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Le canzoni dei cartoni

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Se mi segui da un po’, sai che non vivo in Italia da due anni. Te lo ricordo senza paura di essere considerata meno italiana per questo, dal momento che ho trascorso trent’anni (cioè il 90% della mia vita) tra Piacenza, dove sono nata e vive la mia famiglia di origine, e Milano, dove ho studiato e lavorato.

Questo significa che conosco bene quell’abitudine molto italiana di parlare di un certo passato comune, quando ci si ritrova con gli amici e i colleghi attorno a un tavolo.

Se vivi in Italia e hai amici italiani, sai di cosa sto parlando e forse ti è capitato di sentire conversazioni simili a questa:

«Ma vi ricordate quando facevamo la coda in edicola dopo scuola per comprare le figurine?»
«Mia sorella si offriva sempre di fare la coda per me, così si comprava anche il Cioè* di nascosto da mamma e papà»
«E poi via di filata a casa, che iniziava Bim Bum Bam!»

«Do you remember when we used to queue up at the newsstand after school to buy the stickers?»
«My sister always offered to stand in line for me, so we could also buy Cioè magazine without mom and dad knowing.»
«And then straight home, with Bim Bum Bam starting!»

Ti ho fatto la traduzione in inglese, perché mi chiedo cosa possa capire di queste frasi in italiano una persona che non è cresciuta in Italia. Non perché le manchino la capacità di comprensione o il lessico, ma perché le mancano – inevitabilmente – certi riferimenti culturali.

Tali riferimenti culturali sono l’eredità di un mondo in cui le abitudini mediatiche dipendevano da un’offerta circoscritta. C’erano le riviste e i giornali cartacei, la radio e, soprattutto, la televisione.


Vocabolario 1

Dal momento che = Since / Given that

di origine = of origin (birth family)

quando ci si ritrova = when there’s a gathering

ti è capitato di = it occurred to you / it happened to you

l’eredità = the heritage

le abitudini mediatiche = media habits

circoscritta = limited

le riviste = magazines


La televisione ha forgiato lingua, costumi e gusti degli abitanti del Paese fino all’arrivo di internet, dei canali digitali e delle piattaforme di streaming. Tuttavia, come ti ho raccontato nell’episodio sul Festival di Sanremo, la televisione non ha ancora smesso di esercitare la sua influenza in Italia.

Certo, quando si vive in un ambiente internazionale, come una grande metropoli, le conversazioni prendono le distanze da vissuti particolari (in inglese diremmo backgrounds). Ma dal momento che l’Italia è composta principalmente da piccoli comuni e città di provincia, saper cogliere le sfumature diventa importante.

È con questa lunga premessa che oggi voglio provare a raccontarti una storia che, spero, ti permetterà di avvicinarti a un aspetto della cosiddetta “cultura pop”, la cultura popolare contemporanea e, auspicabilmente, a prendere parte a conversazioni da cui altrimenti rimarresti escluso o esclusa.

Questa storia parla di pre-adolescenza, televisione e persino del Giappone.


Vocabolario 2

Ha forgiato = Has shaped / Has molded

non ha ancora smesso di esercitare la sua influenza = Has not yet ceased to exert its influence

un ambiente internazionale = An international environment

i comuni = the municipalities

le città di provincia = provincial towns / provincial cities

saper cogliere = To be able to grasp / to catch

la premessa = the premise

auspicabilmente = hopefully

da cui altrimenti rimarresti escluso o esclusa = From which otherwise you would remain excluded


Il fenomeno dei cartoni animati giapponesi in Italia

Dal 1981 al 2002 la rete televisiva italiana Mediaset ha trasmesso il programma televisivo dedicato ai bambini chiamato “Bim Bum Bam”. Per ben ventun anni, nella fascia pomeridiana, i bambini e i pre-adolescenti di tutta Italia rimanevano incollati alla tv per l’imperdibile appuntamento con i loro cartoni animati preferiti, cioè quelli di cui tutti avrebbero parlato il giorno dopo a scuola.

Il palinsesto era pensato bene: “Bim Bum Bam” andava in onda al rientro da scuola quando, in coincidenza con la merenda, i genitori potevano contare su due ore “libere” per poter fare le loro faccende. (Ehm… Quello sarebbe stato anche il periodo dei compiti, ma su questo punto sorvolerei).

I contenuti di questo “programma contenitore” (“Bim Bum Bam”) erano per lo più cartoni animati, talvolta inframmezzati da brevi sketch da parte di conduttori televisivi che interagivano col pupazzo animato Uan, un simpatico cane rosa. Questi cartoni animati erano tutti di origine giapponese.

Estratto di Bim Bum Bam con Paolo Bonolis e Uan 1985 in cui si possono ascoltare diversi giochi di parola

Marco Pellitteri, esperto di diffusione dell’animazione giapponese in Italia e in Occidente, scrive in un articolo:

«L’Italia è il paese occidentale che vanta la maggior distribuzione di anime, cioè film e serie televisive d’animazione giapponesi. […] Un’ampia gamma di prodotti letterari e di intrattenimento giapponesi è divenuta il centro attorno al quale un numero sempre crescente di giovani fan si riunisce e si impegna in attività culturali di socializzazione fra pari


Vocabolario 3

ben = even

rimanevano incollati alla tv = they remained “glued” to the TV

l’imperdibile = unmissable

Il palinsesto = the tv programming

al rientro da scuola = upon returning from school

in coincidenza con la merenda = coinciding with snack time

le loro faccende = their chores

i compiti = the homework

sorvolerei = I would overlook / I would skip

per lo più cartoni animati = mostly cartoons

inframmezzati = interspersed

il pupazzo animato = the animated puppet

un’ampia gamma = a wide range

pari = peers


Ci sono due motivi che spiegano il successo dei cartoni animati giapponesi in Italia.

Il primo è economico.

Devi sapere che in Italia la televisione pubblica, cioè la RAI, ha dominato il panorama mediatico dalla prima trasmissione andata in onda nel 1954 fino al 1976, anno della liberalizzazione delle concessioni televisive che ha portato alla nascita delle televisioni commerciali. Si trattava di reti televisive locali private, alcune delle quali sono state acquistate dal gruppo Mediaset dell’imprenditore e politico Silvio Berlusconi.

In questo periodo, queste reti televisive, per riempire i loro palinsesti, cominciarono ad acquistare numerose serie vecchie e nuove dai principali network televisivi giapponesi, che proponevano prezzi molto competitivi poiché il valore dello yen era piuttosto basso.

Una precisazione su Mediaset. Inizialmente “Bim Bum Bam” era trasmesso sull’emittente televisiva Antenna Nord, che era una di queste reti private, poi acquisita dal gruppo Fininvest di Silvio Berlusconi, di cui Mediaset fa parte dal 1993.

Il secondo motivo del successo dei cartoni animati giapponesi in Italia è legato alla frequenza.

Se quelle stesse serie in Giappone venivano mandate in onda a cadenza settimanale, in Italia, invece, le puntate andarono in onda a ritmo per lo più quotidiano.

Scrive sempre Pellitteri:

«Nei canali italiani vi fu un sovraccarico di anime: nel periodo che stiamo prendendo in esame nella maggior parte delle televisioni private – nazionali e regionali – si arrivava fino a sei-otto ore di anime trasmessi al giorno: con un simile punto di partenza, il boom italiano non poteva che diventare una dominante per almeno vent’anni. Questo genere di programmazione contava sul fatto che se il piccolo telespettatore non fosse stato in grado di vedere la puntata in onda quel giorno specifico, non avrebbe potuto recuperarla, non essendo previste repliche. L’aspetto cruciale di questa strategia fu in pratica il “qui e ora” […]»

In altre parole, Pellitteri osserva che i bambini e i ragazzi cresciuti tra la metà degli anni Settanta e i primi anni Duemila, non avevano ancora sperimentato la flessibilità della tv in streaming e sapevano bene che, se volevano prendere parte alle conversazioni tra amici, non potevano perdersi l’appuntamento quotidiano con i cartoni animati del pomeriggio.

Sigla del cartone animato “È quasi magia Johnny” cantata da Cristina D’Avena
Sigla del cartone animato “Il mistero della pietra azzurra” cantata da Cristina D’Avena
Sigla del cartone animato “Kiss me Licia” cantata da Cristina D’Avena

È così che oggi quei cartoni animati sono diventati una delle colonne portanti della cultura pop italiana contemporanea, anche e soprattutto grazie alle sigle (la sigla è la canzone introduttiva e conclusiva di ogni episodio) imparate a memoria in un tempo in cui la tv in diretta non permetteva l’opzione “salta intro” di Netflix.

Le canzoni dei cartoni animati giapponesi sono così diventate un marchio di appartenenza di generazioni che negli anni hanno riempito compilation di CD da ascoltare in vacanza con gli amici e successivamente playlist di Spotify da ballare alle feste. Con che cosa? Con le sigle dei cartoni cantati da Cristina D’Avena.


Vocabolario 4

i motivi = the reasons

il panorama mediatico = the media landscape

la liberalizzazione delle concessioni televisive = the liberalization of television concessions

limprenditore = the entrepreneur

riempire = to fill

a cadenza settimanale = at intervals /weekly

un sovraccarico = an overload

non fosse in grado di = was not able to

non avrebbe potuto recuperarla = would not have been able to recover it

le colonne portanti = the main pillars / the mainstays

salta intro = skip intro

un marchio = a brand


Cristina D’Avena inizia la sua carriera di cantante giovanissima, ma davvero giovanissima. Aveva infatti tre anni quando si è esibita davanti al pubblico televisivo della gara canora per bambini chiamata “Zecchino d’Oro” con la canzone “Il valzer del moscerino”, che ancora oggi tutti gli italiani hanno cantato ai loro bambini almeno una volta nella vita.

Ma è con le sigle dei cartoni animati che Cristina d’Avena diventa famosa, rimanendo per anni la regina italiana della musica per bambini, per poi essere affiancata dalla voce maschile di Giorgio Vanni, che comunque non le toglierà il trono.

Negli anni Ottanta, Cristina d’Avena inizia la lunga collaborazione con Mediaset, lavorando anche come attrice. Infatti, il successo dell’anime giapponese “Kiss Me Licia” (titolo originale “Ai shite Naito”, letteralmente “Amami cavaliere”) porta alla realizzazione di una serie televisiva in cui la stessa Cristina interpreta la protagonista. D’Avena lavora anche come conduttrice televisiva e radiofonica e inizia a esibirsi dal vivo, cantando le famose sigle dei cartoni giapponesi davanti a pubblici appassionati.

Nella sua lunga carriera, Cristina d’Avena ha pubblicato 313 album, tra sigle dei cartoni, canzoni scritte da lei e cover. Nel 2017 e 2018 ha inciso due dischi in collaborazione con i più famosi cantanti italiani del momento, che cantano insieme a lei le più famose sigle dei cartoni animati giapponesi. Oggi partecipa a programmi televisivi e continua a organizzare concerti in giro per l’Italia, in occasione di eventi culturali e feste aziendali.

Nel frattempo, il fenomeno degli anime giapponesi in Italia, non si esaurisce nella nostalgia delle sigle dei cartoni animati degli anni Ottanta e Novanta. Oggi trova un nuovo pubblico di giovani che, con modalità diverse rispetto al passato, fruisce di nuovi contenuti.

Queste serie animate giapponesi, a differenza del passato, sono libere dalle scelte di palinsesto delle reti televisive e libere dai numerosi adattamenti e dalle tante censure che hanno subito a causa del gusto e dei “valori” del tempo. Questi prodotti culturali giapponesi, fruibili sulle piattaforme in streaming più note come Netflix e su quelle più settoriali come Crunchyroll, rispondono ai gusti di un pubblico sempre più esigente, che oggi conosce bene la cultura giapponese e le sue sfaccettature, e che oggi sa che la ricchezza artistico-valoriale degli anime non può più essere relegata al contenitore dei cartoni animati per bambini.


Vocabolario 5

per poi essere affiancata da = to then be accompanied by

non le toglierà il trono = will not remove her from the throne

interpreta = plays the role of

la conduttrice = the host / the presenter

dal vivo = live

i pubblici appassionati = the passionate audiences / the devoted fans

due dischi = two albums

non si esaurisce nella nostalgia = does not end in nostalgia

gli adattamenti = the adaptations

le censure = the censorship

hanno subito = have undergone / have suffered

fruibili = accessible / available

esigente = demanding / rigorous

sfaccettature = facets / aspects

essere relegata = to be relegated

Approfondimenti:

– *Cioé: https://www.ilpost.it/2024/02/07/cioe-un-vecchio-giornale-per-giovanissime/
– **Zecchino d’Oro: https://zecchinodoro.org/chi-siamo/origine-del-nome/

– Lorenza Negri, I 30 cartoni animati giapponesi che hanno segnato gli anni ’80, Wired.it, 18 aprile 2022, https://www.wired.it/gallery/cartoni-animati-giappones-anni-80-foto/

Fonti:
– Nicola Baroni, Circuiti di mille valvole | Gli italiani hanno guardato molti più cartoni giapponesi dei loro coetanei europei, Linkiesta.it, 29 maggio 2020, https://www.linkiesta.it/2020/05/cartoni-animati-giapponesi-vedere/
– Marco Pellitteri, Il boom degli anime in Italia 1978-1984: l’eccezionale successo dell’animazione giapponese, Animata | Rete di divulgazione e ricerca sul cinema d’animazione dell’Università degli Studi di Padova, 31 maggio 2025, https://animata.beniculturali.unipd.it/wp-content/uploads/2015/09/Cabiria-179-Pellitteri.pdf
– Carlo Adriani, Le 50 peggiori censure degli anime in Italia, Wired.it, 9 aprile 2018, https://www.wired.it/play/televisione/2018/04/09/censure-anime-italia/


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Pensi mai agli ascensori?

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INDICE:
La paura degli ascensori
L’ascensore nei prodotti culturali
L’invenzione dell’ascensore
L’Italia e gli ascensori
Sondaggio (Poll)

La paura degli ascensori

Quando ero piccola, avevo il terrore degli ascensori. Davvero, anche solo l’idea di entrare dentro una di quelle strette scatole rumorose che servono per salire negli appartamenti in cui solitamente vivono gli italiani mi faceva venire le lacrime agli occhi.

Una volta entrata, stringevo stretti i pugni e socchiudevo gli occhi, fissi sulla fessura tra le due porte automatiche che – in un tempo che a me sembrava infinito – mostrava uno spiraglio di luce ad ogni piano raggiunto. Non era mai il nostro.

“E se ci blocchiamo adesso?”
“E se l’allarme non funziona?”
“E se nessuno lo sentirà?”
“E se… Mi scappa la pipì?”

Queste erano le domande che mi passavano per la testa durante quel lento supplizio di risalita di un qualche edificio della mia città.

Sicuramente deve esserci stata una causa da qualche parte nella mia infanzia per questa particolare forma di claustrofobia.

Ricordo che una volta, nel palazzo in cui viveva una mia compagna di classe, le porte dell’ascensore erano impazzite. Si aprivano e chiudevano ininterrottamente e irregolarmente, però tutto il resto funzionava. Il papà della mia amica si era messo in mezzo, facendo forza con le spalle, per permetterci di entrare e quindi premere il pulsante 4. Il punto era chiaro: meglio una spalla lussata che il fiato corto dopo quattro rampe di scale a piedi, no?

Un’altra volta, ero nell’edificio dove viveva la mia tata. Avevamo dovuto prendere le scale perché l’ascensore era rotto. A un certo punto della nostra ascesa, ecco che ci appare la cabina bloccata a metà tra un piano e l’altro. Mi aveva fatto venire i brividi. C’è qualcosa di inspiegabilmente fastidioso nell’osservare lo spazio che occupa la tecnologia che non funziona.

Forse è a causa di queste esperienze che nella mia vita da adulta cerco di evitare l’uso degli ascensori il più possibile. Ogni volta che posso, prendo le scale al posto dell’ascensore. Mi sembra un ottimo esercizio fisico, che mi fa pure risparmiare i soldi della palestra.

Questo almeno è quello che pensavo prima di diventare mamma, quando il passeggino è diventato un accessorio indispensabile per le mie uscite quotidiane. Inutile spiegare che la presenza dell’ascensore in un qualsiasi luogo pubblico o privato è diventata improvvisamente di grande importanza per me.

Quando sono a Londra, per esempio, tengo sempre a portata di mano la mappa che indica gli accessi “step free” della metropolitana anche se qualche volta mi è capitato di dover chiedere aiuto ai passanti per sollevare il passeggino (e il suo contenuto, cioè un bambino che pesa ormai 10 chili) lungo le scale.


Vocabolario 1

strette = tight

servono per = are meant for

stringevo = I squeezed

socchiudevo = I squinted

fissi su = focused on

la fessura = the hairline crack

lo spiraglio = a small opening

il piano = the floor

Mi scappa la pipì = I need to pee

il supplizio = the torment

l’infanzia = childhood

la compagna di classe = the classmate

erano impazzite = they got crazy

si era messo in mezzo = he put his body (himself) in the middle

lussata = dislocate

il fiato corto = breathless

le rampe (di scale) = flights of stairs

la tata = the nanny

mi aveva fatto venire i brividi = It made me shiver (it scared me)

al posto di = instead of

il passeggino = the buggy, the pram

a portata di mano = at your fingertips, at hand


L’ascensore nei prodotti culturali

In quelle occasioni, non posso fare a meno di pensare a quanto gli ascensori abbiano un valore ben più che rilevante per chi convive con una disabilità legata alla mobilità fisica. Gli ascensori funzionanti, per queste persone diventano imprescindibili.

Lo mostra in modo efficace l’episodio n.7 della quarta stagione della serie britannica Sex Education, in cui uno studente della scuola secondaria non riesce a partecipare agli esami che hanno luogo al secondo piano dell’edificio a causa di un guasto dell’ascensore. Le scale non sono un’opzione per lui, che si può spostare solo in carrozzina.

La presenza degli ascensori nei prodotti culturali non è un affare recente. L’ascensore come luogo sociale compare, infatti, tanto in film quanto in serie tv da un sacco di tempo. Ti cito alcuni titoli come esempio:

  • Only murders in the building, una serie americana del genere comedy-mystery (prima stagione uscita nel 2021) che è principalmente ambientata in un lussuoso palazzo di Manhattan dove l’ascensore è il pretesto per molti sviluppi della storia.
  • Grand Budapest Hotel, il colorato e fortunato film di Wes Anderson del 2014, ambientato proprio in un hotel il cui ascensore con seduta viene più volte usato dal concierge.
  • L’avvocato del diavolo, il film del 1994 con Al Pacino e Keanu Reeves, in cui la porta dell’ascensore si chiude proprio dopo che è stata fatta una proposta diabolica.
  • La fabbrica di cioccolato, il celebre libro per ragazzi dell’autore Roald Dahl pubblicato per la prima volta nel 1964 e divenuto poi un film nel 2005. Sono certa di non fare spoiler nel dire che lo stravagante ascensore di cristallo della fabbrica si trasforma nel mezzo di trasporto che ospita tutta la famiglia del protagonista (incluso il nonno allettato). Non a caso, il sequel del libro si chiama proprio Il grande ascensore di cristallo.

Vocabolario 2

non posso fare a meno di = I can’t help

legata a = linked to, related to

imprescindibili = essential

un guasto = an error (the lift was out of order)

si può spostare = can move

in carrozzina = on the wheelchair

un affare = an issue

Ti cito = I quote

il pretesto = the excuse

con seduta = with seat

allettato = unable to move from the bed


L’invenzione dell’ascensore

Ma quando è stato inventato l’ascensore?

Come principio, l’ascensore è molto antico. Compare infatti negli scritti degli antichi scienziati Archimede e Vitruvio. Addirittura lo si usava per scopi scenici durante i combattimenti al Colosseo: serviva, infatti, per far apparire gli animali direttamente nell’arena, sollevandoli in realtà dal piano sotterraneo fino al piano superiore grazie a un modello primordiale di ascensore.

Esempi di ascensori per passeggeri compaiono in chiese e palazzi dal 17° al 19° secolo D.C. Dobbiamo però concentrarci sul 1854 per trovare il primo esempio di ascensore come lo conosciamo oggi: un mezzo di trasporto prodotto a livello industriale. Siamo nella città di New York e il meccanico Elisha Graves Otis partecipa alla Exhibition of the Industry of All Nations con una dimostrazione al pubblico di come il suo ascensore non solo funzioni, ma possa anche essere utilizzato in modo sicuro dalle persone. (1)

Otis lo brevetta nel 1861 e nel 2022 l’azienda che porta ancora il suo nome si posiziona al primo posto come produttore di ascensori e scale mobili al mondo. Insomma, l’ascensore è invecchiato bene perché, fino a prova contraria, non siamo ancora passati a preferire il teletrasporto di Star Trek o la passaporta di Harry Potter.


Vocabolario 3

gli scritti = the handwritten texts

scenici = scenic

sotterraneo = underground

primordiale = primordial

lo brevetta = patented it

le scale mobili = the escalators

il teletrasporto = teleportation

la passaporta = the portkey


L’Italia e gli ascensori

Ma come mi è venuto in mente di parlarti di ascensori in questo episodio? Tutta colpa di un articolo de Il Sole24Ore, il più importante quotidiano economico italiano, grazie al quale ho scoperto che anche l’Italia detiene un primato riguardo agli ascensori.

“Uno strano record per l’Italia: sono ben 850 mila gli ascensori attivi, cifra che ha permesso alla nazione di guadagnarsi il titolo di Paese con più ascensori di qualsiasi altro al mondo.” (2)

Mi sono chiesta il perché e mi sono risposta che forse dipende dal tipo di architettura che caratterizza le abitazioni delle città italiane. L’Istat, l’Istituto di statistica italiano, mi ha confermato che:

“Le famiglie residenti in Italia vivono prevalentemente in appartamento (57,3%), mentre il 42,1% abita in ville, villini o casali unifamiliari o plurifamiliari (con accessi indipendenti).” (3) Questi dati sono relativi al 2021.

Passeggiando per i centri storici di città italiane come Napoli, Palermo, Torino e Milano è facile imbattersi in palazzi in stile liberty che nascondono al loro interno ascensori in legno e ferro battuto dal fascino senza tempo. Milano, in particolare, è considerata “la città degli ascensori”, infatti uno su cinque degli ascensori installati in Italia si trova in Lombardia. (4)

Tra gli ascensori più famosi d’Italia, non posso non menzionarti quello completamente trasparente che permette di risalire all’interno della cupola della Mole Antonelliana di Torino, da dove poter ammirare tutta la città.

L’esperienza di risalita vale decisamente la pena, ma se anche tu come me non ami particolarmente salire in ascensore puoi sempre rimanere al piano terra a passeggiare tra le esposizioni del meraviglioso Museo del Cinema della città.

E ora dimmi, tu ci pensi mai agli ascensori? Se ti va, raccontamelo rispondendo a questa email o lasciando un commento sotto l’articolo del blog così che altri possano partecipare alla discussione.


Vocabolario 4

Tutta colpa di = (the article) has to be blamed, is responsabile

detiene un primato = has the primacy, is on top for

la cifra = the number, the digit

le abitazioni = places of residence

i villini = little villas

i casali = hamlets

imbattersi = to bump into

vale la pena = it is worth it

il piano terra = the ground floor


Fonti:

  1. Andreas Bernard, Lifted: A Cultural History of the Elevator, New York University Press 2014, p.1-2 (Introduction)
  2. Enrico Netti, Ascensori, Italia leader globale ma è allarme sostenibilità, IlSole24Ore.com, 3 novembre 2023, https://www.ilsole24ore.com/art/italia-paese-ascensori-dove-sono-quelli-piu-vecchi-e-soprattutto-quanto-sono-sicuri-AEwBxlJD
  3. Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali 6 settembre 2022, Gruppo di lavoro sulle politiche per la casa e l’emergenza abitativa, Istat, https://www.istat.it/it/files/2022/09/Istat-Audizione-Politiche-per-la-Casa_06_09_22.pdf
  4. Davide Illarietti, Alla scoperta degli ascensori, da Citylife al più antico (Duse), Milano.Corriere.it, 22 marzo 2017, https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/16_settembre_28/alla-scoperta-ascensori-milanesi-piu-alto-citylife-piu-antico-duse-6dcb334e-0ee9-11e7-b19a-5283fae0a63e.shtml

La nostra scuola OnlineItalianClasses.com vorrebbe organizzare una chat di gruppo dove i partecipanti possano scrivere in italiano con l’aiuto delle nostre insegnanti. Ti interessa? Compila il sondaggio in inglese.


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