenenza a qualcosa che vada oltre la propria comunità locale viene alimentata anche da una mancanza di una centralizzazione amministrativa. Questa è una mia opinione, perché la noto maggiormente, questa cosa, ora che vivo all’estero, perché qui in Inghilterra, invece, secondo me, questa centralizzazione si percepisce chiaramente. Ti faccio degli esempi per capirci meglio. Se ho una domanda di qualsiasi tipo come per esempio: come richiedere il sussidio di maternità se sono una lavoratrice freelance? Oppure, come funziona il sistema scolastico? Oppure, quali alimenti vanno bene per lo svezzamento di un neonato? (Questi esempi sono piuttosto personali, me ne rendo conto). Troverò risposta in modo piuttosto chiaro o sul sito del governo inglese oppure sul sito dell’NHS, che è il servizio sanitario nazionale inglese. Sì, in Italia c’è l’AUSL che è l’azienda unità sanitaria locale, che è però appunto locale. Cioè in ogni regione italiana l’Ausl funziona in modo piuttosto indipendente. E poi sì, c’è il sito del governo ma le informazioni che vi si trovano sono tutte piuttosto generiche e spesso non soddisfano le casistiche specifiche di cui ciascuno ha bisogno.

Il welfare italiano è insomma un groviera e a tappare i buchi ci sono un sacco di organizzazioni private. Secondo me, l’Italia è un paese che ha un’energia incredibile che viene dal basso, forse proprio in mancanza di una solida organizzazione che venga dall’alto.

In questo scenario, c’è una pratica che non smette di avere molta rilevanza per noi italiani. Sto parlando del passaparola. Che cos’è il passaparola? Ce lo spiega l’insegnante Valentina.

Direi che il passaparola è un modo per spargere la voce tra le tue conoscenze rispetto a un bisogno che hai. Quindi un bisogno viene incontro a un altro bisogno e di solito si realizza con persone fidate. Per esempio, io in questo momento vivo in un appartamento in affitto, ma tra poco me ne andrò.

Perciò il mio coinquilino avrà bisogno di trovare qualcuno che subentri nell’affitto al posto mio. Quindi che cosa facciamo? Facciamo il passaparola. Lui mette in giro la voce tra i suoi amici che sta cercando qualcuno che entri nel suo appartamento per condividerlo con lui.

E io farò lo stesso con i miei. È molto probabile che accada che tra i miei amici o i suoi amici o conoscenze dei nostri amici ci sia qualcuno che ha bisogno proprio di un posto in un appartamento. In questo modo il bisogno del mio coinquilino e quello di questa persona si incontreranno e il bisogno sarà soddisfatto attraverso l’incontro con una persona di fiducia mia o di una mia conoscenza.

In qualche modo questo spesso funziona anche con il lavoro. Infatti è successo questo anche quando ho scoperto Online Italian Classes. Io mi ero appena laureata in italianistica e parlando con il mio migliore amico gli ho detto che stavo cercando un lavoretto.

Poco tempo dopo, lui mi ha raccontato che sua sorella stava lavorando per questa scuola online di italiano per stranieri e mi ha detto che volevano allargare un pochino il team. Mi è sembrata un’occasione fantastica e quindi ho subito scritto a Barbara per capire se potessi collaborare. E così anche questa volta il mio bisogno ha incontrato il suo bisogno ed è nata questa collaborazione.

Valentina Cottini

Oggi abbiamo parlato di storia e di identità italiana, di differenze interne all’Italia, di campanilismo e di passaparola. È stato un episodio diverso dagli altri perché ha coinvolto più voci oltre alla mia. Ringrazio Clara Borrelli, Massimo Quadrana e Valentina Cottini per aver partecipato con interventi così intelligenti. Ringrazio Laura Mafizzoli per la concessione dell’estratto audio della sua lezione. E ringrazio te per aver ascoltato anche questo episodio. Fammi sapere se questo nuovo formato ti è piaciuto.


Vocabolario 5

la mancanza di appartenenza = the lack of belonging

all’estero = abroad

si percepisce = it is perceived / it is felt

il sussidio di maternità = maternity subsidy / maternity benefit

lo svezzamento = weaning (the process of gradually introducing a baby to solid foods and reducing breastfeeding or formula feeding)

un groviera = a Swiss cheese (Gruyère)

tappare i buchi = to plug the holes / to fix the leaks

non smette = doesn’t stop / keeps going

spargere la voce = to spread the word / to spread rumors

subentri = who takes over / who steps in

mette in giro la voce = spreads the word / spreads rumors

un lavoretto = a small job / a gig / a side job


Fonti:

  1. Come funziona la politica in Rai, ilpost.it, 3 maggio 2021, https://www.ilpost.it/2021/05/03/nomine-rai-politica/
  2. ‘Mameli. Il ragazzo che sognò l’Italia’: trama, cast (e polemiche) della miniserie in onda da stasera, Repubblica.it, 12 febbraio 2024, https://www.repubblica.it/spettacoli/tv-radio/2024/02/12/news/mameli_trama_cast_e_polemiche_della_miniserie_in_onda_da_stasera-422116221/
  3. Tim Dixon, Stephen Hawkins, Laurence Heijbroek, Míriam Juan-Torres, François-Xavier Demoures, Un’Italia frammentata: atteggiamenti verso identità nazionale, immigrazione e rifugiati in Italia, More In Common, agosto 2018, ipsos.com, https://www.ipsos.com/sites/default/files/ct/publication/documents/2018-08/italyitfinal_digital.pdf

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Parliamo di capelli? (Con una premessa doverosa)

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Oggi comincio questa storia con una sorta di prefazione. Ho preso in prestito questa parola dal linguaggio editoriale, perché con testa e cuore sono piuttosto immersa nel corso di scrittura creativa che sto seguendo in questo periodo a Londra.

Ebbene, mi hanno talvolta criticata – non in questo corso, eh –  perché il mio podcast è troppo poco specifico a livello di argomenti. Mi hanno detto che non c’è un tema centrale, come tutti i podcast dovrebbero avere. Insomma, non è un podcast sulla storia d’Italia, non è un podcast su personaggi italiani famosi, non è un podcast solo sulla lingua italiana.

Ci ho pensato su, ho provato a capire cosa stessi sbagliando, ho provato a raddrizzare la rotta, giuro che mi sono sforzata molto. Alla fine, ho deciso che per adesso continuerò a fare di testa mia, e cioè continuerò a proporti episodi che sembrano piuttosto sconnessi tra loro.

In realtà, lo faccio consapevolmente perché penso che i vantaggi di questa modalità siano comunque superiori agli svantaggi. Italian Stories In Italian, infatti, vuole essere un podcast prima di tutto educativo. Si rivolge specialmente a chi sta imparando l’italiano e vuole conoscere l’Italia in modo più autentico, andando oltre i manuali di grammatica e oltre gli stereotipi.

Per questo motivo, l’approccio didattico a cui mi ispiro tanto nelle lezioni di italiano quanto nella realizzazione del podcast è quello comunicativo con metodo situazionale.

In poche parole, la lingua non viene mai presentata in modo asettico (pensiamo alle inutili liste di vocaboli da imparare a memoria), ma è sempre inserita in un contesto o situazione. 

Come nella vita reale, siamo portati a imparare nuovi vocaboli più o meno tecnici quando ci troviamo ad affrontare una certa situazione (es. La prima volta dal dentista, la prima volta che facciamo fare dei lavori per ristrutturare casa, la prima volta che proviamo a cucinare una torta, la prima volta che iscriviamo nostro figlio a scuola, la prima volta che iniziamo un lavoro presso un’azienda…).

Se poi queste situazioni avvengono in un contesto in cui si parla una lingua straniera, ad esempio perché ci trasferiamo all’estero, allora le sfide linguistiche sono ancora maggiori.

Quello che cerco di fare, per concludere, è offrirti ogni volta la possibilità di scoprire un aspetto diverso della cultura italiana, non solo quella più “alta” ma anche quella più “pop”. Mi piace alternare temi più seri ad argomenti più leggeri, mi piace parlare talvolta di luoghi e altre volte di persone, mi piacciono i confronti tra la mia vita all’estero e la vita in Italia.

Spero che in questo modo tu possa, senza rendertene conto, ampliare il tuo vocabolario italiano con parole e frasi che magari avresti faticato a incontrare in un corso (o un podcast o un blog) monotematico.


Vocabolario 1

raddrizzare la rotta = Correct the course

mi sono sforzata = I made an effort

fare di testa mia = To do as I pleased

i manuali = The manuals

l’approccio didattico = The teaching approach

asettico = Aseptic

ristrutturare casa = Renovate the house

iscriviamo = We register/enroll

l’estero = Abroad (A foreign country)


Ora possiamo parlare di capelli

Ora che ho messo le mani avanti, mi sento più tranquilla nell’introdurre il tema di questo episodio, e cioè i capelli.

L’idea mi è venuta dopo che sono stata dalla parrucchiera, qui a Londra. 

Andare a farsi tagliare i capelli in un Paese straniero è davvero un’esperienza, ma te ne rendi conto solo quando ci sei dentro. Per esempio, io non mi aspettavo di dover specificare ogni singolo servizio di cui avrei voluto usufruire. Quando vado a farmi tagliare i capelli in Italia, è ovvio che prima me li lavano e poi me li asciugano, per dire.

Invece a Londra mi sono ritrovata in strada, con uno scontrino in mano e i capelli completamente bagnati (non è vero, qui non ti fanno mai gli scontrini di carta ma ci siamo capiti). I capelli fradici ce li avevo davvero, però. Per fortuna pioveva. O forse dovrei dire “purtroppo”? È così che ho imparato a specificare, nel momento della prenotazione, che i capelli li voglio blow dry, cioè semplicemente asciugati col phon.

Phon, mettiamo un asterisco sulla parola “phon”. Questa mi ha tratta in inganno perché ero convinta che fosse una parola inglese, ma in verità in inglese questo oggetto corrisponde alla parola hair dryer. Ma ci torniamo più avanti.

Dicevo, c’è tutto un vocabolario da imparare legato alla specifica situazione del parrucchiere. Tanto per cominciare, in italiano ci sono diversi modi per chiamare quello che in inglese è un hairdresser e se hai fatto attenzione, avrai notato che ne ho già usati due: il parrucchiere o la parrucchiera. 

In italiano, in questo come in altri casi, usiamo il nome della persona per indicare il luogo:

“Vado dal parrucchiere” oppure “vado dalla parrucchiera”. È un po’ come dire “vado dal farmacista” o “vado dal panettiere” invece di dire “vado in farmacia” o “vado in panetteria”. Solo che in questo caso non esiste una parola che definisca il luogo in sé. Non esiste la peluqueria come in spagnolo, ecco.

Possiamo anche “andare dal barbiere” (“barbiera”, invece, non si dice). Tradizionalmente la parrucchiera era solo per le donne e il barbiere solo per gli uomini, ma oggi si trovano parrucchiere o barbieri “unisex”.

Nicolò Fabi, Capelli (1997)

Vocabolario 2

ho messo le mani avanti = I’ve covered my bases

te ne rendi conto = Are you aware of it?

me li asciugano = They dry them for me

uno scontrino = A receipt

fradici = Soaked, drenched


E poi ci sono le infinite richieste che si possono fare, diciamo più infinite per le donne o per chi porta i capelli lunghi. Tutti i tagli possibili e immaginabili, dal caschetto allo scalato, dal moicano al pixie, per essere un po’ più aggiornati con la moda.

Io personalmente ho sempre difficoltà a capire la differenza tra “taglio scalato” e “sfumato” o “sfoltito”. Penso che la scalatura sia di solito più netta, in inglese infatti si parla di layers, cioè di strati. Invece quando voglio farmi accorciare la frangia, ma non con un taglio netto, qui a Londra ho imparato che devo richiedere una choppy fringe. In Italia, di solito, finisco col mostrare al parrucchiere una foto del risultato che desidero ottenere.

Qualcun altro potrebbe voler cambiare colore di capelli. In questo caso si parlerebbe di “tinta”, anche se questa è una parola un po’ in disuso. Meglio dire “colore”, che fa parte del gergo usato dagli stessi professionisti. 

“Prepara il colore per la signora Maria”, potremmo sentir dire dal proprietario all’apprendista mentre siamo seduti in attesa del nostro turno, nonostante il rumore dei phon di sottofondo.

Ok ma cosa serve a te sapere che in gergo la tinta si chiama colore, quando appunto basterebbe avere pronta una foto sul tuo smartphone senza nemmeno usare le parole?

È vero, forse questo è un vocabolario poco rilevante, però qualcosa può tornarti utile, ad esempio in viaggio. Se infatti vuoi sembrare davvero italiano, allora richiedere un asciugacapelli alla reception dell’hotel in cui alloggi non ti aiuterà. Meglio optare per una frase del tipo: “Mi scusi, potrei avere un phon?”

Un’altra differenza sostanziale con l’inglese è che “capelli”, a differenza di hair, è una parola numerabile. Sì, noi i capelli li contiamo. Possiamo avere tra le mani un solo capello o avere tanti capelli in testa. Come vedi, c’è un passaggio da singolare a plurale.

Ci sono anche tante espressioni italiane che hanno come protagonisti i capelli – che sono sulla testa – e i peli – che sono sul resto del corpo e che in italiano sono quindi distinti dai capelli (in inglese, si parla semplicemente di hair).

“Torcere un capello” è una di queste. Significa non fare il minimo male: “finché sei sotto la mia protezione, nessuno oserà torcerti un capello”.

Oppure “per un pelo!”. Significa “c’è mancato poco!”, quasi. Per esempio: “Ho preso l’autobus per un pelo! Stavo per perderlo”.

“Ti hanno visto alzare la sottana
La sottana fino al pelo, che nero!” – Lucio Dalla (1977)

Vocabolario 3

la frangia = The fringe (as in a haircut)

in disuso = Out of use, obsolete

il gergo = The slang, the language used by a particular community or in a specific job community


I capelli sono più importanti di quanto pensiamo in certi ambiti. Pensiamo alla letteratura. I capelli, nei libri, diventano un intelligente stratagemma per descrivere, attraverso le caratteristiche estetiche di un personaggio, anche la sua personalità.

In “La casa degli spiriti” di Isabel Allende, il personaggio di Rosa è accomunato al personaggio di Alba da un tratto decisamente distintivo: avere i capelli verdi. Questa qualità a dir poco inusuale è un indizio per far capire al lettore che c’è qualcosa di inusuale anche nel modo di essere di quei personaggi. Probabilmente, come presto scoprirà il lettore, saranno due donne che vivranno o faranno qualcosa di speciale, di inaspettato.

E che dire del famoso personaggio di Pippi Calzelunghe inventato dalla scrittrice svedese Astrid Lindgren, che la descrive così:

I suoi capelli color carota erano stretti in due treccioline rigide che se ne stavano dritte in fuori, di qua e di là dalla testa.

Pippi Calzelunghe, Astrid Lindgren

Inutile ricordare che il colore rosso dei capelli della bambina e il loro aspetto ribelle non fa che enfatizzare la libertà e la sovversione delle regole incarnate dal personaggio.

Primo episodio della serie su Pippi Calzelunghe (1969)

Allo stesso modo, seppur con maggiore drammaticità, nel 1880 Giovanni Verga scrive un racconto verista, “Vita dei campi”, in cui descrive il protagonista proprio in funzione dei propri capelli:

Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo.

Vita dei Campi, Giovanni Verga

Infine, forse la regina italiana che fa dei propri capelli non solo un tratto descrittivo ma anche l’ultimo baluardo della propria volontà, è il personaggio della Monaca di Monza che incontra chi legge “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni.

Nel vestire stesso c’era qua e là qualcosa di studiato e di negletto, che annunziava una monaca singolare: la vita era attillata con una certa cura secolaresca, e dalla benda usciva su una tempia una ciocchettina di neri capelli; cosa che dimostrava o dimenticanza o disprezzo della regola che prescriveva di tenerli sempre corti, da quando erano stati tagliati, nella cerimonia solenne del vestimento.

I Promessi Sposi, Alessandro Manzoni

Vocabolario 4

gli ambiti = The fields, areas

uno stratagemma = A stratagem, scheme

a dir poco inusuale = To say the least, extremely unusual

un indizio = A clue

la sovversione = The subversion

verista = Realistic (“verista” is a n Italian literary movement)

l’ultimo baluardo = The last bastion (figurative), the last defense against a change or an attack

attillata = Tight-fitting

secolaresca = Secular, not religious

la benda = The bandage (of her nun’s veil)

una ciocchettina = A little lock of hair

il disprezzo della regola = The disregard for the rule


Oggi ho tenuto questo episodio un po’ più didattico del solito. Ho scelto consapevolmente di introdurre un vocabolario piuttosto specifico, attraverso l’uso di espressioni colloquiali. Fammi sapere se ti è piaciuto tramite email o commento sul blog. Mi fa sempre piacere conoscere la tua opinione.


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Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi

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Si avvicina quel momento dell’anno che molti amano, perché rappresenta la rinascita, la speranza, la fine del grigio inverno. Sto parlando della primavera, una stagione che in Italia è caratterizzata da diverse festività e celebrazioni.

Quest’anno si comincia con la Pasqua, che cade il 31 marzo, seguita dal lunedì di Pasquetta e poi dal 25 aprile (la Festa della Liberazione) e dal 1 maggio (la Festa dei lavoratori). Se vuoi fare un ripasso di tutte le festività italiane che ricorrono durante l’anno, ti rimando all’episodio che avevo dedicato a riguardo. (Le festività in Italia)

La primavera è il periodo in cui famiglie e gruppi di amici decidono di fare viaggi più o meno lontani, o brevi gite fuori porta, per godere delle giornate tendenzialmente più soleggiate e più “lunghe”. Naturalmente, anche a Pasqua.

Addirittura, c’è un detto che racchiude questo concetto in una riga: “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”, che in pratica significa che il Natale lo si dovrebbe passare in famiglia (“i tuoi” sono i tuoi genitori o in generale i tuoi parenti) mentre per Pasqua tutto è concesso.


Vocabolario 1

a riguardo = about

le gite fuori porta = trips out of town

tendenzialmente = normally

più soleggiate = more sunny

un detto = a saying

racchiude = holds

in pratica = basically


Ma perché? Perché in Italia il Natale e la Pasqua sono due festività religiose che sembrano avere un diverso ordine di importanza?

Per rispondere, ti racconto di quello che diceva sempre il parroco della parrocchia che frequentavo da bambina e adolescente. Lui si arrabbiava moltissimo. Si arrabbiava specialmente con – parafraso le sue parole – le signore che si agghindano con trucco, parrucco e pelliccia per partecipare alla messa di mezzanotte del 24 dicembre, manco dovessero andare a teatro, e poi la notte di Pasqua scompaiono.

“Se dovete venire a messa solo per Natale, statevene a casa!” le ammoniva con veemenza durante la messa della domenica mattina, ma loro non potevano sentirlo perché – appunto – non erano presenti.

Io, sinceramente, non capivo tutto questo accanimento. Dopotutto, il Natale è per i cristiani il giorno in cui è nato Gesù Cristo, quindi l’origine di tutto, no?

Mmm… non esattamente.

Più tardi, quando i miei genitori mi fecero iscrivere all’Università Cattolica, dove era obbligatorio sostenere ogni anno un esame di teologia, lo capii meglio.

Con una luce negli occhi che raramente mi era capitato di vedere negli uomini di Chiesa, quei professori letteralmente straordinari ricordarono a me e a tutti i presenti che risorgere dalla morte con anima e corpo non è esattamente cosa da tutti come nascere.

E c’è di più. La Pasqua cristiana porta con sé la rivelazione che ha fatto sì che il Cristianesimo fosse professato nei secoli a seguire e cioè che Gesù non solo è “il figlio di Dio”, ma Dio stesso.

Padre, Figlio e Spirito Santo sono una tri-unità, cioè una trinità che ha “un’unica natura o essenza della divinità, la quale sussiste in tre persone divine”.

Tale trinità viene rivelata nel momento in cui si scopre che Gesù Cristo non è solo morto, ma risorto con anima e corpo. In altre parole, l’origine di tutto non è il Natale, ma è in realtà la Pasqua.


Vocabolario 2

il parroco della parrocchia = the vicar of the parish church

frequentavo = I used to attend

parafraso = I’m paraphrasing, I’m realaborating

si agghindano = they dress up

(il) trucco = the makeup

(il) parrucco = the hairstyle

(la) pelliccia = the mink fur coat

manco = not even (we can also say “nemmeno”)

le ammoniva = he warned them

(la) veemenza = vehemence (force, loudness)

accanimento = obstinacy

mi fecero iscrivere = oblied me to enroll

sostenere (un esame) = to take an exam

porta con sé = it carries

fosse professato = was professed / confessed

sussiste = exists

viene rivelata = is revealed

risorto = risen


Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.

Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».

Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.

Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.

Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Dal Vangelo di Giovanni

Vocabolario 3

il sepolcro = the grave

il discepolo = the pupil

l’hanno posto = they put him

si recarono = they went

giunse = he arrived

i teli = towels, sheets

il sudario = the shroud

il capo = the head

avvolto = wrapped

risorgere dai morti = rise from the dead


Michela Murgia, una delle persone – prima di essere scrittrice e attivista – che più hanno guidato il mio pensiero critico in questi ultimi anni, nel suo libro God save the queer racconta del momento in cui è stata folgorata da un dipinto che rappresenta proprio la trinità.

Si tratta della “Trinità” di Andrej Rublëv, dipinto con tempera su legno intorno al 1420 e oggi conservato nella Galleria Tret’jakov di Mosca.

Una interpretazione, tra tante, del dipinto della Trinità di Rublëv

Il dipinto per Murgia è sorprendente perché offre una rappresentazione fluida e inclusiva di un concetto complesso, solitamente banalizzato da un’iconografia semplicistica alla portata di tutti.

Di solito, infatti, la rappresentazione della trinità include sempre tre figure facilmente identificabili con il Padre (un anziano signore con la barba bianca), il Figlio (un giovane con i capelli lunghi, color dell’oro) e lo Spirito Santo (una luminosa colomba). Si tratta di una scelta iconografica che separa i tre elementi, invece di unirli.

La trinità di Rublëv, al contrario, evita simbologie spicce in favore di figure androgine nelle quali chiunque si può identificare, disposte a semicerchio attorno a un tavolo a cui lo stesso spettatore sembra essere invitato. Con questo dipinto Rublëv sembra dire che il messaggio è rivolto proprio a te che stai guardando e che non devi solo capire, ma puoi anche partecipare attraverso la fede.


Vocabolario 4

è stata folgorata = was electrocuted (figurative)

un dipinto = a painting

(la) tempera = gouache

(la) iconografia = iconography (the visual images and symbols)

alla portata di tutti = within everyone’s reach

spicce = offhand

androgine = androgynous

lo stesso spettatore = the spectator / viewer himself

la fede = the faith


Perché quindi, nonostante la Pasqua sia evidentemente una festività così importante per i credenti rispetto al Natale, gli italiani continuano imperterriti a festeggiare il Natale in famiglia e la Pasqua con chi e dove vogliono?

Non ho una risposta certa, ma posso fare delle ipotesi. Forse, perché la religione è per la maggior parte dei miei connazionali spesso più un aspetto culturale che personale. Forse perché i riti, che hanno una valenza fondamentale per ogni società, portano le persone a farsi sempre meno domande.

D’altronde, se non ci fossero i riti e le ricorrenze, non saremmo nemmeno qui a parlare degli eventi che vogliono ricordarci a distanza di secoli e a porci domande sul loro significato.


Vocabolario 5

imperterriti = undaunted

(i) connazionali = compatriot

i riti = rituals

D’altronde = On the other hand

le ricorrenze = anniversaries

Fonti:
Enciclopedia online di Treccani , Treccani.it, https://www.treccani.it/enciclopedia/trinita/
– Chiesa Cattolica Italiana, Messa del giorno, https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/domenica-di-pasqua-risurrezione-del-signore-alla-messa-del-giorno/


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Seconda edizione del contest di scrittura in italiano per stranieri 🖊

hand holding a pen on a hand written diary

La conclusione comune e come votare le storie dei partecipanti

Quella che leggi sotto è la conclusione che i partecipanti al contest di scrittura 2024 hanno seguito come traccia, lavorando con la loro insegnante alle loro storie, che sono sono pubblicate qui sotto. Dal 9 al 19 marzo fino alla fine di marzo 2024 anche tu puoi votare la tua preferita con un commento.

Conclusione: “E quindi uscimmo a riveder le stelle.” (Dante Alighieri)

Come si vota

  1. Leggi tutte le storie pubblicate in questa pagina
  2. Scegli la tua preferita (una sola!)
  3. Attenzione: gli autori non hanno tutti lo stesso livello di italiano. Alcuni sono principianti, altri più esperti. Per favore concentrati sull’originalità e sulle emozioni che ti suscita la storia.
  4. Lascia un commento in fondo a questa pagina con il titolo della storia che hai scelto e una breve motivazione in italiano.

Le storie dei partecipanti alla II edizione del contest di scrittura:

WINNER:
Un ricordo d’infanzia
РJ̦elle

Un contest di scrittura nella città dell’amore

Tre grandi passioni – Mary

Un figlio nascosto – Despoina Xenikaki

Come l’Italia è veramente entrata nella mia vita? – Valmir Fernandes

Una vacanza in Sicilia…con figli


Leggi tutte le storie

WINNER: Un ricordo d’infanzia di Joëlle dalla Savoia

Ma cosa fa Nina, la mia nipotina, sulla terrazza a quest’ora? È buio e fa un freddo tremendo!

«Nina, rientra subito o domani sarai a letto con un bel raffreddore!»

«Nonno, volevo ammirare le stelle! Stanotte il cielo è proprio magnifico e mi hai promesso che mi avresti spiegato le costellazioni!»

«Non ho dimenticato la mia promessa! Ma adesso vieni a sederti accanto a me: ho acceso il camino, ti racconterò una storia di stelle, che mi è successa tanto tempo fa.»

«Sì, nonno, raccontamela!»

«Avevo più o meno la tua età, circa nove anni. Ero arrivato a casa di mio nonno per trascorrere le vacanze: lui era una famosa guida alpina, della montagna conosceva tutto! Sai, figliola, anche lui mi aveva fatto una promessa: portarmi a guardare le stelle e scoprirne il nome. Il momento era finalmente arrivato, tutto era pronto. Dovevamo salire in montagna, aspettare la notte per vedere il cielo stellato e dormire lì, in una capanna, come veri alpinisti. Mi sentivo felice e non vedevo l’ora di partire!

Quella mattina scesi la scala cantando ma quando entrai in cucina trovai il nonno preoccupato: “Gianni – mi disse – bisogna rimandare la gita, il meteo è cambiato e temo che stasera arrivi un temporale, non voglio rischiare.» 

Non saprei dirti quanto mi sentii deluso ed arrabbiato! Aspettavo da tanto tempo questa gita! Allora presi una decisione completamente pazza: non voleva portarmi? Beh! Sarei andato da solo! Ce l’avrei fatta!

Aspettai che il nonno uscisse dalla cucina e, zaino in spalla, sgattaiolai fuori senza farmi vedere.

Il sole splendeva in un cielo senza nuvole! Era proprio la giornata migliore per andare in montagna e guardare le stelle. Salivo come una capretta, pieno d’energia. Verso le undici, tirai fuori il pranzo e mangiai di buon appetito. Avevo appena finito, quando notai che delle nuvole stavano arrivando e il cielo cominciava a scurirsi. Ma ero un bambino testardo e non avevo intenzione di arrendermi!

Continuai a salire per raggiungere il colle… Il tempo diventava sempre più minaccioso, sentii la prima goccia di pioggia, poi la seconda e subito cominciò a diluviare. Dove rifugiarmi? La capanna era troppo lontana. E subito un tuono, un lampo! Il nonno aveva ragione. La mia felicità se ne era andata e cominciai ad avere paura.
Per fortuna, a due passi, scoprii una specie di grotta: “Andiamoci – pensai – almeno sarò all’asciutto fino a quando finisce il temporale!”.

Ma le ore passavano e il temporale continuava, sempre più forte. Era sceso il buio, e sembrava impossibile tornare indietro: avrei dovuto passare la notte in quella grotta, fredda ed umida? E se fosse stato il rifugio di un lupo? Del resto, mi era sembrato di sentire ululare. Ma forse l’avevo solo immaginato? Non avevo più niente da mangiare né da bere, ero tutto bagnato, solo, in una montagna diventata ostile, senza nessuno per proteggermi; non potevo fare nient’altro che aspettare.

E così trascorsi la notte ascoltando rumori sconosciuti e tremando di paura.

Mi svegliai sentendo gridare il mio nome: il nonno, dopo avermi cercato tutta la notte, finalmente mi aveva trovato. Mi prese tra le braccia e mi portò a casa senza una parola. Era molto arrabbiato, ma non mi rimproverò. Passai la giornata a dormire e a riflettere sulla mia avventura. La cena fu silenziosa. Alla fine mi alzai e abbracciai il nonno, chiedendogli perdono per la mia disobbedienza.

E allora avvenne una cosa che non dimenticherò mai: lui mi baciò e disse: «Il cielo è sereno di nuovo, andiamo a guardarlo?»

Mi coprì con il suo mantello, mi prese la mano e quindi uscimmo a riveder le stelle…


Un contest di scrittura nella città dell’amore

SOFIA

Se avessi saputo che anche Gabriele si era iscritto al contest di scrittura non avrei mai partecipato! Lo odio dai tempi dell’università, quando lui criticava tutto quello che scrivevo. Sembrava che solo lui potesse fare qualcosa di buono.

Questo atteggiamento mi infastidiva veramente e pensare che mi era piaciuto così tanto appena conosciuto!

Finita l’università, è diventato un famoso scrittore di romanzi bellissimi e questo mi innervosisce veramente! E la cosa peggiore è che amo i suoi libri, mentre sono sicura che lui pensa che io sia una scrittrice mediocre.

Ma oggi, al mio arrivo a Parigi per il contest, ho scoperto di dover lavorare proprio insieme a lui. Infatti scopo della gara è scrivere qualcosa in uno stile diverso dal proprio e i partecipanti dovranno lavorare a coppie. E io sarò  in coppia con Gabriele! Come sarà possibile, visto che i nostri stili di scrittura sono completamente diversi (così come i nostri romanzi) e che lui è un tale narcisista? 

Ma eccolo, è arrivato! Accidenti, è ancora così affascinante… e siamo qui, a Parigi, nella città più romantica, in uno stupendo albergo. No, non posso distrarmi: questo è solo lavoro.

GABRIELE

Quando mi sono svegliato, ho scoperto di essere già in ritardo il primo giorno del contest di scrittura. Ho appena il tempo per fare una doccia e vestirmi velocemente, per fortuna ho deciso di prendere una camera nello stesso albergo della competizione. Arrivato al banchetto per iscrivermi al contest mi paralizzo vedendo Sofia. Maledizione! Cosa ci fa lei qui? Speravo di non vederla mai più. Però devo ammettere che ha un’aria così determinata e sexy.

Mi sento ancora in colpa per come mi sono comportato con lei anni fa. Ero giovane e arrogante, pensavo di averle fatto una critica costruttiva, ma lei l’ha presa nel modo sbagliato, sul personale. Che carattere! Lei è stata così testarda da non volermi più parlare.

Nonostante tutto, Sofia è diventata una buona scrittrice. Non ha il mio stesso successo, ma apprezzo molto i suoi libri.

Devo dirle che li ho letti tutti. 

All’altoparlante annunciano le coppie degli scrittori che dovranno lavorare insieme… Mamma mia! Sono abbinato proprio a Sofia!

Dopo un primo momento di shock, realizzo che è un colpo di fortuna: finalmente ho l’opportunità di fare le cose bene con lei. 

Ora la saluto e le chiedo se possiamo parlare. Ma lei mi liquida in un minuto.

…Qualche ora dopo…

SOFIA

Wow, sento le farfalle nello stomaco. Mi sono bloccata, quando Gabriele mi ha parlato, non sono riuscita a dire nemmeno una parola. Una volta era così insopportabile, crudele, ma oggi c’è qualcosa in lui che mi attrae. Questa sera c’è la cena di apertura del contest, l’occasione per parlare con lui.

Se voglio vincere la gara, dovrò mettere una pietra sopra al passato e ricominciare da capo.

Entro nella sala del ristorante e lo vedo subito: i miei occhi sono attratti da lui come da una calamita. Faccio un respiro profondo e lo raggiungo.

«Gabriele, mi dispiace per questa mattina, penso che dobbiamo parlare» – gli dico con coraggio e determinazione.

Lui mi guarda con un’intensità che non mi aspettavo e mi dice: «Sofia, grazie, anche io devo parlare con te. Magari andiamo fuori in terrazza».

Poggia la sua mano sulla mia schiena e sento un brivido sulla pelle. Mi accompagna attraverso il corridoio fino al terrazzo.

Fuori è buio, ma l’aria è mite. Ci fermiamo e osserviamo le stelle in cielo. Abbassiamo lo sguardo, ci guardiamo negli occhi e, come fossimo la stessa persona, ridiamo e diciamo insieme: «E siamo usciti a riveder le stelle».


Tre grandi passioni di Mary da Londra

Ho due grandi passioni nella vita: i viaggi e il cibo.

Ah, e una terza passione, più importante delle altre, il mio adorabile compagno di vita, che ama viaggiare con me ed è uno chef molto bravo.

Ma questa storia non riguarda me e il mio compagno, la nostra storia romantica è per un’altra volta.

Era una sera di dicembre e stavo camminando per Mayfair a Londra verso l’Ambasciata Italiana. Fuori faceva freddo e all’improvviso rabbrividii e mi avvolsi strettamente nel cappotto.

Stavo andando a una festa mondana all’Ambasciata e presto mi unii alla festa in una bellissima sala di ricevimento.

La stanza era animata dal chiacchiericcio delle voci e dal tintinnio dei bicchieri di vino.

Dopo un po’, i camerieri iniziarono a muoversi per la stanza con vassoi di tartine e snack.

Ma il cibo sui vassoi sembrava molto strano. Questi non erano i soliti stuzzichini da cocktail party. Non vedevo bastoncini di formaggio o piccoli involtini di salsiccia o blinis di salmone.

Invece, alcune delle tartine avevano la forma di cubetti. Altri stuzzichini erano presentati in tubetti. E non erano molto gustosi.

Poi i camerieri girarono di nuovo per la sala con stuzzichini dall’aspetto di tortillas – tortilla di sgombro, quinoa e crema di porri e un’altra tortilla con pollo alla curcuma, funghi, riso integrale e piselli. Mi chiedevo perché tutto fosse presentato su tortillas e non su piccoli piatti.

Il successivo giro di piatti offrì alcuni piatti più tradizionali italiani, come piccoli bocconi di lasagne, risotto al pesto, caponata. Delizioso!

E poi il silenzio cadde nella stanza quando l’ambasciatore si alzò per parlare. Ma le sue prime parole furono smorzate mentre ingoiava un boccone del delizioso dessert che gli era appena stato servito. Potevamo solo sentire «mmm… Questo tiramisù è buono da morire!»

E poi si rivolse a una coppia elegantemente vestita che era in piedi accanto a lui e disse: «È con mio grande piacere dare il benvenuto alla signora Ingegnere Samantha Cristoforetti e al signor Chef Stefano Polato al nostro ricevimento di gala questa sera».

L’ambasciatore chiese: «Sapete qual è il legame tra queste due persone?»

Ero perplessa: quale poteva essere il legame tra un ingegnere e uno chef?

Poi l’ambasciatore proseguì:

«Sono lieto di darvi il benvenuto alla celebrazione della Giornata Nazionale dello Spazio 2023.

Siamo stati molto lieti di offrirvi assaggi di piatti consumati in orbita dagli astronauti. Avete assaggiato esempi dei primi “piatti” – cubetti e tubetti – che vengono mangiati dagli astronauti. Interessanti ma forse non appetitosi!

Ma quando nel 2014 Samantha è andata nello spazio – la prima donna astronauta italiana – ha chiesto a Stefano di sviluppare alcuni piatti sani e accattivanti da poter preparare mentre era in orbita. Ed è stato allora che gastronomia, scienza e nutrizione si sono incontrate!

Più recentemente, con più innovazione e sviluppo, gli astronauti italiani sono stati in grado di gustare cibo italiano autentico e di buon gusto – anche il tiramisù!»

L’ambasciatore dichiarò:

«Siamo qui per celebrare i nostri astronauti che viaggiano nello spazio ma anche la nostra cultura enogastronomica. Per favore, godetevi la serata!»

Mi fermai per un attimo a riflettere su quanto fosse stata speciale per me questa serata, unendo due dei miei grandi amori: il viaggio e il cibo!

Alla fine della serata, presi il mio cappotto e, con una folla di altri, iniziai a pensare all’esperienza di mangiare in orbita cibo preparato sulla terra, guardando la terra da lontano.

Poi il grande portone di ingresso venne aperto, e uscimmo a riveder le stelle.


Un figlio nascosto di Despoina Xenikaki da Londra

Il cielo era chiaro la sera di domenica. C’erano miliardi di stelle che, se solo si guardasse in alto, si potrebbero vedere.

Con mia moglie, avevamo già finito la cena e abbiamo deciso di rilassarci nella veranda della nostra casa. Ho preso la bottiglia di vino e l’ho portata fuori. Lei era andata nella camera per prendere una camicia perché faceva un po’ freddo.

Mentre l’aspettavo, il telefono suonò.

«Ciao Giorgio» una voce disse.

«Ciao, chi è?» ho detto.

«Ho deciso di telefonarti ma non so se ho fatto bene. Perché devo dirti una verità che so da tanti anni».

Ero sorpreso ma anche curioso: «Scusi, mi dica chi è lei!», ho detto.

«Sono tuo fratello» lui ha risposto con una voce calma.

Non avevo un fratello, neanche una sorella, ero un figlio unico. Ma non ho detto niente, sono rimasto silenzioso.

«Ho deciso di telefonarti perché volevo che tu sapessi. Nostra madre me l’ha detto molti anni fa ma mi ha fatto promettere di non dirti la verità. Era un po’ imbarazzata».

«Ma come è possibile?»

«Nostra madre aveva una storia d’amore durante la guerra, prima di incontrare tuo padre. Ha conosciuto un ragazzo giovane ma purtroppo lui morì dopo la loro conoscenza. Era andata a vivere con sua zia, Emilia, che sapeva tutto. La zia l’ha aiutata con la mia nascita e poi ha trovato una famiglia che voleva dei figli però non poteva averne. E quelli erano i miei genitori. Quando avevo 30 anni, ho trovato una lettera scritta per me che era da parte sua. Ho parlato con i miei genitori che mi hanno confermato che non ero il loro figlio biologico. E un giorno ho deciso di andare a conoscerla. Era molto felice vedermi e mi ha parlato di te. Voleva che dopo la sua morte noi ci incontrassimo. Avevo paura di fare questa telefonata ma se vuoi, possiamo incontrarci quando tu vuoi. Ti do il mio numero.»

«Grazie» ho detto e ho messo il telefono nel suo posto. Mi sentivo che forse avrei perduto la mia voce, il mio respiro.
Non potevo credere alle cose che lui ha detto. Volevo da sempre avere un fratello o una sorella e ora ne avevo uno. La mia testa era piena di domande, perché nostra madre non mi ha detto niente? Perché non mi ha parlato di lui?

Ero perduto nei miei pensieri quando mia moglie era arrivata. «Ma che è successo, chi era? Sei un po’ pallido» lei disse.

«Era mio fratello».

«Ma che fratello, non hai un fratello!»

«Infatti, stasera ho scoperto di averne uno da sempre ma non lo sapevo.»

«E ti ha telefonato per dirtelo? Forse si tratta di una bugia.»

«No, sembrava onesto.»

Mentre eravamo nella veranda, non parlavamo. Era come se avessimo bisogno di tempo per accettare che il mondo che conoscevamo era cambiato. Una nuova persona era entrata in questo mondo senza il nostro permesso. Il nostro mondo era cambiato con forza.

«Forse vado un po’ dentro per riposarmi».

«Va bene. Andiamo».

Mi sono messo a letto accanto a mia moglie. Ho chiuso gli occhi e alla fine mi ero addormentato. Non so quanto tempo era passato da quel momento. Quando ho aperto gli occhi, ho trovato mia moglie che stava leggendo un libro.

«Ti sei addormentato.»

«Si, ma non so per quando tempo. Che ora è?»

«Sono le 21.00, è ancora presto. Andiamo nella veranda? E una bella notte. Forse troverai risposte alle tue domande guardando le stelle.»

«Sì, andiamo.»

E quindi uscimmo a riveder le stelle.


Come l’Italia è veramente entrata nella mia vita? di Valmir Fernandes dal Brasile

Io ho 63 anni e lavoro per un’azienda di cinema. Abito a Dallas, Texas, negli Stati Uniti da diciotto anni. Durante tutti questi anni ho visitato più di venticinque Paesi, ma per una ragione sconosciuta non ero mai riuscito a conoscere l’Italia.

Questo fatto potrebbe essere considerato normale se non si fosse saputo della mia origine italiana.

Sono cresciuto insieme a miei nonni, entrambi di Treviso e immigrati in Brasile nel 1927. Di domenica andavamo tutti a casa della nonna. Ho vissuto con una cugina che mi ha insegnato ad amare la musica Italiana di Sergio Endrigo e Peppino di Capri.

Tutta la mia famiglia era tifosa della squadra di calcio “Palestra Italia”, una società fondata a inizio Novecento che aveva come tifosi tutti gli immigrati italiani in Brasile. Persino essere cresciuto in questo ambiente bianco-verde-rosso, io non avevo mai deciso di visitare l’Italia. Onestamente, nemmeno io capisco il perché.

Questa situazione è cambiata quando la mia mamma, una vera mamma italiana anche se nata in Brasile, ha raggiunto gli 85 anni, e dopo la pandemia ha cominciato a perdere la memoria a breve termine. Come una parte di questo processo, lei ha ricominciato a parlare un po’ in Italiano come faceva con i suoi genitori quando era giovane.

Di fronte a questo fatto irreversibile, ho deciso di imparare l’italiano per provare qualche chiacchierata con la mia mamma. Ho notato che questo la faceva molto felice, anche se all’inizio io non parlavo quasi niente.

Per accelerare il processo, io ho deciso di cercare una scuola di italiano on line, e fortunatamente ho incontrato Barbara, dopo Federica e Laura.

La mia passione e il mio interesse per l’Italia sono cresciuti senza controllo. Negli ultimi dodici mesi ho visitato l’Italia quattro volte, e già non vedo l’ora di ritornarci ancora una volta.

Ho anche deciso di ricercare le origini della nostra famiglia e mentre facevo ricerca del mio albero genealogico ho incontrato Lorenzo, un cugino di terzo grado che abita vicino a Venezia. Nel mio ultimo viaggio, ho visitato le città di Mogliano Veneto e Casale sul Sile dove abitano Lorenzo e la sua moglie. Lui mi ha portato a visitare anche le case dove hanno vissuto i miei nonni prima di emigrare in Brasile.

Io credo che la mia connessione con l’Italia sia appena cominciata, credo che sia anche possibile pensare di vivere in Italia quando andrò in pensione.

Il mese scorso ho visitato mia mamma un’altra volta, e come sempre chiacchieravamo in italiano dopo la cena sul balcone della casa. Io raccontavo della visita a nostro cugino e delle case dove vivevano i suoi genitori. All’improvviso lei è tornata alla sua infanzia ricordando momenti vissuti insieme ai suoi genitori: «E quindi uscimmo a rivedere le stelle.»


Una vacanza in Sicilia… con figli

Siamo “scesi” in Sicilia per una vacanza, hip hip urrà! Che emozione, isola magica, storia, cibo, natura, e… niente da fare con dei bambini piccoli nel periodo invernale.

Ho chiesto a mia moglie «Ma abbiamo scelto bene? È la destinazione giusta per noi? I bambini si divertiranno?»

Sì, mi ha detto, loro amano i paesi, andare in giro, vedere le finestre dei negozi… «Boh, non lo so» ho pensato io, spero che vada bene, e che non passino tutto il tempo con i loro giochi preferiti: urlare POZZO CACCAAA! nei vicoli pittoreschi, cantare ad alta voce HAI FATTO UNA SCOREGGIONAA! nelle piazze storiche (patrimonio Unesco), correre e saltare sulle rampe davanti alle chiese.

Poi mi sono ricordato: è il periodo di Natale, tutto deve essere decorato e illuminato, spero che si divertano. E poi…c’è l’Etna! Il famoso vulcano attivo, raggiungibile con la funivia e un pullman 4×4. Che esperienza magica, quello sarà il top della nostra vacanza!

Arrivati a Messina, vediamo il famoso orologio della cattedrale, alle 12:00 escono i pupazzi che si muovono… i miei bambini erano più affascinati da una lattina di spazzatura che rotolava con il vento qua e là.

Taormina era così calda che sono riusciti anche a immergere i piedi nel mare. A Catania con il suo street food si sono innamorati delll’arancino: da quel giorno vedono arancini ovunque, emoji sul telefono, disegni animati, o pupazzi strani nel supermercato. A Siracusa i pompieri hanno fatto uno spettacolo con la befana, e a Noto abbiamo trovato la miglior granita.

È arrivato il giorno che aspettavamo – salire sull’Etna! Guardando il vulcano da valle sembrava tutto pieno di neve. Sapevamo che era alto, abbiamo portato i guanti, i cappelli e vestiti caldi, ma non proprio la tuta per la neve: aiuto! Però in teoria saremo protetti sia sulla funivia che sul pullman 4×4 – dovremmo fare solo una salita a piedi, massì anche senza tuta ce la facciamo!

Partiamo con la navetta, la montagna è sempre là all’orizzonte: alta, nera, non c’è nient’altro di simile intorno. Il paesaggio è unico. La visibilità di questo giorno era fantastica, tutto chiaro. La strada ha iniziato a curvare, qui e lì, la terra è nera, tutto spoglio, non ci sono alberi e quasi neanche una pianta.

Ho pensato a Frodo Baggins nel suo viaggio per Mordor ne “Il Signore degli Anelli”, a quanto difficile era. Arriviamo al parcheggio: hop sulla funivia, bellissimo! Hop sul pullman 4×4, incredibile! Iniziamo a camminare. “Sono stanca!” dice mia figlia. «Non voglio camminare!» dice mio figlio. Tutto intorno è nero come il carbone, rocce vulcaniche… sono sicuro che Mordor era così! Dobbiamo resistere come ha fatto Frodo! Dobbiamo essere forti per sopravvivere a questo viaggio!

«Ho freddo!» dice mia figlia, «ho fame!» dice mio figlio, camminando sulla neve e le rocce. La topografia è così unica… ci sentiamo sulla luna. «Il vento mi da fastidio» dice mia figlia, «io non cammino più!» dice mio figlio.
Il picco era là, davanti a noi, si poteva quasi toccarlo, e del fumo continuava a uscire. Siamo quasi arrivati al cratere, il punto più alto di questa visita, la guida si ferma.

Mio figlio dice che il sole gli brucia gli occhi, mia figlia dice «l’odore mi da fastidio». Il cielo è chiarissimo; come in una foto si vedono la Calabria, Siracusa, il golfo di Catania… che spettacolo.

NON VOGLIO CAMMINARE PIÙ!!! Urlano i miei due coraggiosi Frodo Baggins. Io e mia moglie ci guardiamo «Andiamo via» e in un attimo arriviamo giù, nella sicurezza della civiltà.

E così uscimmo a riveder le stelle.


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Le canzoni dei cartoni

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Se mi segui da un po’, sai che non vivo in Italia da due anni. Te lo ricordo senza paura di essere considerata meno italiana per questo, dal momento che ho trascorso trent’anni (cioè il 90% della mia vita) tra Piacenza, dove sono nata e vive la mia famiglia di origine, e Milano, dove ho studiato e lavorato.

Questo significa che conosco bene quell’abitudine molto italiana di parlare di un certo passato comune, quando ci si ritrova con gli amici e i colleghi attorno a un tavolo.

Se vivi in Italia e hai amici italiani, sai di cosa sto parlando e forse ti è capitato di sentire conversazioni simili a questa:

«Ma vi ricordate quando facevamo la coda in edicola dopo scuola per comprare le figurine?»
«Mia sorella si offriva sempre di fare la coda per me, così si comprava anche il Cioè* di nascosto da mamma e papà»
«E poi via di filata a casa, che iniziava Bim Bum Bam!»

«Do you remember when we used to queue up at the newsstand after school to buy the stickers?»
«My sister always offered to stand in line for me, so we could also buy Cioè magazine without mom and dad knowing.»
«And then straight home, with Bim Bum Bam starting!»

Ti ho fatto la traduzione in inglese, perché mi chiedo cosa possa capire di queste frasi in italiano una persona che non è cresciuta in Italia. Non perché le manchino la capacità di comprensione o il lessico, ma perché le mancano – inevitabilmente – certi riferimenti culturali.

Tali riferimenti culturali sono l’eredità di un mondo in cui le abitudini mediatiche dipendevano da un’offerta circoscritta. C’erano le riviste e i giornali cartacei, la radio e, soprattutto, la televisione.


Vocabolario 1

Dal momento che = Since / Given that

di origine = of origin (birth family)

quando ci si ritrova = when there’s a gathering

ti è capitato di = it occurred to you / it happened to you

l’eredità = the heritage

le abitudini mediatiche = media habits

circoscritta = limited

le riviste = magazines


La televisione ha forgiato lingua, costumi e gusti degli abitanti del Paese fino all’arrivo di internet, dei canali digitali e delle piattaforme di streaming. Tuttavia, come ti ho raccontato nell’episodio sul Festival di Sanremo, la televisione non ha ancora smesso di esercitare la sua influenza in Italia.

Certo, quando si vive in un ambiente internazionale, come una grande metropoli, le conversazioni prendono le distanze da vissuti particolari (in inglese diremmo backgrounds). Ma dal momento che l’Italia è composta principalmente da piccoli comuni e città di provincia, saper cogliere le sfumature diventa importante.

È con questa lunga premessa che oggi voglio provare a raccontarti una storia che, spero, ti permetterà di avvicinarti a un aspetto della cosiddetta “cultura pop”, la cultura popolare contemporanea e, auspicabilmente, a prendere parte a conversazioni da cui altrimenti rimarresti escluso o esclusa.

Questa storia parla di pre-adolescenza, televisione e persino del Giappone.


Vocabolario 2

Ha forgiato = Has shaped / Has molded

non ha ancora smesso di esercitare la sua influenza = Has not yet ceased to exert its influence

un ambiente internazionale = An international environment

i comuni = the municipalities

le città di provincia = provincial towns / provincial cities

saper cogliere = To be able to grasp / to catch

la premessa = the premise

auspicabilmente = hopefully

da cui altrimenti rimarresti escluso o esclusa = From which otherwise you would remain excluded


Il fenomeno dei cartoni animati giapponesi in Italia

Dal 1981 al 2002 la rete televisiva italiana Mediaset ha trasmesso il programma televisivo dedicato ai bambini chiamato “Bim Bum Bam”. Per ben ventun anni, nella fascia pomeridiana, i bambini e i pre-adolescenti di tutta Italia rimanevano incollati alla tv per l’imperdibile appuntamento con i loro cartoni animati preferiti, cioè quelli di cui tutti avrebbero parlato il giorno dopo a scuola.

Il palinsesto era pensato bene: “Bim Bum Bam” andava in onda al rientro da scuola quando, in coincidenza con la merenda, i genitori potevano contare su due ore “libere” per poter fare le loro faccende. (Ehm… Quello sarebbe stato anche il periodo dei compiti, ma su questo punto sorvolerei).

I contenuti di questo “programma contenitore” (“Bim Bum Bam”) erano per lo più cartoni animati, talvolta inframmezzati da brevi sketch da parte di conduttori televisivi che interagivano col pupazzo animato Uan, un simpatico cane rosa. Questi cartoni animati erano tutti di origine giapponese.

Estratto di Bim Bum Bam con Paolo Bonolis e Uan 1985 in cui si possono ascoltare diversi giochi di parola

Marco Pellitteri, esperto di diffusione dell’animazione giapponese in Italia e in Occidente, scrive in un articolo:

«L’Italia è il paese occidentale che vanta la maggior distribuzione di anime, cioè film e serie televisive d’animazione giapponesi. […] Un’ampia gamma di prodotti letterari e di intrattenimento giapponesi è divenuta il centro attorno al quale un numero sempre crescente di giovani fan si riunisce e si impegna in attività culturali di socializzazione fra pari.»


Vocabolario 3

ben = even

rimanevano incollati alla tv = they remained “glued” to the TV

l’imperdibile = unmissable

Il palinsesto = the tv programming

al rientro da scuola = upon returning from school

in coincidenza con la merenda = coinciding with snack time

le loro faccende = their chores

i compiti = the homework

sorvolerei = I would overlook / I would skip

per lo più cartoni animati = mostly cartoons

inframmezzati = interspersed

il pupazzo animato = the animated puppet

un’ampia gamma = a wide range

pari = peers


Ci sono due motivi che spiegano il successo dei cartoni animati giapponesi in Italia.

Il primo è economico.

Devi sapere che in Italia la televisione pubblica, cioè la RAI, ha dominato il panorama mediatico dalla prima trasmissione andata in onda nel 1954 fino al 1976, anno della liberalizzazione delle concessioni televisive che ha portato alla nascita delle televisioni commerciali. Si trattava di reti televisive locali private, alcune delle quali sono state acquistate dal gruppo Mediaset dell’imprenditore e politico Silvio Berlusconi.

In questo periodo, queste reti televisive, per riempire i loro palinsesti, cominciarono ad acquistare numerose serie vecchie e nuove dai principali network televisivi giapponesi, che proponevano prezzi molto competitivi poiché il valore dello yen era piuttosto basso.

Una precisazione su Mediaset. Inizialmente “Bim Bum Bam” era trasmesso sull’emittente televisiva Antenna Nord, che era una di queste reti private, poi acquisita dal gruppo Fininvest di Silvio Berlusconi, di cui Mediaset fa parte dal 1993.

Il secondo motivo del successo dei cartoni animati giapponesi in Italia è legato alla frequenza.

Se quelle stesse serie in Giappone venivano mandate in onda a cadenza settimanale, in Italia, invece, le puntate andarono in onda a ritmo per lo più quotidiano.

Scrive sempre Pellitteri:

«Nei canali italiani vi fu un sovraccarico di anime: nel periodo che stiamo prendendo in esame nella maggior parte delle televisioni private – nazionali e regionali – si arrivava fino a sei-otto ore di anime trasmessi al giorno: con un simile punto di partenza, il boom italiano non poteva che diventare una dominante per almeno vent’anni. Questo genere di programmazione contava sul fatto che se il piccolo telespettatore non fosse stato in grado di vedere la puntata in onda quel giorno specifico, non avrebbe potuto recuperarla, non essendo previste repliche. L’aspetto cruciale di questa strategia fu in pratica il “qui e ora” […]»

In altre parole, Pellitteri osserva che i bambini e i ragazzi cresciuti tra la metà degli anni Settanta e i primi anni Duemila, non avevano ancora sperimentato la flessibilità della tv in streaming e sapevano bene che, se volevano prendere parte alle conversazioni tra amici, non potevano perdersi l’appuntamento quotidiano con i cartoni animati del pomeriggio.

Sigla del cartone animato “È quasi magia Johnny” cantata da Cristina D’Avena
Sigla del cartone animato “Il mistero della pietra azzurra” cantata da Cristina D’Avena
Sigla del cartone animato “Kiss me Licia” cantata da Cristina D’Avena

È così che oggi quei cartoni animati sono diventati una delle colonne portanti della cultura pop italiana contemporanea, anche e soprattutto grazie alle sigle (la sigla è la canzone introduttiva e conclusiva di ogni episodio) imparate a memoria in un tempo in cui la tv in diretta non permetteva l’opzione “salta intro” di Netflix.

Le canzoni dei cartoni animati giapponesi sono così diventate un marchio di appartenenza di generazioni che negli anni hanno riempito compilation di CD da ascoltare in vacanza con gli amici e successivamente playlist di Spotify da ballare alle feste. Con che cosa? Con le sigle dei cartoni cantati da Cristina D’Avena.


Vocabolario 4

i motivi = the reasons

il panorama mediatico = the media landscape

la liberalizzazione delle concessioni televisive = the liberalization of television concessions

limprenditore = the entrepreneur

riempire = to fill

a cadenza settimanale = at intervals /weekly

un sovraccarico = an overload

non fosse in grado di = was not able to

non avrebbe potuto recuperarla = would not have been able to recover it

le colonne portanti = the main pillars / the mainstays

salta intro = skip intro

un marchio = a brand


Cristina D’Avena inizia la sua carriera di cantante giovanissima, ma davvero giovanissima. Aveva infatti tre anni quando si è esibita davanti al pubblico televisivo della gara canora per bambini chiamata “Zecchino d’Oro” con la canzone “Il valzer del moscerino”, che ancora oggi tutti gli italiani hanno cantato ai loro bambini almeno una volta nella vita.

Ma è con le sigle dei cartoni animati che Cristina d’Avena diventa famosa, rimanendo per anni la regina italiana della musica per bambini, per poi essere affiancata dalla voce maschile di Giorgio Vanni, che comunque non le toglierà il trono.

Negli anni Ottanta, Cristina d’Avena inizia la lunga collaborazione con Mediaset, lavorando anche come attrice. Infatti, il successo dell’anime giapponese “Kiss Me Licia” (titolo originale “Ai shite Naito”, letteralmente “Amami cavaliere”) porta alla realizzazione di una serie televisiva in cui la stessa Cristina interpreta la protagonista. D’Avena lavora anche come conduttrice televisiva e radiofonica e inizia a esibirsi dal vivo, cantando le famose sigle dei cartoni giapponesi davanti a pubblici appassionati.

Nella sua lunga carriera, Cristina d’Avena ha pubblicato 313 album, tra sigle dei cartoni, canzoni scritte da lei e cover. Nel 2017 e 2018 ha inciso due dischi in collaborazione con i più famosi cantanti italiani del momento, che cantano insieme a lei le più famose sigle dei cartoni animati giapponesi. Oggi partecipa a programmi televisivi e continua a organizzare concerti in giro per l’Italia, in occasione di eventi culturali e feste aziendali.

Nel frattempo, il fenomeno degli anime giapponesi in Italia, non si esaurisce nella nostalgia delle sigle dei cartoni animati degli anni Ottanta e Novanta. Oggi trova un nuovo pubblico di giovani che, con modalità diverse rispetto al passato, fruisce di nuovi contenuti.

Queste serie animate giapponesi, a differenza del passato, sono libere dalle scelte di palinsesto delle reti televisive e libere dai numerosi adattamenti e dalle tante censure che hanno subito a causa del gusto e dei “valori” del tempo. Questi prodotti culturali giapponesi, fruibili sulle piattaforme in streaming più note come Netflix e su quelle più settoriali come Crunchyroll, rispondono ai gusti di un pubblico sempre più esigente, che oggi conosce bene la cultura giapponese e le sue sfaccettature, e che oggi sa che la ricchezza artistico-valoriale degli anime non può più essere relegata al contenitore dei cartoni animati per bambini.


Vocabolario 5

per poi essere affiancata da = to then be accompanied by

non le toglierà il trono = will not remove her from the throne

interpreta = plays the role of

la conduttrice = the host / the presenter

dal vivo = live

i pubblici appassionati = the passionate audiences / the devoted fans

due dischi = two albums

non si esaurisce nella nostalgia = does not end in nostalgia

gli adattamenti = the adaptations

le censure = the censorship

hanno subito = have undergone / have suffered

fruibili = accessible / available

esigente = demanding / rigorous

sfaccettature = facets / aspects

essere relegata = to be relegated

Approfondimenti:

Р*Cio̩: https://www.ilpost.it/2024/02/07/cioe-un-vecchio-giornale-per-giovanissime/
– **Zecchino d’Oro: https://zecchinodoro.org/chi-siamo/origine-del-nome/

– Lorenza Negri, I 30 cartoni animati giapponesi che hanno segnato gli anni ’80, Wired.it, 18 aprile 2022, https://www.wired.it/gallery/cartoni-animati-giappones-anni-80-foto/

Fonti:
– Nicola Baroni, Circuiti di mille valvole | Gli italiani hanno guardato molti più cartoni giapponesi dei loro coetanei europei, Linkiesta.it, 29 maggio 2020, https://www.linkiesta.it/2020/05/cartoni-animati-giapponesi-vedere/
– Marco Pellitteri, Il boom degli anime in Italia 1978-1984: l’eccezionale successo dell’animazione giapponese, Animata | Rete di divulgazione e ricerca sul cinema d’animazione dell’Università degli Studi di Padova, 31 maggio 2025, https://animata.beniculturali.unipd.it/wp-content/uploads/2015/09/Cabiria-179-Pellitteri.pdf
– Carlo Adriani, Le 50 peggiori censure degli anime in Italia, Wired.it, 9 aprile 2018, https://www.wired.it/play/televisione/2018/04/09/censure-anime-italia/


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Reggio Emilia e la bandiera italiana

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Il passaggio dal vecchio al nuovo anno è il momento in cui i capi di Stato tengono tradizionalmente un discorso ai cittadini. In Italia, come ogni anno, il 31 dicembre è stato trasmesso il discorso del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che è il capo dello Stato italiano.

Il discorso del Presidente della Repubblica Italiana il 31 dicembre 2023

Sono certa che discorsi di questo tipo ci sono stati anche nel Paese in cui vivi. 

Questi discorsi possono essere molto diversi tra loro da Paese a Paese ma anche all’interno dello stesso Paese, anno dopo anno. 

C’è una cosa che, però, accomuna tutti questi discorsi… La presenza della bandiera.

La bandiera italiana è chiamata anche “tricolore” perché è composta da tre sezioni di diverso colore: verde, bianco e rosso.

Queste tre sezioni, o “fasce”, sono ispirate al modello francese del 1790. Ricordiamo che l’Italia ha vissuto la dominazione napoleonica a partire dalla prima campagna che Napoleone condusse tra il 1796 e il 1799 fino al dominio sul cosiddetto Regno d’Italia che durò dal 1805 al 1814.

Il verde, il bianco e il rosso erano contenuti negli stendardi dei reparti militari “italiani” costituiti per affiancare l’esercito di Napoleone Bonaparte. La scelta di questi colori è quindi legata a questo periodo storico, ma successivamente tali colori assumono un diverso significato.


Vocabolario 1

un discorso = a speech

la bandiera = the flag

le fasce (plurale di “la fascia”) = the bands

condusse (passato remoto di “condurre”) = he led

gli stendardi (plurale di “lo stendardo) = the banners

affiancare = to flank

è legata a = it is linked to

assumono = (the colours) take (a different meaning)


Il 1797 è l’anno in cui incontriamo la prima forma ufficiale della bandiera italiana.

È qui che entra in scena Reggio Emilia, la città famosa per aver dato i natali, nel 1474, al celebre poeta Ludovico Ariosto (l’autore dell’Orlando Furioso) e – più recentemente – a un approccio educativo per la scuola dell’infanzia noto in tutto il mondo come Reggio Emilia Approach.

La bandiera nazionale italiana è nata proprio a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797. Quel giorno i rappresentanti delle quattro città di Reggio Emilia, Modena, Bologna e Ferrara, riuniti in Congresso, proclamarono il tricolore bianco, rosso e verde come vessillo della Repubblica Cispadana, una delle repubbliche nate in seguito alla prima campagna napoleonica.

Sul sito web del Quirinale, cioè la sede della Presidenza della Repubblica che si colloca in un palazzo posto sull’omonimo colle romano (cioè uno dei colli della città di Roma), si legge che:

Fu proprio in quegli anni che la bandiera venne avvertita non più come segno dinastico o militare, ma come simbolo del popolo, delle libertà conquistate e, dunque, della nazione stessa.


Vocabolario 2

entra in scena = comes onto the stage

aver dato i natali a = give birth to, be the birthplace of

i rappresentati (plurale di “il rappresentante”) = the spokespersons, the representative, the delegates

proclamarono (passato remoto di “proclamare”) = proclaimed, declared

il vessillo = the standard, the banner

cioè = that is

si colloca (collocarsi) = it is situated

posto (passato prossimo di “porre”) = located

il colle = the hill


Quando ho visitato per la prima volta Reggio Emilia, l’ho trovata una città molto piacevole.

Mi è parso subito che i colori del tricolore fossero parte dell’identità della città.

Il verde è il colore dei suoi numerosi parchi e dei tanti giardini che, passeggiando per le vie del centro storico, si fanno notare con le fronde degli alberi che sfuggono alle murature esterne delle case.

Il rosso è quello dei mattoni e degli intonaci caldi tipici delle città emiliane e il bianco è quello dei capelli canuti dei tanti pensionati che, tra una partita a carte e un bicchiere di vino al bar, tengono vivo il dialetto, come accade tipicamente in tutte le città italiane.

Sono sicura che, se dovessi trovarti in viaggio a Reggio Emilia, loro non esiterebbero a consigliarti le meraviglie della loro città. Forse, prima ti inviterebbero a provare l’“erbazzone”, una deliziosa torta salata che non manca mai in panetterie per pranzo e bar per l’aperitivo. Subito dopo, probabilmente, ti chiederebbero se hai visitato il Museo del Tricolore all’interno del Palazzo Comunale. 

È lì che si trova la storica Sala del Tricolore dove nacque la bandiera italiana e che è ora sede del Consiglio Comunale e delle più importanti manifestazioni istituzionali della città.


Vocabolario 3

piacevole = pleasant

fosse (congiuntivo imperfetto di “essere”) = was

le fronde = fronds, leafy branches

le murature = the walls

gli intonaci = the wall plasters

canuti (aggettivo plurale di “canuto”) = white-haired

i pensionati = retired people

una partita a carte = a card game match

il dialetto = the dialect

non esiterebbero (condizionale presente di “esitare”) = they wouldn’t hesitate to

una torta salata = a quiche

nacque (passato remoto di “nascere”) = was born


Fonti:

  1. https://www.quirinale.it/page/tricolore
  2. https://www.comune.re.it/argomenti/cultura/reggio-emilia-citta-del-tricolore

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Pensi mai agli ascensori?

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INDICE:
La paura degli ascensori
L’ascensore nei prodotti culturali
L’invenzione dell’ascensore
L’Italia e gli ascensori
Sondaggio (Poll)

La paura degli ascensori

Quando ero piccola, avevo il terrore degli ascensori. Davvero, anche solo l’idea di entrare dentro una di quelle strette scatole rumorose che servono per salire negli appartamenti in cui solitamente vivono gli italiani mi faceva venire le lacrime agli occhi.

Una volta entrata, stringevo stretti i pugni e socchiudevo gli occhi, fissi sulla fessura tra le due porte automatiche che – in un tempo che a me sembrava infinito – mostrava uno spiraglio di luce ad ogni piano raggiunto. Non era mai il nostro.

“E se ci blocchiamo adesso?”
“E se l’allarme non funziona?”
“E se nessuno lo sentirà?”
“E se… Mi scappa la pipì?”

Queste erano le domande che mi passavano per la testa durante quel lento supplizio di risalita di un qualche edificio della mia città.

Sicuramente deve esserci stata una causa da qualche parte nella mia infanzia per questa particolare forma di claustrofobia.

Ricordo che una volta, nel palazzo in cui viveva una mia compagna di classe, le porte dell’ascensore erano impazzite. Si aprivano e chiudevano ininterrottamente e irregolarmente, però tutto il resto funzionava. Il papà della mia amica si era messo in mezzo, facendo forza con le spalle, per permetterci di entrare e quindi premere il pulsante 4. Il punto era chiaro: meglio una spalla lussata che il fiato corto dopo quattro rampe di scale a piedi, no?

Un’altra volta, ero nell’edificio dove viveva la mia tata. Avevamo dovuto prendere le scale perché l’ascensore era rotto. A un certo punto della nostra ascesa, ecco che ci appare la cabina bloccata a metà tra un piano e l’altro. Mi aveva fatto venire i brividi. C’è qualcosa di inspiegabilmente fastidioso nell’osservare lo spazio che occupa la tecnologia che non funziona.

Forse è a causa di queste esperienze che nella mia vita da adulta cerco di evitare l’uso degli ascensori il più possibile. Ogni volta che posso, prendo le scale al posto dell’ascensore. Mi sembra un ottimo esercizio fisico, che mi fa pure risparmiare i soldi della palestra.

Questo almeno è quello che pensavo prima di diventare mamma, quando il passeggino è diventato un accessorio indispensabile per le mie uscite quotidiane. Inutile spiegare che la presenza dell’ascensore in un qualsiasi luogo pubblico o privato è diventata improvvisamente di grande importanza per me.

Quando sono a Londra, per esempio, tengo sempre a portata di mano la mappa che indica gli accessi “step free” della metropolitana anche se qualche volta mi è capitato di dover chiedere aiuto ai passanti per sollevare il passeggino (e il suo contenuto, cioè un bambino che pesa ormai 10 chili) lungo le scale.


Vocabolario 1

strette = tight

servono per = are meant for

stringevo = I squeezed

socchiudevo = I squinted

fissi su = focused on

la fessura = the hairline crack

lo spiraglio = a small opening

il piano = the floor

Mi scappa la pipì = I need to pee

il supplizio = the torment

l’infanzia = childhood

la compagna di classe = the classmate

erano impazzite = they got crazy

si era messo in mezzo = he put his body (himself) in the middle

lussata = dislocate

il fiato corto = breathless

le rampe (di scale) = flights of stairs

la tata = the nanny

mi aveva fatto venire i brividi = It made me shiver (it scared me)

al posto di = instead of

il passeggino = the buggy, the pram

a portata di mano = at your fingertips, at hand


L’ascensore nei prodotti culturali

In quelle occasioni, non posso fare a meno di pensare a quanto gli ascensori abbiano un valore ben più che rilevante per chi convive con una disabilità legata alla mobilità fisica. Gli ascensori funzionanti, per queste persone diventano imprescindibili.

Lo mostra in modo efficace l’episodio n.7 della quarta stagione della serie britannica Sex Education, in cui uno studente della scuola secondaria non riesce a partecipare agli esami che hanno luogo al secondo piano dell’edificio a causa di un guasto dell’ascensore. Le scale non sono un’opzione per lui, che si può spostare solo in carrozzina.

La presenza degli ascensori nei prodotti culturali non è un affare recente. L’ascensore come luogo sociale compare, infatti, tanto in film quanto in serie tv da un sacco di tempo. Ti cito alcuni titoli come esempio:

  • Only murders in the building, una serie americana del genere comedy-mystery (prima stagione uscita nel 2021) che è principalmente ambientata in un lussuoso palazzo di Manhattan dove l’ascensore è il pretesto per molti sviluppi della storia.
  • Grand Budapest Hotel, il colorato e fortunato film di Wes Anderson del 2014, ambientato proprio in un hotel il cui ascensore con seduta viene più volte usato dal concierge.
  • L’avvocato del diavolo, il film del 1994 con Al Pacino e Keanu Reeves, in cui la porta dell’ascensore si chiude proprio dopo che è stata fatta una proposta diabolica.
  • La fabbrica di cioccolato, il celebre libro per ragazzi dell’autore Roald Dahl pubblicato per la prima volta nel 1964 e divenuto poi un film nel 2005. Sono certa di non fare spoiler nel dire che lo stravagante ascensore di cristallo della fabbrica si trasforma nel mezzo di trasporto che ospita tutta la famiglia del protagonista (incluso il nonno allettato). Non a caso, il sequel del libro si chiama proprio Il grande ascensore di cristallo.

Vocabolario 2

non posso fare a meno di = I can’t help

legata a = linked to, related to

imprescindibili = essential

un guasto = an error (the lift was out of order)

si può spostare = can move

in carrozzina = on the wheelchair

un affare = an issue

Ti cito = I quote

il pretesto = the excuse

con seduta = with seat

allettato = unable to move from the bed


L’invenzione dell’ascensore

Ma quando è stato inventato l’ascensore?

Come principio, l’ascensore è molto antico. Compare infatti negli scritti degli antichi scienziati Archimede e Vitruvio. Addirittura lo si usava per scopi scenici durante i combattimenti al Colosseo: serviva, infatti, per far apparire gli animali direttamente nell’arena, sollevandoli in realtà dal piano sotterraneo fino al piano superiore grazie a un modello primordiale di ascensore.

Esempi di ascensori per passeggeri compaiono in chiese e palazzi dal 17° al 19° secolo D.C. Dobbiamo però concentrarci sul 1854 per trovare il primo esempio di ascensore come lo conosciamo oggi: un mezzo di trasporto prodotto a livello industriale. Siamo nella città di New York e il meccanico Elisha Graves Otis partecipa alla Exhibition of the Industry of All Nations con una dimostrazione al pubblico di come il suo ascensore non solo funzioni, ma possa anche essere utilizzato in modo sicuro dalle persone. (1)

Otis lo brevetta nel 1861 e nel 2022 l’azienda che porta ancora il suo nome si posiziona al primo posto come produttore di ascensori e scale mobili al mondo. Insomma, l’ascensore è invecchiato bene perché, fino a prova contraria, non siamo ancora passati a preferire il teletrasporto di Star Trek o la passaporta di Harry Potter.


Vocabolario 3

gli scritti = the handwritten texts

scenici = scenic

sotterraneo = underground

primordiale = primordial

lo brevetta = patented it

le scale mobili = the escalators

il teletrasporto = teleportation

la passaporta = the portkey


L’Italia e gli ascensori

Ma come mi è venuto in mente di parlarti di ascensori in questo episodio? Tutta colpa di un articolo de Il Sole24Ore, il più importante quotidiano economico italiano, grazie al quale ho scoperto che anche l’Italia detiene un primato riguardo agli ascensori.

“Uno strano record per l’Italia: sono ben 850 mila gli ascensori attivi, cifra che ha permesso alla nazione di guadagnarsi il titolo di Paese con più ascensori di qualsiasi altro al mondo.” (2)

Mi sono chiesta il perché e mi sono risposta che forse dipende dal tipo di architettura che caratterizza le abitazioni delle città italiane. L’Istat, l’Istituto di statistica italiano, mi ha confermato che:

“Le famiglie residenti in Italia vivono prevalentemente in appartamento (57,3%), mentre il 42,1% abita in ville, villini o casali unifamiliari o plurifamiliari (con accessi indipendenti).” (3) Questi dati sono relativi al 2021.

Passeggiando per i centri storici di città italiane come Napoli, Palermo, Torino e Milano è facile imbattersi in palazzi in stile liberty che nascondono al loro interno ascensori in legno e ferro battuto dal fascino senza tempo. Milano, in particolare, è considerata “la città degli ascensori”, infatti uno su cinque degli ascensori installati in Italia si trova in Lombardia. (4)

Tra gli ascensori più famosi d’Italia, non posso non menzionarti quello completamente trasparente che permette di risalire all’interno della cupola della Mole Antonelliana di Torino, da dove poter ammirare tutta la città.

L’esperienza di risalita vale decisamente la pena, ma se anche tu come me non ami particolarmente salire in ascensore puoi sempre rimanere al piano terra a passeggiare tra le esposizioni del meraviglioso Museo del Cinema della città.

E ora dimmi, tu ci pensi mai agli ascensori? Se ti va, raccontamelo rispondendo a questa email o lasciando un commento sotto l’articolo del blog così che altri possano partecipare alla discussione.


Vocabolario 4

Tutta colpa di = (the article) has to be blamed, is responsabile

detiene un primato = has the primacy, is on top for

la cifra = the number, the digit

le abitazioni = places of residence

i villini = little villas

i casali = hamlets

imbattersi = to bump into

vale la pena = it is worth it

il piano terra = the ground floor


Fonti:

  1. Andreas Bernard, Lifted: A Cultural History of the Elevator, New York University Press 2014, p.1-2 (Introduction)
  2. Enrico Netti, Ascensori, Italia leader globale ma è allarme sostenibilità, IlSole24Ore.com, 3 novembre 2023, https://www.ilsole24ore.com/art/italia-paese-ascensori-dove-sono-quelli-piu-vecchi-e-soprattutto-quanto-sono-sicuri-AEwBxlJD
  3. Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali 6 settembre 2022, Gruppo di lavoro sulle politiche per la casa e l’emergenza abitativa, Istat, https://www.istat.it/it/files/2022/09/Istat-Audizione-Politiche-per-la-Casa_06_09_22.pdf
  4. Davide Illarietti, Alla scoperta degli ascensori, da Citylife al più antico (Duse), Milano.Corriere.it, 22 marzo 2017, https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/16_settembre_28/alla-scoperta-ascensori-milanesi-piu-alto-citylife-piu-antico-duse-6dcb334e-0ee9-11e7-b19a-5283fae0a63e.shtml

La nostra scuola OnlineItalianClasses.com vorrebbe organizzare una chat di gruppo dove i partecipanti possano scrivere in italiano con l’aiuto delle nostre insegnanti. Ti interessa? Compila il sondaggio in inglese.


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    Intelligenza Artificiale: perché ci interessa

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    Esattamente un anno fa, noi insegnanti di OnlineItalianClasses.com lanciavamo il primo contest di scrittura online promosso dalla nostra scuola. Il contest si rivolgeva ai nostri studenti, ma coinvolgeva anche tutti quelli che ci seguono, a cui abbiamo chiesto di votare la loro storia preferita. E così è stato!

    Ciascuno studente (ovviamente solo chi ha deciso di partecipare) ha scritto una storia a partire da un incipit comune. Ne sono risultate nove storie diverse, bellissime nella loro originalità.

    Ricordo che la parte più difficile per noi insegnanti è stata l’ideazione dell’incipit. Volevamo trovare un inizio che fosse allo stesso tempo accattivante e non troppo dettagliato per lasciare la libertà di esprimersi.

    Alla fine, avevamo optato per questa scelta:

    L. e L. non si conoscevano finché, in una notte di metà settembre, si ritrovarono l’uno nella vita dell’altro.


    Vocabolario 1

    si rivolgeva = it was addressed to

    Ne sono risultate = (nine different stories) were the result

    accattivante = captivating, engaging


    Ora che lo analizzo meglio, questo incipit aveva un difetto linguistico non banale: l’uso del maschile a discapito del femminile o di una formula più inclusiva. (“uno” e “altro” invece di “una” e “altra” oppure di “un” e “altr” o di “unə” e “altrə”). Su questo tema vorrei tornare in un altro episodio, per ora soffermiamoci sul contest.

    I partecipanti del contest hanno lavorato con la loro insegnante e personalizzato il testo a loro piacimento. C’è chi ha dato vita a un personaggio femminile e a uno maschile, chi ha scelto due protagonisti animali, chi ha evitato di nominare i protagonisti perché non era importante ai fini della propria storia. Le storie sono state ambientate in diversi luoghi, addirittura su mezzi pubblici o in luoghi pubblici. Insomma è stato un successo.

    A distanza di un anno, molte cose sono cambiate. Il contest di scrittura per me è stato l’ultimo lavoro di cui mi sono occupata prima di entrare in maternità. Nei mesi successivi mi sono dedicata al mio bambino e non ho avuto modo di aggiornarmi su quello che stava succedendo nel mondo del lavoro, in particolare nel mio settore lavorativo. Ora che sono tornata, mi sono improvvisamente ritrovata immersa in discussioni per me totalmente nuove.

    Tra queste, c’è quella sull’Intelligenza Artificiale, in particolare nell’ambito dell’insegnamento dell’italiano a stranieri. Ho scoperto che gli insegnanti di italiano sono molto preoccupati, perché la competizione sul mercato si è fatta più spietata. I.A. è un’insegnante (o un insegnante?) instancabile, sempre disponibile, con una pronuncia perfetta e un’efficienza ineguagliabile. Esatto, sto parlando dell’Intelligenza Artificiale usata per imparare l’italiano.

    Si può chattare in italiano con ChatGPT, per esempio. E su YouTube spopolano video che mostrano come sia possibile anche avere una conversazione in italiano con l’Intelligenza Artificiale.


    Vocabolario 2

    a discapito (di) = to the detriment of

    a loro piacimento = as they wished

    ai fini (di) = for the purpuse of

    sono state ambientate (in) = took place in

    addirittura = even

    di cui mi sono occupata = I was in charged of

    non ho avuto modo di = I didn’t have the chance to

    aggiornarmi = keep myself up to date

    nell’ambito = in the field of

    spietata = cruel, unscrupulous, ruthless

    spopolano = are very popular


    Mi chiedo se devo preoccuparmi. Il mio lavoro da insegnante è giunto al tramonto?

    Per fortuna, penso, ho sempre il piano B: posso tornare a fare la copywriter.

    Per rassicurarmi, provo a chiedere a ChatGPT di scrivere un testo. Scelgo proprio l’incipit di cui ti parlavo prima, quello per il contest di scrittura.

    E così chiedo a ChatGPT:

    Per un contest di scrittura rivolto a un gruppo di studenti di italiano per stranieri scrivi l’incipit di una storia che i partecipanti devono proseguire a loro piacimento

    Ecco cosa mi risponde:

    Certamente, ecco l’incipit per il tuo contest di scrittura:

    “Nella tranquilla città di Firenze, tra le ombre allungate dalle antiche mura di pietra e i profumi avvolgenti dei gelati artigianali, un gruppo eterogeneo di stranieri si riunì sotto il caldo sole toscano. La scuola di italiano per stranieri, situata in un pittoresco edificio affacciato su Piazza della Signoria, aveva programmato una lezione speciale quel pomeriggio. I volti curiosi e le voci animate provenivano da ogni angolo del mondo, ciascuno portando con sé una storia unica e il desiderio di imparare la lingua del Bel Paese. Era l’inizio di un’avventura che li avrebbe condotti in luoghi inimmaginabili, e tutto cominciò con un’inattesa sorpresa.”

    Ok. Sono fregata. E lo pensi anche tu, vero?

    L’Intelligenza Artificiale ha generato in una manciata di secondi un incipit che io e le insegnanti abbiamo deciso dopo almeno due settimane di riflessioni. E pare pure più bello del nostro!

    Sì, però, a dire il vero, c’è qualcosa che non mi convince. ChatGPT menziona una lezione speciale nel pomeriggio, quindi immette questo primo elemento di sorpresa. Ma poi ne aggiunge un altro, perché sottolinea che ogni partecipante porta con sé una storia unica. E poi chiude con una frase che è carica di aspettative: un’avventura, luoghi inimmaginabili, un’inattesa sorpresa. Ok, mi sembra un po’ troppo.

    Forse è colpa mia, non sono stata chiara nella consegna. Riproviamo.

    Ok, ma potresti generalizzare di più? Senza riferimenti a luoghi specifici, per esempio. Potresti anche abbreviare il testo e lasciare più libertà creativa?

    Certamente, ecco un incipit più breve e aperto:

    “In una città sconosciuta, un gruppo di stranieri si ritrovò in un luogo inaspettato. La scuola di italiano aveva organizzato un incontro speciale quel pomeriggio. Ognuno portava con sé una storia unica, e tutto cominciò con una sorpresa inaspettata.”

    Lo trovo ancora un po’ ridondante , digito.

    E lei (o lui) risponde: Capisco, cerchiamo di semplificarlo ulteriormente:

    “In una città sconosciuta, un gruppo di stranieri si ritrovò in un luogo inaspettato. Ognuno con una storia unica, tutto iniziò con una sorpresa.”


    Vocabolario 3

    è giunto al tramonto = has come to an end?

    Sono fregata = I am swindled

    in una manciata di secondi =

    immette = inserts, inputs

    sottolinea = underline

    la consegna = the instructions

    abbreviare = shorten


    Ok. Ci siamo. Linguisticamente funziona, non pensi? Sì, funziona, a parte il fatto che… Non ha senso.

    Non ha senso questa versione, ma nemmeno le precedenti, se devo dire la verità. Suona bene, certo. Ma logicamente non ha nè capo nè coda. La semplificazione è avvenuta nella sintassi, ma non a livello concettuale. Quella ridondanza che ostacola la mente invece di liberarla è rimasta. Città sconosciuta, stranieri, luogo inaspettato, storia unica e sorpresa. Tutti questi elementi misteriosi sono concentrati in due righe.

    Ora, io non ce l’ho con ChatGPT o con l’Intelligenza Artificiale…. Anzi!

    Quando sento che gli studenti stanno utilizzando tutti gli strumenti a loro disposizione per imparare o praticare l’italiano (quindi non solo ChatGPT o simili, ma anche Duolingo, per dire) sono contenta. Perché mettersi contro il cambiamento, quando può tornare utile a tutti? Viviamo in un mondo che evolve e non possiamo evitarlo. Però possiamo cavalcare l’onda.


    Vocabolario 4

    funziona = it works

    Non ha senso = it doesn’t make sense

    Suona bene = it sounds good

    Non ha né capo né coda = have no beginning or end, be all over the place

    la sintassi = the syntax (sentence structure, word order)

    concentrati = condensed

    io non ce l’ho con (avercela con ) = have it in for

    mettersi contro = be against

    può tornare utile = come in handy, turn out to be useful, prove to be useful

    cavalcare l’onda = to ride


    Cose che l’Intelligenza Artificiale può aiutare gli insegnanti a fare:

    • Creare giochi educativi per l’apprendimento linguistico
    • Creare immagini a scopo didattico per stimolare la conversazione (ad esempio con Midjourney Bot)
    • Imbastire un esercizio di comprensione linguistica
    • Tradurre un messaggio o convertire la propria voce in diverse lingue per raggiungere più studenti (ad esempio con Rask.ai)

    L’Intelligenza Artificiale è molto brava (bravo? brav*?) a imitare e inventare. Perché quello che inventa dipende da quello che ha imparato masticando e digerendo i Big Data.

    L’Intelligenza Artificiale sarà quindi bravissima ad aiutarci nel nostro lavoro, qualunque esso sia. È un supporto, un modo per risparmiare tempo, per toglierci un po’ di fatica. Ma non potrà mai essere originale, autentica e reale. Noi dovremo sempre verificare che quello che ha generato abbia senso. E non è un difetto, è una sua caratteristica strutturale.

    Così come l’Intelligenza Artificiale non potrà mai creare una relazione umana tra studente e insegnante. Non potrà mai creare percorsi di apprendimento personalizzati come ogni giorno le nostre insegnanti si impegnano a fare con i loro studenti. Non potrà capire al volo, tramite empatia, quando la persona che ha di fronte è stanca, arrabbiata, delusa o annoiata. E non potrà mai offrirti socialità e sostituirsi a uno dei partecipanti di un corso di gruppo online. Infine, non potrà raccontarti com’è andata la sua giornata in Italia, perché in Italia non ci ha mai davvero vissuto.

    Voglio lasciarti con un ultimo esempio, una dimostrazione video di un “role play” che simula la situazione di ordinare un caffè in una caffetteria.

    Il risultato è sorprendente ma… ti svelo un segreto. Nel menù di un bar italiano (così chiamiamo una caffetteria) non troverai mai “latte” o “mocha” e raramente troverai “americano” o“espresso”…. Semplicemente, “caffè”.


    Vocabolario 5

    a scopo didattico = with an educational goal

    Imbastire = the real meaning is ‘to tack’ but in this context it is figurative and it means ‘to sketch out’

    Tradurre = to translate

    masticando e digerendo = chewing and digesting

    capire al volo = to understand quickly

    annoiata = bored


    Italian Conversation Sessions

    Se vuoi provare l’esperienza di parlare in italiano con persone reali ma senza spostarti da casa tua, perché non partecipi a una delle sessioni di conversazione online in italiano su un tema che ti interessa?

    Conoscerai così una delle nostre insegnanti e potresti anche fare nuove amicizie con persone provenienti da tutto il mondo. Vai su OnlineItalianClasses.com e seleziona “Italian Conversation Sessions” nel menù.

    Ehm… Ho chiesto a ChatGPT di tradurre questo per me. Dimmi cosa ne pensi:

    If you want to experience speaking Italian with real people without leaving your home, why not participate in one of the online Italian conversation sessions on a topic that interests you? This way, you’ll get to know one of our teachers and might even make new friends with people from all over the world. Go to OnlineItalianClasses.com and select “Italian Conversation Sessions” from the menu.


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    15 agosto: Un Ferragosto Italiano

    Ferragosto è la giornata che rappresenta il culmine dell’estate italiana. Una festa pagana di origine romana, che è poi stata adottata e modificata dalla tradizione cristiana. Ti racconto qui come si festeggia oggi il 15 agosto in Italia e perché è importante che tu lo sappia…

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    Domenica sono uscita con un’amica italiana che vive a Londra come me. Chiacchieravamo di questa estate molto inglese, fresca e piovosa come ci si aspetterebbe qui (e, che – tra parentesi – inizia a piacermi assai, dopo aver passato due mesi nella torrida Italia. Ma se iniziamo a parlare di cambiamenti climatici, dovremmo aprire un capitolo a parte quindi ritorniamo sui binari).

    La mia amica non ne può più. “Questa non è estate!” mi ha detto, sconsolata. “Ho voglia di mare, di sole, di caldo…insomma, ho voglia della classica estate italiana”.

    Ma che cosa si intende esattamente per questa tanto idealizzata estate italiana?

    Devi sapere che le vacanze estive, quelle in cui la scuola è chiusa per intenderci, in Italia durano quasi tre mesi. Sì, sono lunghissime rispetto a quello che succede negli altri Paesi europei, ad eccezione solo di Lettonia e Lituania (persino in Spagna, che agli occhi degli italiani è il Paese dove è estate tutto l’anno, durano una settimana di meno). Per esempio, quelle attualmente in corso in Italia sono cominciate tra la prima e la seconda settimana di giugno (a seconda della regione) e termineranno tra la seconda e la terza settimana di settembre.

    Vocabolario 1

    Chiacchieravamo = we chatted
    assai = a lot
    torrida = baking hot

    a parte = one more, another
    non ne può più = she can’t stand it anymore
    sconsolata = sorrowful

    insomma = therefore
    persino = even
    a seconda = according to


    Il motivo è principalmente climatico: con il caldo che avanza e la mancanza di aria condizionata nelle scuole – la maggior parte delle quali hanno sede in edifici che risalgono all’epoca del fascismo – diventerebbe impossibile svolgere le lezioni in condizioni di sicurezza.

    Questo comporta che l’intera società si sia adattata a concentrare le ferie (in gergo, si tratta dei giorni in cui i lavoratori si prendono una pausa dal lavoro) in questo lungo lasso di tempo.

    Giugno e settembre sono tendenzialmente considerati “bassa stagione”, cioè quando l’affluenza di turisti non è così alta e quindi i prezzi delle strutture di ricezione turistica sono più bassi. Il picco, cioè quella che è considerata “alta stagione”, si ha in agosto e in particolare nella “settimana di ferragosto”, che è quella che include la giornata di ferragosto, che cade sempre il 15 agosto.

    Vocabolario 2

    hanno sede = take place
    risalgono = belong
    svolgere = carry out

    le ferie = holidays, days off
    in gergo = in the slang

    (il) lasso = laps
    l’affluenza = the flow (of tourists)


    La settimana di ferragosto sono in realtà le settimane di ferragosto, cioè le due settimane più vicine a tale data. Per intenderci, quest’anno ferragosto cade di martedì e quindi il periodo probabilmente più gettonato dagli italiani che andranno in vacanza va dal venerdì 11 fino alla domenica 20 agosto.

    Se ti trovassi in Italia in questi giorni e ti capitasse di accendere la radio o la televisione, è altamente probabile che tu ti possa imbattere nell’espressione “bollino rosso”. Si tratta di un’indicazione del livello del traffico sulle autostrade italiane, frequentatissime dai numerosi vacanzieri che – per spostarsi da una zona all’altra d’Italia – scelgono di viaggiare in automobile. Normalmente, i flussi di automobilisti con il bagagliaio pieno e l’aria condizionata “a balla” si spostano in massa dalle città alle località balneari oppure alla montagna. Tendenzialmente questi flussi vanno quindi da nord a sud e viceversa. Raramente gli italiani attraversano l’Italia in orizzontale, anche se l’entroterra italiano sarebbe tanto sorprendente quanto è snobbato (come ha fatto notare la scrittrice e regista Alice Rohrwacher in un’intervista che ho ascoltato di recente).

    Vocabolario 3

    gettonato = popular
    (il) bollino = the mark
    il bagagliaio = the trunk

    “a balla” = at a high power
    in massa = all together at the same time

    le località balneari = seaside resort
    di recente = recently


    Che cosa si intende per Ferragosto?

    Si tratta di una festa pagana di origine romana, che è poi stata adottata e modificata dalla tradizione cristiana, come spesso accade (e lo sanno bene gli studenti di Laura che hanno seguito il suo corso di gruppo Italian Folklore!).

    Il nome ferragosto deriva dal latino feriae Augusti, che significa “riposo di Augusto”. Augusto è stato il primo imperatore romano, Ottaviano Augusto, che ha dato il nome anche al mese di agosto. Siamo nel 18 a.C. e Augusto istituì un periodo di riposo e di festeggiamenti per celebrare la fine dei lavori agricoli che durava, in realtà, tutto il mese di agosto.

    La giornata del 15 agosto fu stabilita dalla Chiesa, assimilando tali festeggiamenti romani alla celebrazione dell’assunzione della Vergine Maria. Il dogma dell’Assunzione stabilisce che Maria, nel momento della sua morte, sia stata assunta (cioè accolta) in cielo sia con l’anima sia con il corpo. Per questo motivo molti italiani si riferiscono alla festa di ferragosto anche con l’espressione “la Madonna d’agosto”.

    Come si festeggia oggi il Ferragosto in Italia?

    Come detto, molti italiani scelgono di passare le vacanze di ferragosto al mare o in montagna, anche se consapevoli che andranno incontro a grandi code ovunque: per trovare un tavolo in un ristorante, per prendere un gelato in gelateria, per entrare in una discoteca, per prenotare un campo da beach volley, per trovare un posto a sedere e assistere a un evento all’aperto e così via. Ci sono quelli che proprio non possono fare altrimenti, perché l’azienda in cui lavorano chiude per una o due settimane e sono quindi costretti a fare queste “ferie forzate” proprio nel periodo di ferragosto.

    Con un contratto a tempo pieno di 40 ore, ogni mese un lavoratore italiano dipendente matura 2.33 giorni di ferie, che sono circa 28 giorni all’anno, quindi circa quattro settimane. E durante l’anno ci sono poche altre occasioni per andare in vacanza (mettiamo il caso che due settimane “vanno via” in agosto, una per Natale e magari qualche altro giorno per Pasqua) e in quest’occasione molti si rassegnano a viaggiare, anche se è alta stagione.

    Vocabolario 4

    pagana = pagan, not christian
    istituì (passato remoto)= established
    Il dogma = dogma, gospel

    stabilisce = establishes
    (le) code = the queues
    e così via = and so on

    a tempo pieno = full time
    dipendente = employee


    E poi ci sono quelli che restano. Restano nelle città svuotate, nelle campagne ripopolate ma sempre meno affollate delle località di mare e di montagna.

    E cosa fanno? Organizzano pranzi per mangiare insieme, che domande!

    In particolare, la grigliata di ferragosto è imprescindibile, un vero “must”.

    Normalmente ci si ritrova con la famiglia o con gli amici, ognuno porta qualcosa da accompagnare alla carne (torte salate, torte dolci, vino e birra fresca) e… si griglia! Il dress code della giornata è solitamente maglietta e pantaloncini con sotto, pronto da sfoggiare, il costume da bagno. E i più fortunati possono effettivamente trovare un po’ di refrigerio nella piscina di un amico o in uno dei tanti fiumi e laghi lungo i quali le grigliate all’aperto sono permesse (spesso infatti c’è il divieto, per via del rischio di incendi).

    Il più sfortunato? Il grigliatore, che tendenzialmente è il padrone di casa e che si ritrova a passare tutto il giorno a preparare salamelle e hamburger per gli amici, avvolto in una nuvola di fumo e sotto il sole cocente. Però poi i complimenti per la buona riuscita della giornata (in cui, come sai, la qualità del cibo per gli italiani ha un peso notevole) cancella in un attimo tutta la fatica… immagino.

    Lo so, forse non ti aspettavi questo racconto della famosa “estate italiana”. Forse ti immaginavi un po’ meno afa, un po’ meno confusione. Una spiaggia tutta per tè o quasi, un aperitivo al tramonto, un giro in bicicletta (quella col cestino, mentre tu indossi un abito a fiori e un cappello di paglia). Ok, ok forse sto esagerando con gli stereotipi. Però non esagero col dirti che andare in Italia a ferragosto può essere un delirio. Sono però anche convinta che a molta gente piaccia la confusione. Trovarsi lì, esattamente lì dove sono tutti, fa sentire al centro di dove “le cose succedono”, dando l’idea che anche quest’anno quella famosa estate italiana si sia svolta nel modo giusto, così come dev’essere. Perché alla fine, ci innamoriamo delle idee così come ci innamoriamo delle persone. Con la differenza che le idee… possiamo comprarle 😉

    Vocabolario 5

    imprescindibile = essential
    (le) torte salate = quiches
    sfoggiare = show off
    il costume da bagno = swim suit

    il divieto = the ban
    il più sfortunato = the unluckiest
    cocente = burning
    notevole = remarkable

    immagino = I guess
    l’afa = the heat
    (il) cestino = the basket
    un delirio = a mess
    si sia svolta (congiuntivo) = happened


    New Referral Program: Parla di noi e ti regaliamo una lezione di italiano!

    Photo by Ben White on Unsplash

    Siamo molto orgogliosi dei nostri studenti. Vengono da ogni parte del mondo e arricchiscono la nostra scuola con le loro storie di vita così diverse, così interessanti. Alcuni hanno coinvolto amici e familiari, che ora sono diventati studenti della nostra scuola. E così la nostra “famiglia internazionale” si allaga 🙂

    Per ringraziarli, abbiamo deciso di regalare loro una lezione di 30 minuti, in aggiunta a quelle già acquistate.

    Se sei uno studente di OnlineItalianClasses.com puoi partecipare al nostro Referral Program: parla di noi ad amici e parenti e ti regaleremo una lezione per ogni persona che diventerà nostro studente.

    Come? Parlane con la tua insegnante o scrivimi una email con il nome della persona che vorrebbe provare una lezione di italiano!

    Inoltre, ti ricordo che stiamo per lanciare una nuova serie di incontri di conversazione in piccoli gruppi rivolti a studenti di livello pre-intermedio e intermedio, da A2 a B2. Se vuoi sapere quando comincerà, non dimenticarti di iscriverti alla newsletter!


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