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L’acqua di San Giovanni

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INDICE:
FOMO e FAI
Sai cos’è “l’acqua di San Giovanni?”
Ma perché si chiama “acqua di San Giovanni?”
Un rito per tutti

FOMO e FAI

Ho una certa tendenza a lasciarmi sopraffare dalla FOMO, the fear of missing out. Forse è a causa di questo che sono in possesso di numerose membership. Divento member, cioè associata, a musei, biblioteche, giornali online e così via. E mi iscrivo a un numero di newsletter nettamente superiore alla mia capacità di leggerle con costanza, anzi… di aprirle in primo luogo. Capita però che alcune arrivino in un “momento morto”, in cui la casella di posta è incredibilmente silenziosa e quindi il loro oggetto in neretto (in grassetto, in bold) esercita subito un’attrattiva irresistibile. Devo aprirla e andare a leggerla.

È capitato con l’ultima newsletter che ho ricevuto dal FAI, il Fondo Ambiente Italiano di cui ero membro (in questo caso non posso declinare il nome al femminile, perché ne cambierebbe il significato. “Membra”, infatti, sono l’insieme delle parti del corpo umano). Dicevo, ero associata al FAI quando vivevo in Italia e devo dire che ho davvero sfruttato tanto quell’iscrizione. Ho visitato diversi luoghi del FAI sparsi nel territorio italiano e ho partecipato a qualche iniziativa organizzata localmente. Il FAI, infatti, si occupa della tutela e promozione di attrazioni come case nobiliari, palazzi, rocche, castelli, e soprattutto luoghi naturali come parchi e giardini… in Italia. Si tratta di luoghi meno conosciuti delle classiche attrazioni turistiche che si possono leggere su ogni guida, e proprio per questo hanno un fascino speciale, più autentico. Il FAI può contare su delle delegazioni che organizzano in modo autonomo degli eventi sul territorio locale, vicino a casa insomma.

L’email che ho ricevuto è stata inviata dalla delegazione FAI di Piacenza, la mia città di origine. L’oggetto dell’email era: “Gli appuntamenti di giugno 2024”. Io già sapevo che a giugno non sarei andata in Italia, ma perché non farmi del male e scoprire che cosa mi sarei persa?

Detto, fatto. Ho scoperto così che mi sarei persa la tradizionale raccolta di fiori ed erbe spontanee per la preparazione dell’acqua di San Giovanni organizzata in un paese non distante dalla città.


Vocabolario 1

sopraffare = overwhelm/overcome

mi iscrivo = I enroll

nettamente superiore = clearly superior

È capitato = it happened

ho sfruttato = I exploited

sparsi = scattered

la tutela = the protection

le rocche = the fortresses

la raccolta = the harvest


Sai cos’è “l’acqua di San Giovanni?”

L’acqua di San Giovanni. Mi è subito suonata una campanella in testa. Avevo visto qualcosa a riguardo su Instagram l’anno scorso e mi ero incuriosita. Erano foto molto belle. Ricordo che c’entrava dell’acqua e dei petali colorati. Però alla fine non avevo approfondito. Avevo pensato che si trattasse di una di quelle nuove tendenze che nascono sui social media e a cui io sinceramente, non riesco a stare dietro.

Così, ho chiesto alle insegnanti del team della scuola: “Ragazze, ma voi sapete cos’è l’acqua di San Giovanni?”

Ecco cosa mi hanno risposto.

  • “Intendi la barca con l’albume?”
  • (La barca con l’albume? Mmm… oddio pure questa mi manca!)
  • “Mmmm… No, mai sentita.”
  • “Siii, nelle Marche si fa!”
  • “Anche delle mie amiche la fanno…”

Come forse puoi immaginare se hai ascoltato lo scorso episodio del podcast, la persona che ha menzionato le Marche è Valentina. Mi sono quindi fatta raccontare da lei cosa sapesse dell’acqua di San Giovanni.

Ciao Barbara. L’acqua di San Giovanni è una tradizione diffusa nel centro e nel sud d’Italia, soprattutto nelle zone di campagna. Io la conosco perché si fa anche dalle mie parti, nell’entroterra di Ancona.

Mi piace tanto perché è una tradizione antichissima. È di origine pagana, legata al solstizio d’estate, che vuol dire che viene tramandata a livello popolare da millenni. È considerato un rito purificatorio e propiziatorio.

Questo perché si pensava che la notte tra il 23 e il 24 giugno fosse una notte magica. E si fa così. La sera del 23 di giugno, subito dopo il tramonto, si va per i campi a raccogliere piante e fiori selvatici.

Nella scelta ci si può far guidare dall’istinto. Di solito si scelgono, diciamo, le piante della zona. Per esempio, quelle più diffuse da me, per questo tre virgolette rito, sono l’iberico, il papavero, la camomilla, la menta, la salvia e anche altre.

Una volta raccolti questi fiori e queste piante, si portano a casa. Si taglia la corolla o qualche fogliolina e si mettono a bagno in un pochino d’acqua, in una ciotola che può essere di vetro o di rame. Poi bisogna lasciare la ciotola tutta la notte all’aperto e la mattina dopo si può usare quest’acqua per lavarsi la faccia, il corpo.

Poi se ne avanza un po’, la si può regalare alle persone care, alle amiche, agli amici. Oppure la si può usare per annaffiare le piante. L’importante è non conservarla e anche non buttarla via.

Si può fare questo rito per chiedere qualcosa che riguardi la salute, il benessere, oppure la fortuna o ancora l’amore. Io la trovo una tradizione bellissima.

Valentina Cottini

Quindi, ricapitolando, l’acqua di San Giovanni si prepara la sera del 23 giugno con fiori ed erbe di campo, oppure casalinghe, da immergere in una bacinella d’acqua. Si lascia riposare la miscela per tutta la notte e, la mattina del 24 giugno, la si usa per sciacquarsi il viso come rito di buon auspicio, per portare fortuna, insomma.

Abbiamo intuito anche che le tradizioni non sono seguite da tutti allo stesso modo. In un paese eterogeneo come l’Italia, capita di imbattersi in differenze molto nette anche tra persone che vivono nello stesso territorio. Ad esempio, l’insegnante Sara, che vive in Piemonte, diceva che le sue amiche di solito preparano l’acqua di San Giovanni ma lei no.

Anch’io ho chiesto alle mie amiche e in particolare mi ha colpito la risposta che mi ha dato Clarissa, che è sempre molto attenta alle tendenze dei social media.

Ho scoperto l’acqua di San Giovanni dai social, su Instagram per la precisione. Mi pare di aver visto questa tradizione nelle storie di Michela Morgia, ma non ricordo bene. Credo fosse un anno, addirittura due anni fa.

Di questa tradizione so solo che si mettono i fiori di campo nell’acqua, in una ciotola, nella notte tra il 23 e il 24 giugno, ma non ne conosco né l’origine e nel motivo.

Non penso che farò questa tradizione anche se mi incuriosisce molto l’idea, soprattutto sapere il perché si fa. Forse appunto dovrei documentarmi di più e capire il motivo e magari farlo una volta.

Clarissa

Vocabolario 2

non riesco a starci dietro = I can’t keep up with it

ricapitolando = summarizing

una bacinella = a basin

la miscela = the mixture

sciacquarsi = to rinse

Abbiamo intuito = We intuited

imbattersi = to come across


Ma perché si chiama “acqua di San Giovanni”?

In questo caso ho fatto una ricerca.

Nella Bibbia, che è il testo sacro dei cristiani, ci sono due Giovanni famosi. Uno è Giovanni l’evangelista e l’altro è Giovanni Battista.

Nel calendario cristiano ogni giorno si ricorda un certo santo o una certa santa in occasione della loro morte. Quello che non sapevo, è che San Giovanni Battista è l’unico santo, oltre alla Madonna e a Gesù Cristo, di cui si ricorda la nascita – il 24 giugno – oltre che la morte – il 29 agosto.

Questa informazione è importante perché ci dà già un indizio sul legame tra la celebrazione del santo e il rito dell’acqua di cui stiamo parlando. La nascita è l’indizio, perché la nascita è un simbolo potente. Nascere non è infatti solo un atto fisico, ma anche simbolico. Quando c’è un cambiamento o un nuovo inizio, infatti, si può parlare di nascita. Il 24 giugno è, di fatto, la data che dà l’avvio a una nuova stagione: comincia l’estate!

Si, è vero, il solstizio d’estate è ufficialmente il 21 giugno, ma la notte tra il 23 e il 24 giugno è la notte più corta dell’anno, il trionfo della luce sul buio.

Ok, ma cosa c’entra l’acqua?

Quando si parla di nascita, l’acqua richiama il momento del battesimo. I neonati vengono infatti talvolta immersi nell’acqua di San Giovanni, in questo rituale casalingo che ricorda l’immersione nell’acqua battesimale. Ai tempi di Gesù, tuttavia, il battesimo non avveniva da neonati come oggi, ma da adulti. Lo stesso Gesù si fece battezzare da Giovanni Battista nell’acqua del fiume Giordano.

Quindi ecco che abbiamo spiegato il legame di questa tradizione con la religione cristiana, come accade per tantissime altre feste italiane. In realtà queste tradizioni sono spesso un’evoluzione di usanze pagane, poi fatte proprie dalla religione cristiana. Lo spiega molto bene Laura nel suo corso online Italian Folklore, che piace sempre molto.

Quindi insomma, abbiamo capito che mi sbagliavo. Questa pratica di fare l’acqua di San Giovanni non è una nuova tendenza dei social ma una tradizione italiana che ha ripreso popolarità grazie ai social. Secondo te, perché?

Io mi sono risposta perché può essere re-interpretata a piacimento da chiunque, non importa dove si viva. Non è infatti necessario vivere in Italia per poter trovare dei fiori di campo e non è nemmeno necessario vivere in campagna. Chi infatti abita in città, potrebbe attingere alle proprie piante da appartamento.


Vocabolario 3

un indizio = a clue

richiama = recalls

casalingo = homemade

neonati = newborns

si fece battezzare = he had himself baptized

usanze pagane = pagan customs

fatte proprie (da) = adopted (by)

attingere = to draw, to tap


Un rito per tutti

Abbiamo detto che ci troviamo in un periodo dell’anno in cui la natura è al culmine, quando i prati sono rigogliosi, i fiori variegati e le persone rimangono sveglie più a lungo, specialmente se la notte è l’unico momento in cui si può avere un po’ di sollievo dal calore estivo.

Quindi immaginati la scena. Sono le 21, le 9 di sera, e la luce è dolce. Il sole non picchia più come ha fatto per tutto il giorno. Indossi abiti leggeri e stai bevendo qualcosa sul portico di una villa di campagna. Osservi il giardino. In cielo, alcune rondini stanno facendo l’ultimo giro in volo. Senti le cicale frinire dai campi vicini, è il loro canto festoso per l’arrivo della notte finalmente fresca. Decidi di fare una passeggiata, mentre inali con respiri lenti quell’aria rilassata e pensi che vorresti che quel momento non finisse mai. Raccogli qualche fiore, quelli che ancora non si sono addormentati. Scegli le foglie più verdi da aggiungere alla tua composizione. Ti prendi tutto il tempo necessario, assapori ogni istante, non c’è fretta. Una volta in casa, scegli con cura il recipiente e lo riempi d’acqua. Poi, ci immergi il tuo piccolo raccolto. Ci vediamo domani mattina, prometti.

Se vuoi preparare anche tu l’acqua di San Giovanni, basta quello che hai a disposizione. Se puoi, cerca di prediligere erbe profumate come il rosmarino, la menta, la salvia, la lavanda. L’ideale, sarebbe procurarti l’iberico, una pianta dai fiori gialli che, non a caso, in Italia si chiama anche “erba di San Giovanni”. Per quanto riguarda i fiori, più sono colorati e meglio è. Per esempio le rose, i papaveri, la camomilla, le violette. In questo modo il colpo d’occhio sarà pazzesco, instagrammabile direbbe qualcuno.

“Si vabbè, Barbara, io vivo in Australia, dove li trovo i fiori estivi quando sta per cominciare l’inverno qui?”

E va beh, dai, (hai ragione) un po’ di creatività! Magari puoi fare la stessa cosa con delle erbe che sono di stagione. Stupiscimi e poi, se ti va, mandami una foto della tua creazione. Anzi, facciamo tutti questo gioco. Sarebbe bellissimo ricevere fotografie di come questa tradizione italiana è stata recepita da persone come te che vivono in diverse parti del mondo.

Io stessa penso proprio che quest’anno per la prima volta farò l’acqua di San Giovanni insieme al mio bambino, sperando che non si metta a strappare i fiori dei vicini. Gli inglesi sono troppo orgogliosi e protettivi verso il loro giardino… Non me lo perdonerebbero mai.

E la barca con l’albume?

Lo so, ti messo la pulce nell’orecchio. La barca con l’albume è un’altra tradizione italiana forse ancora più di nicchia dell’acqua di San Giovanni. Ma… Questa è un’altra storia.

In occasione della ricorrenza di San Giovanni, ho deciso di attivare uno sconto estivo per comprare lezioni di italiano online. Il codice è ESTATE24 e permette di ottenere uno sconto del 15% su qualsiasi pacchetto di lezioni sullo shop di OnlineItalianClasses.com. ESTATE24 è attivo dal 24 giugno fino alla fine del mese.


Vocabolario 4

al culmine = at the peak

il sollievo = relief

il sole non picchia più = the sun isn’t beating down anymore

sul portico = on the porch

le cicale friniscono = the cicadas chirp

(tu) inali = (you) inhale

non c’è fretta = there’s no rush

il recipiente = the container

basta (quello che hai a disposizione) = just (what you have available)

di stagione = seasonal

strappare = to tear

ti ho messo la pulce nell’orecchio = I’ve planted a seed in your mind

di nicchia = niche


Fonti:

  1. Natività di San Giovanni Battista, https://www.vaticannews.va/it/festivita-liturgiche/nativita-di-san-giovanni-battista.html
  2. Giada Bellegotti, Acqua di San Giovanni: cos’è, come si prepara e a cosa serve, 19 giugno 2023, LaCucinaItaliana.it, https://www.lacucinaitaliana.it/article/acqua-san-giovanni-come-si-prepara-cosa-serve/

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L’identità degli italiani e il campanilismo

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INDICE:
Fratelli d’Italia
Cosa significa essere italiani
Diverse italianità
Il campanilismo
Centralizzazione e passaparola

Fratelli d’Italia

All’inizio dell’anno ho guardato una fiction della Rai, che è la televisione italiana, intitolata “Mameli – il ragazzo che sognò l’Italia”. Non sono stata l’unica, evidentemente. Il primo episodio di questa serie sulla vita di Goffredo Mameli è stato il programma più visto del prime time.

Per darti un po’ di contesto, questa serie è ambientata in Italia, in particolare a Genova, Milano e Roma. Comincia raccontando la vita di questo ragazzo di buona famiglia che nel 1846 ha diciannove anni e fa cose che possono fare i ragazzi di diciannove anni, come per esempio innamorarsi ed esprimere i propri sentimenti in qualche forma artistica che nel suo caso è la scrittura. E finisce, attenzione sto per fare uno spoiler, con la sua prematura morte avvenuta quando aveva solo ventuno anni.

Sullo sfondo ci sono le vicende che hanno caratterizzato il Risorgimento italiano come i moti del 1848, le Cinque Giornate di Milano, la prima Guerra d’Indipendenza. Si tratta di un periodo storico molto turbolento per il mio Paese che è stato fondamentale per arrivare all’unificazione d’Italia ufficialmente avvenuta nel 1861.

Quello che ho apprezzato di questa fiction e che mi ha anche fatta commuovere alla fine (e premetto che si tratta di una fiction fatta per il grande pubblico quindi il livello di complessità e di profondità è quello di un prodotto di finzione volutamente romanzato), dicevo quello che mi è piaciuto è stato focalizzare l’attenzione sul fervore di questi giovani che con pochissime risorse hanno deciso di mettere a rischio la propria vita in nome di un ideale. In questo caso in nome della patria.

Goffredo Mameli, questo ragazzo che viene dipinto come molto coraggioso, sensibile e appassionato, purtroppo non vedrà mai il risultato dei suoi sforzi. Come ti accennavo, lui morirà in seguito a una ferita di battaglia anni prima dell’unificazione d’Italia, ma diventerà famosissimo per aver composto una poesia che poi è diventata l’inno nazionale italiano: Fratelli d’Italia. Tutti gli italiani infatti lo conoscono come “l’inno di Mameli”.

È una canzone che sicuramente hai sentito anche tu diverse volte in occasione di competizioni sportive. Devo dire però che nell’epoca in cui scrivo mi vengono in mente poche altre circostanze in cui noi italiani ci riuniamo intorno a questo sentimento di appartenenza. Forse solo in occasione della Festa della Repubblica che si festeggia il 2 giugno e, appunto, quando ci sono le partite di calcio.

Mi sono quindi chiesta: Qual è oggi la percezione degli italiani rispetto alla loro identità italiana? In altre parole, quanto si sentono italiani, gli italiani?

In realtà non l’ho chiesto solo a me stessa, ma l’ho chiesto anche ad alcuni amici e colleghi. Ecco che cosa mi hanno risposto.

Sentiamo prima le parole di Clara, che è italiana, è nata nella città toscana di Livorno, ma da qualche tempo non vive più in Italia.


Vocabolario 1

la fiction = the tv series (anglicismo)

di buona famiglia = of a good family / well-born

innamorarsi = to fall in love

le vicende = the events / the happenings

i moti = the movements / the uprisings

commuovere = to move / to touch (emotionally)

il fervore = the fervor / the enthusiasm

la patria = the homeland / the fatherland

viene dipinto = is depicted

gli sforzi = the efforts

mi vengono in mente = come. to mind / come to my mind

il sentimento di appartenenza = the feeling of belonging


Cosa significa essere italiani?

Paradossalmente la mia identità legata al posto da cui provengo si è creata e si è evoluta mano a mano che mi allontanavo sempre di più da Livorno. La prima esperienza che ho avuto fuori da Livorno è stata durante l’università a Pisa e è in quel contesto che mi sono resa conto che il mio background culturale o il modo in cui parlavo era comunque diverso da quello delle persone che mi circondavano, nonostante fossi a 15 km da casa. Quando poi mi sono spostata a Milano la mia identità si è allargata e non ero più percepita come la ragazza livornese, ma magari ero percepita semplicemente come la ragazza toscana e ora che vivo a Londra, se mi chiedono da dove vieni, io rispondo semplicemente “dall’Italia” e se chiedono più dettagli paradossalmente dico “da vicino Pisa”.
Tutto questo discorso può sembrare molto ovvio ma la verità è che questo viaggio mi ha aiutato sia ad avere un amore più consapevole rispetto alla mia terra di origine sia ad aprirmi tanto a tutte le culture e le usanze diverse dei posti in cui ho vissuto.

Clara Borrelli

Questo elemento del viaggio nella costruzione della propria identità ritorna anche nelle parole di Valentina. Anche lei è italiana, vive attualmente in Italia e in passato ha fatto un’esperienza all’estero piuttosto importante.

La percezione della mia identità culturale è cambiata molto negli anni e penso che sia in continua evoluzione. Forse anche perché ho avuto la possibilità di vivere in tanti posti del mondo diversi e anche in età diverse. Sicuramente la prima volta che mi sono fatta delle domande su quale fosse la mia identità culturale è stata durante il mio primo viaggio in Argentina.

Infatti mi sono trasferita in un paesino nella provincia di Buenos Aires che avevo appena compiuto 17 anni ed era la prima volta che mi trovavo a vivere per così tanto tempo in un posto così lontano da casa mia e per di più da sola. Penso che l’Argentina sia un luogo davvero interessante in cui farsi domande sulla propria identità culturale. Infatti in generale tra gli argentini rimane questa percezione molto forte dell’Italia come nazione sorella perché ricordano appunto i flussi migratori dell’ottocento e del novecento degli italiani verso l’Argentina e di fatto moltissimi tra i miei amici avevano ricordi di nonni o bisnonni italiani, conoscevano alcune parole italiane e alcune, soprattutto nell’alimentazione, sono proprio rimaste nell’uso linguistico.

Valentina Cottini

Quello che emerge dalle testimonianze che abbiamo ascoltato è che l’identità sia qualcosa che possa cambiare nel tempo. Nel caso di Clara e Valentina è evidente come l’aver viaggiato dentro e fuori l’Italia sia stato cruciale nel plasmare la propria identità culturale.

Sentiamo ora le parole di Massimo, che racconta un aspetto interessante di quella che possiamo chiamare italianità e cioè l’attaccamento alle tradizioni.

Cosa significa per me essere italiano? È una bella domanda. Devo ammettere di non averci mai pensato, o perlomeno di non averci mai pensato a fondo. Per me essere italiano significa avere una grande capacità di adattarsi, ma al contempo di saper apprezzare le cose che hanno molto tempo, non so come dire.

È un po’ come una tensione tra tradizioni, anche se non sono un grande amante delle tradizioni, e non so, la flessibilità di spostarsi in luoghi nuovi e sapersi adattare, creare nuove piccole tradizioni o costumi o abitudini nei posti in cui mi sposto. In Italia vieni abituato naturalmente a una marea di tradizioni che sono principalmente legate o alla religione o alla storia del luogo in cui sei cresciuto, ma poi per quanto mi riguarda, queste tradizioni da essere una cosa che comunque ti dà un senso di appartenenza e sono anche utili per darti un’idea di come si vive in comunità, come cresce una comunità, poi possono diventare come una specie di gabbia oppure semplicemente ti stufano, perché in quanto tradizioni tendono a essere naturalmente molto ripetitive e prevedibili.

Al contempo, in quanto italiani, noi siamo… negli ultimi secoli siamo sempre stati un popolo in viaggio, un popolo emigrante, che quindi si è spostato, e dove si è spostato si è radicato. A volte importando le tradizioni che c’erano nel proprio luogo nativo e creandone dei nuovi. E avendo viaggiato, essendomi spostato diverse volte, devo ammettere che cambiare il luogo ti permette naturalmente, o ti invita naturalmente, a confrontarti con altre persone e quindi anche con altre persone di paesi diversi, ma anche altri italiani, che vengono da luoghi diversi da quelli dove tu sei nato. E quindi diciamo che ti confronti e quindi la tua idea di cos’è l’Italia cambia di conseguenza.

Col tempo la mia concezione di cos’è l’Italia è evoluta, va di pari passo alle persone che ho incontrato. Quella che avevo 15-20 anni fa era completamente parziale e molto influenzata ancora dalle tradizioni.

Massimo Quadrana

Vocabolario 2

mano a mano = gradually / little by little

attualmente = currently

plasmare = to shape / to mold

sapersi adattare = to know how to adapt / to be able to adapt

i costumi = the customs / the traditions

un marea = a tide / a flood (with the meaning of “a lot”)

il senso di appartenenza = the sense of belonging

la gabbia = the cage

prevedibili = predictable

si è radicato = has taken root / has become entrenched

di pari passo = in parallel / in step / alongside


Diverse italianità

L’elemento del viaggio ritorna. Non tutti gli italiani però fanno questo tipo di esperienza e quindi, forse, non tutti hanno l’opportunità di porsi la questione, di chiedersi cosa significhi essere italiani.

Nel 2018 la società di ricerca Ipsos ha realizzato una ricerca in Italia, commissionata dall’iniziativa internazionale More In Common con l’obiettivo di “fare il punto sull’opinione che gli italiani hanno del proprio paese e del suo posto nel mondo”. Il 2018 è un anno in cui in Italia si comincia a vedere quella deriva populista che ha caratterizzato e tuttora caratterizza diversi Paesi europei. Sono tempi, questi, in cui le persone cercano un cambiamento proprio come lo cercavano oltre un secolo e mezzo fa, al tempo di Mameli, ma purtroppo oggi la direzione sembra essere più la difesa dei confini piuttosto che la ricerca di unione o integrazione. Tra i risultati emerge per esempio che: “L’identità culturale tradizionale è importante per gli italiani, la maggior parte dei quali teme la sua scomparsa.”

È come se ci fosse, tra gli italiani una dicotomia tra il chiudersi per proteggersi e l’aprirsi per farsi conoscere. Sentiamo ancora Valentina.

All’inizio, quando mi sono trasferita a Carabelas, avevo la percezione di dover scegliere tra due possibilità. Da una parte volevo calcare sulle differenze culturali per farmi conoscere in tutta la mia diversità. Dall’altra volevo simulare il più possibile le somiglianze per integrarmi al meglio fra i miei amici argentini.
Poi però il modo caloroso, affettuoso con cui sono stata accolta dalla mia famiglia ospitante, dai miei amici, dalle mie amiche, mi ha fatto sentire che le due cose potevano coesistere. E hanno effettivamente cominciato a coesistere in qualsiasi parte del mondo io mi sia poi trasferita. Per questo è stata un’esperienza che mi ha fatto davvero riflettere.
E penso che abbia sinceramente plasmato il mio concetto di identità culturale, così come le esperienze successive. Oggi sento che la mia identità culturale non prevede un’italianità che divida chi è italiano da chi non, ma piuttosto una sorta di costante riflessione sulla pluralità dei modi in cui possiamo esistere come italiane, italiane, e in cui possiamo incontrarci all’interno della stessa nazione. Quindi penso che la mia percezione dell’identità culturale, della mia identità culturale, sia abbastanza vicina a una prospettiva transculturale.

Valentina Cottini

Le parole di Valentina, ma anche quelle di Clara e di Massimo, sono parole di persone che hanno a che fare quotidianamente con la diversità. Clara e Massimo vivono nella città cosmopolita di Londra e lavorano in un ambiente multiculturale. Valentina, che come hai sentito ha fatto un’esperienza di vita in Argentina, oggi vive in Italia dove lavora come insegnante di italiano come lingua straniera. Valentina da poco fa parte del team di Online Italian Classes.

Ciao Barbara, come stai? Questa mattina ho fatto la terza lezione con **, già registrato e tutto quanto, è andato tutto bene. Lei mi ha detto che è molto contenta, perché le piace la struttura con cui organizzo le lezioni e mi sento molto grata. Tra l’altro, ti giuro, mi sta piacendo troppo questo lavoro, quindi sono super contenta.

Valentina Cottini

Insegnare italiano a chi vive all’estero è un lavoro meraviglioso, ma è anche complesso perché ogni insegnante attinge inevitabilmente dal proprio vissuto personale, che è appunto particolare. Può accadere quindi che le aspettative degli studenti non vengano sempre soddisfatte. Faccio un esempio molto banale: uno studente americano che va in vacanza in Puglia, diciamo a Lecce, dove beve tutti i giorni il caffè leccese (quello con il ghiaccio e il latte di mandorla), si stupirà di scoprire poi che la sua insegnante online che si collega da Milano non sia abituata a bere quotidianamente quella bevanda. O pensiamo alla lingua. Una studentessa una volta mi ha confessato che, dopo aver fatto una vacanza proprio a Lecce, era un po’ frustrata perché, nonostante stesse studiando italiano già da un po’ di anni, non era abituata ad ascoltare e quindi a capire il tempo passato remoto che gli abitanti del Centro e Sud Italia usano regolarmente nella lingua parlata. “Andai, mangiai, bevvi” invece di “Sono andato, ho mangiato, ho bevuto” – ma anche “Andammo, mangiammo, bevemmo” invece di “Siamo andati, abbiamo mangiato, abbiamo bevuto”.

Quello che sto cercando di dirti è che è difficile parlare di un’unica italianità, perché l’Italia rimane un Paese molto frammentato, eterogeneo. Questa frammentazione non è necessariamente negativa, ma può anche essere vista come una ricchezza, perché offre un’ incredibile diversità linguistica, culinaria, architettonica… tutto all’interno dello stesso Paese.

Ho chiesto a Massimo di raccontarmi un episodio che è accaduto qualche anno fa e che secondo me è un altro buon esempio di questa diversità di cui spesso gli stessi italiani sono inconsapevoli.

Allora, sì, ricordo bene quell’occasione. In realtà, questi miei amici erano venuti a Piacenza per la mia laurea e in quell’occasione era venuta anche questa mia amica di Venezia e quindi ci eravamo trovati tutti insieme in un ristorante appena poco fuori dalla città. Ah sì, ecco, com’era stata la questione. Alla fine del pranzo, come è usuale dalle nostre parti, si chiede un caffè, no? E la nostra usanza, nel senso, in quanto italiani, sappiamo bene che dopo pranzo il caffè o è un caffè espresso o tutt’al più macchiato, ma chiaramente gli spagnoli non hanno questa usanza, questa tradizione, questo limite, non lo so, e quindi volevano un cappuccino o dei cappuccini. Al che, la questione è stata sollevata dagli italiani presenti a tavola, del tipo: “ma no dai ragazzi, non potete prendere un cappuccino dopo pranzo”. Al che, la mia amica Paola fa: “ma ragazzi, ma voi qua a Piacenza non lo fate il macchiatone?”. Al che, sorpresi: “cos’è il macchiatone?”. E alla fine è stato spiegato che a Venezia, o penso generalmente in Veneto, però non sono sicuro, esiste questa via di mezzo tra il macchiato e il cappuccino, che è per l’appunto il macchiatone, quindi è un macchiato con un po’ più di latte ma non troppo. Quindi abbiamo spiegato questa cosa ai miei amici e quindi tutti quanti sono d’accordo che il macchiatone si può fare. Visto che lo prendono a Venezia, dopo pranzo è accettato, possiamo prenderlo anche qua. Quindi abbiamo chiamato il cameriere e gli italiani presenti hanno chiesto un espresso macchiato e poi gli spagnoli hanno chiesto questo famoso macchiatone e il cameriere però non aveva assolutamente idea di cosa fosse, quindi si è creata questa simpatica scenetta dove i ragazzi spagnoli e Paola, questa mia amica che in realtà non è di Venezia ma abita… ma ha studiato e vissuto per molto tempo a Venezia, hanno dovuto spiegare al cameriere come fare questo macchiatone. E poi ce l’ha portato a tavola. Una gran bella scena che ci ha permesso anche a noi di Piacenza di scoprire un’usanza italiana che non conoscevamo.

Massimo Quadrana

Vocabolario 3

la deriva populista = the populist drift

la difesa dei confini = the defense of borders

la maggior parte dei quali teme la sua scomparsa = most of whom fear its disappearance

calcare = to stress

le somiglianze = the similarities

hanno a che fare con = have to do with / are related to

attinge = draws from / draws upon

il proprio vissuto personale = one’s own personal experience

la mia laurea = my degree dissertation / my graduation

la questione è stata sollevata = the issue was raised

una scenetta = a skit / a short scene

un’usanza = a custom / a tradition


Il campanilismo

Queste piccole differenze tra luoghi anche molto vicini tra loro, talvolta fanno sorridere, altre volte sono prese fin troppo seriamente. Sto parlando del fenomeno del campanilismo. Hai mai sentito questa parola? Secondo il dizionario Treccani, il campanilismo è un “attaccamento esagerato e gretto alle tradizioni e agli usi della propria città”. 

Il riferimento qui è alla campana, quella che, quando suona, riunisce intorno a sé gli abitanti del villaggio. Il campanilismo è qualcosa che in Italia viene quasi dato per scontato. Diciamo che difficilmente ammettiamo in modo esplicito di essere campanilisti, ma siamo tutti un po’ campanilisti.

Livorno è una città molto campanilista. Nonostante sia circondata da tante altre città molto più famose, turistiche e forse anche belle, come Firenze, Lucca, Pisa, Siena, i livornesi sono molto orgogliosi della loro città e pensano di vivere nel posto più bello del mondo. Per quanto riguarda le inimicizie, all’interno della Toscana ci sono tanti scontri, ma sicuramente quello fra Pisa e Livorno è uno dei più famosi, nonostante siano vicinissime perché distano appena 10-15 km. Questa inimicizia probabilmente deriva da un fattore storico, infatti dopo il Medioevo, durante il quale Pisa era una gloriosa repubblica marinara, progressivamente il porto pisano andò sempre più in rovina e i Medici decisero di investire in un villaggio dei pescatori, che era appunto Livorno, e di farlo diventare il nuovo porto della Toscana. E quindi sicuramente quello è stato un fattore di inimicizia e competizione tra livornesi e pisani. Al giorno d’oggi ormai lo scontro si limita solo all’ambito calcistico.

Clara Borrelli

Il campanilismo a Piacenza secondo me è un concetto un po’ anomalo, nel senso che la mia percezione è che i piacentini sono sia orgogliosi che in qualche maniera stanchi della propria città, o perlomeno se ne lamentano molto frequentemente. Internamente sono sempre disposti ad attaccare le mancanze della propria città e a dire “da una parte c’è questa cosa che non abbiamo, dall’altra c’è quest’altra”, quindi sono molto orgogliosi probabilmente. Al contempo su certe cose, specialmente su magari il cibo, allora sì che il campanilismo viene fuori specialmente nei confronti delle città vicine come Parma o Cremona. Sono città che hanno delle culture, tradizioni comunque simili perché sono città vicine e quindi ci contendiamo un po’ l’origine, no?

Massimo Quadrana

Ciao Barbara! In effetti anche tra le città marchigiane ci sono tante rivalità, forse anche perché siamo l’unica regione al plurale, cioè si dice le Marche, non la Marca. E poi nella nostra regione si incontrano tre famiglie di dialetti diverse. Infatti, nella parte settentrionale delle Marche, cioè nella provincia di Pesaro-Urbino e anche un po’ scendendo, si parlano dialetti della famiglia del nord, cioè che assomigliano di più a quelli parlati in Emilia-Romagna e Lombardia.

Mentre nel centro, cioè nella provincia di Ancona, si parlano dei dialetti che fanno parte della famiglia dei dialetti centrali, quindi che assomigliano di più a quelli parlati in Umbria, in Lazio, in Toscana. Scendendo, cioè nella parte meridionale delle Marche, quindi già Macerata, Ascoli, si parlano invece dei dialetti che fanno parte della famiglia del sud e quindi che assomigliano di più a quelli abruzzesi, pugliesi e via dicendo. Insomma, è un po’ come se ci fossero tre microculture diverse nella stessa regione, e infatti ce ne diciamo di tutti i colori.

Per esempio, per motivi calcistici, tutti nelle Marche ce l’hanno con gli ascolani. Io non seguo il calcio, ma so che ad Ancona, per esempio, a scuola si cantava per scherzare: “Chi non salta un ascolano è… è…”. E poi c’è la famosa rivalità tra Pesaro e Urbino, che compongono una provincia insieme, ma sono molto diverse.

Infatti Pesaro è più balneare, costiera e quindi festaiola d’estate, mentre Urbino è la città d’arte, è universitaria, tra le montagne. C’è una rivalità simile anche tra Macerata e Civitanova, che infatti si insultano dicendo: “Maceratesi pistacoppi e Civitanovesi pesciaroli”. A Macerata i pistacoppi sono i piccioni e quindi dicono che sono più gente di campagna e anche a Macerata c’è l’università, mentre a Civitanova sono dei pescatori, quindi pesciaroli, perché c’è il mare ed è tutta quanta più festaiola, più costiera, un po’ come Pesaro.

Valentina Cottini

Ok, abbiamo sentito tre testimonianze sempre da parte di Clara, Massimo e Valentina che raccontano delle ostilità che ci sono all’interno delle loro regioni italiane. Rispettivamente Toscana, Emilia Romagna e Marche.

Ma perché tutta questa ostilità tra città che appartengono alla stessa regione italiana?
Per rispondere andiamo indietro nel tempo, ma non così tanto, solo di 163 anni. Perché l’Unità d’Italia è avvenuta 163 anni fa. Non è così tanto, alla fine. E ora pensiamo alle 20 regioni italiane, che per la verità sono molto, molto più recenti. Ce lo spiega la nostra insegnante Laura, che tiene regolarmente un corso di gruppo sul folclore italiano. Proprio dalla registrazione di uno di questi corsi prendo in prestito le sue parole.

E con la Repubblica, con la decisione di fare dell’Italia una Repubblica, è cambiata anche l’amministrazione delle regioni italiane e si è iniziato a pensare di unire l’Emilia e la Romagna che ufficialmente sono diventate un’unica regione il 7 giugno 1970. Quindi in realtà è molto recente e infatti è molto sentita, Barbara poi vi dirà anche a lezione, è molto sentita la parte dell’essere Emiliano e dell’essere Romagnolo.

Laura Mafizzoli – Corso online di gruppo Italian Folklore

Vocabolario 4

talvolta = sometimes

gretto = narrow-minded / petty

gli usi = the customs / the practices

viene quasi dato per scontato = is almost taken for granted

orgogliosi = proud

gli scontri = the clashes / the conflicts

inimicizia = enmity

in rovina = in ruins

l’ambito calcistico = the football (or soccer) field / the football (or soccer) sector

anomalo = anomalous

le rivalità = the rivalries

settentrionale = northern

scendendo = descending / going down

e via dicendo = and so on / and so forth

ce ne diciamo di tutti i colori = we say all sorts of things to each other / we exchange all sorts of insults

per motivi calcistici = for football (or soccer) reasons

balneare, costiera, festaiola = seaside, coastal, festive

la città d’arte = the art city / the city of art


Centralizzazione e passaparola

Nella vita quotidiana questa mancanza di appartenenza a qualcosa che vada oltre la propria comunità locale viene alimentata anche da una mancanza di una centralizzazione amministrativa. Questa è una mia opinione, perché la noto maggiormente, questa cosa, ora che vivo all’estero, perché qui in Inghilterra, invece, secondo me, questa centralizzazione si percepisce chiaramente. Ti faccio degli esempi per capirci meglio. Se ho una domanda di qualsiasi tipo come per esempio: come richiedere il sussidio di maternità se sono una lavoratrice freelance? Oppure, come funziona il sistema scolastico? Oppure, quali alimenti vanno bene per lo svezzamento di un neonato? (Questi esempi sono piuttosto personali, me ne rendo conto). Troverò risposta in modo piuttosto chiaro o sul sito del governo inglese oppure sul sito dell’NHS, che è il servizio sanitario nazionale inglese. Sì, in Italia c’è l’AUSL che è l’azienda unità sanitaria locale, che è però appunto locale. Cioè in ogni regione italiana l’Ausl funziona in modo piuttosto indipendente. E poi sì, c’è il sito del governo ma le informazioni che vi si trovano sono tutte piuttosto generiche e spesso non soddisfano le casistiche specifiche di cui ciascuno ha bisogno.

Il welfare italiano è insomma un groviera e a tappare i buchi ci sono un sacco di organizzazioni private. Secondo me, l’Italia è un paese che ha un’energia incredibile che viene dal basso, forse proprio in mancanza di una solida organizzazione che venga dall’alto.

In questo scenario, c’è una pratica che non smette di avere molta rilevanza per noi italiani. Sto parlando del passaparola. Che cos’è il passaparola? Ce lo spiega l’insegnante Valentina.

Direi che il passaparola è un modo per spargere la voce tra le tue conoscenze rispetto a un bisogno che hai. Quindi un bisogno viene incontro a un altro bisogno e di solito si realizza con persone fidate. Per esempio, io in questo momento vivo in un appartamento in affitto, ma tra poco me ne andrò.

Perciò il mio coinquilino avrà bisogno di trovare qualcuno che subentri nell’affitto al posto mio. Quindi che cosa facciamo? Facciamo il passaparola. Lui mette in giro la voce tra i suoi amici che sta cercando qualcuno che entri nel suo appartamento per condividerlo con lui.

E io farò lo stesso con i miei. È molto probabile che accada che tra i miei amici o i suoi amici o conoscenze dei nostri amici ci sia qualcuno che ha bisogno proprio di un posto in un appartamento. In questo modo il bisogno del mio coinquilino e quello di questa persona si incontreranno e il bisogno sarà soddisfatto attraverso l’incontro con una persona di fiducia mia o di una mia conoscenza.

In qualche modo questo spesso funziona anche con il lavoro. Infatti è successo questo anche quando ho scoperto Online Italian Classes. Io mi ero appena laureata in italianistica e parlando con il mio migliore amico gli ho detto che stavo cercando un lavoretto.

Poco tempo dopo, lui mi ha raccontato che sua sorella stava lavorando per questa scuola online di italiano per stranieri e mi ha detto che volevano allargare un pochino il team. Mi è sembrata un’occasione fantastica e quindi ho subito scritto a Barbara per capire se potessi collaborare. E così anche questa volta il mio bisogno ha incontrato il suo bisogno ed è nata questa collaborazione.

Valentina Cottini

Oggi abbiamo parlato di storia e di identità italiana, di differenze interne all’Italia, di campanilismo e di passaparola. È stato un episodio diverso dagli altri perché ha coinvolto più voci oltre alla mia. Ringrazio Clara Borrelli, Massimo Quadrana e Valentina Cottini per aver partecipato con interventi così intelligenti. Ringrazio Laura Mafizzoli per la concessione dell’estratto audio della sua lezione. E ringrazio te per aver ascoltato anche questo episodio. Fammi sapere se questo nuovo formato ti è piaciuto.


Vocabolario 5

la mancanza di appartenenza = the lack of belonging

all’estero = abroad

si percepisce = it is perceived / it is felt

il sussidio di maternità = maternity subsidy / maternity benefit

lo svezzamento = weaning (the process of gradually introducing a baby to solid foods and reducing breastfeeding or formula feeding)

un groviera = a Swiss cheese (Gruyère)

tappare i buchi = to plug the holes / to fix the leaks

non smette = doesn’t stop / keeps going

spargere la voce = to spread the word / to spread rumors

subentri = who takes over / who steps in

mette in giro la voce = spreads the word / spreads rumors

un lavoretto = a small job / a gig / a side job


Fonti:

  1. Come funziona la politica in Rai, ilpost.it, 3 maggio 2021, https://www.ilpost.it/2021/05/03/nomine-rai-politica/
  2. ‘Mameli. Il ragazzo che sognò l’Italia’: trama, cast (e polemiche) della miniserie in onda da stasera, Repubblica.it, 12 febbraio 2024, https://www.repubblica.it/spettacoli/tv-radio/2024/02/12/news/mameli_trama_cast_e_polemiche_della_miniserie_in_onda_da_stasera-422116221/
  3. Tim Dixon, Stephen Hawkins, Laurence Heijbroek, Míriam Juan-Torres, François-Xavier Demoures, Un’Italia frammentata: atteggiamenti verso identità nazionale, immigrazione e rifugiati in Italia, More In Common, agosto 2018, ipsos.com, https://www.ipsos.com/sites/default/files/ct/publication/documents/2018-08/italyitfinal_digital.pdf

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